FINANZA & POTERI

Sopra la banca la polemica campa: il caso Rasero in Parlamento

La doppia veste del podestà di Asti tra Comune, Fondazione e banca arrivano fino alla Camera. Ma nella raffica di Avs finisce anche la possibile nomina di Giuliana Cirio alla Fondazione CrCuneo. Mentre il Pd attacca l'allungamento dei mandati del presidente Negro

Sopra la banca la politica campa, verrebbe da dire parafrasando antichi adagi. E ad Asti il confine tra Palazzo Civico, Fondazione e istituto di credito è diventato talmente sottile da trasformarsi in un caso politico nazionale, finito addirittura nell’aula della Camera. La questione esiste eccome. Perché la parabola di Maurizio Rasero – sindaco di Asti, fino a poche settimane fa anche presidente della Provincia e ora approdato alla guida della Banca di Asti – presta inevitabilmente il fianco a critiche difficili da liquidare come semplice propaganda.

La deputata piemontese di Azione Daniela Ruffino ha chiesto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di valutare “se un amministratore di banca possieda il fondamentale requisito dell’indipendenza di giudizio” quando contemporaneamente ricopre il ruolo di sindaco della città capoluogo. E soprattutto ha acceso il riflettore su un dato politicamente ingombrante: Rasero ha contribuito a nominare una parte decisiva degli organismi della Fondazione CrAsti, da presidente della Provincia e da sindaco.

È lo stesso schema denunciato dal deputato torinese di Avs Marco Grimaldi: potere politico, potere di nomina e infine approdo al vertice della banca controllata dalla Fondazione. Un “corto circuito” che, al netto delle formule notarili e delle compatibilità formali, politicamente appare difficile da ignorare.

Del resto, chi conosce gli equilibri astigiani sa bene che l’operazione Rasero non nasce dal nulla. Nei precedenti articoli dello Spiffero si era già visto all’opera quell’asse trasversale capace di tenere insieme pezzi di centrodestra, mondi moderati e perfino segmenti del Pd cittadino attorno alla stabilità della Fondazione e alla continuità rappresentata da Livio Negro.

Il “doppio” Pd

Detto questo, un conto è contestare il “caso Rasero”, altro è buttare tutto nel tritacarne indistinto della polemica permanente. Perché il comunicato odierno del Pd astigiano finisce per mescolare questioni differenti nel tentativo di costruire una narrazione complessiva del “potere concentrato”. E qui la faccenda si fa assai più scivolosa.

I democratici – con la capogruppo comunale Maria Ferlisi e la segretaria provinciale Elena Accossato – denunciano infatti il possibile allungamento del mandato del presidente della Fondazione CrAsti da quattro a sei anni, dipingendolo come una modifica “in corsa” funzionale alla conservazione del potere. Peccato che qui la polemica inciampi in un dettaglio non proprio secondario: l’estensione della durata dei mandati non è un’invenzione di Negro escogitata in una notte di congiure, ma deriva dal protocollo Acri-Mef che da tempo spinge le fondazioni bancarie verso assetti di governance più stabili e meno condizionati da rotazioni troppo rapide.

Le nuove linee guida, infatti, consentono di allungare la durata del mandato del presidente e dell’organo di indirizzo dagli attuali quattro fino a sei anni, restando però fermo il principio del limite temporale: è ammesso un solo rinnovo consecutivo, per una permanenza complessiva che non può superare i dodici anni. Le regole, anzi, introducono paletti più severi contro la cristallizzazione del potere: dopo due mandati consecutivi scatta l’incompatibilità ad assumere altri incarichi all’interno della stessa fondazione o nelle società da essa controllate.

Insomma, si può discutere di opportunità politica, ma evocare un golpe regolamentare appare francamente eccessivo. Anche perché, prima di impartire lezioni sulla distanza dai “salotti del potere”, nel Pd qualcuno forse dovrebbe chiarire sulle voci che raccontano di incontri riservati tra il consigliere comunale Michele Miravalle – lo stesso che chiede pubblicamente le dimissioni di Rasero – e il sindaco medesimo. Dicono una cena discreta, di quelle senza fotografi e senza comunicati indignati. Nulla di illecito, per carità. Magari sono solo dicerie ma sarebbe quantomeno curioso, vista la furia barricadera delle dichiarazioni ufficiali.

Cirio, “quella brava”

Se su Asti le ombre politiche esistono, molto più surreale appare invece il tentativo di trascinare nel medesimo calderone la possibile nomina di Giuliana Cirio alla direzione della Fondazione CrCuneo. Qui la polemica sfiora davvero la caricatura. Intanto perché non si parla della presidenza o di organi amministrativi, ma del ruolo di direttore generale: una figura tecnica e fiduciaria, scelta dal presidente della Fondazione Mauro Gola esattamente come avviene in tutte le fondazioni bancarie italiane. E soprattutto perché ridurre Giuliana Cirio a “sorella del governatore” significa ignorare deliberatamente un curriculum decennale e che precede largamente l’ascesa politica del fratello Alberto Cirio.

Laureata in Economia Aziendale, ingresso nel mondo bancario nel 1987 alla Cassa di Risparmio di Cuneo, poi esperienze in Banca d’Alba e Banca Regionale Europea. Impieghi, lavori, non certo incarichi politici. Quindi il Master biennale in Programmazione Neurolinguistica a Nizza, la lunga esperienza manageriale culminata nel ruolo di direttore generale di Confindustria Cuneo dal 2015 e, dal 2024, la presidenza della Fondazione Industriali Ets.

Anzi, chi conosce davvero gli ambienti cuneesi racconta quasi il contrario della “narrazione” agitata in queste ore: la parentela con il governatore, più che spalancarle porte, in diversi casi le avrebbe persino chiuse. Proprio per evitare polemiche preventive su incarichi pubblici che, curriculum alla mano, avrebbe potuto rivendicare senza difficoltà.

Politica e fondazioni

Ed è qui che il ragionamento si ribalta. Perché mentre ad Asti il tema riguarda la possibile sovrapposizione tra potere politico e potere bancario, a Cuneo il rischio vero è un altro: l’invasione della politica dentro la sfera di autonomia delle fondazioni. Che un partito o un parlamentare pretendano di sindacare una nomina tecnica e fiduciaria sulla base di un cognome, senza contestarne competenze o percorso professionale, apre infatti un precedente assai più delicato di quanto sembri.

Alla fine, fare di tutta l’erba un fascio produce un solo risultato: confondere i casi realmente problematici con quelli costruiti a tavolino per convenienza polemica. E così, mentre ad Asti il “sistema Rasero” continua inevitabilmente a sollevare interrogativi politici robusti, a Cuneo il rischio è assistere all’ennesima cagnara ideologica dove il merito sparisce e resta solo il cognome.

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