Le riforme dei reazionari

Alcune riforme, o presunte tali, vengono annunciate con toni trionfalistici e accompagnate da un’intensa esposizione mediatica. Altre, invece, passano sotto silenzio e non godono di grande pubblicità, pur incidendo pesantemente sulla vita di tante persone.

Tra queste ultime spicca la “Riforma scolastica degli istituti tecnici”, approvata tramite decreto del Ministro dell’Istruzione il 19 febbraio scorso, ma resa di dominio pubblico solo nei primi giorni di marzo, a iscrizioni scolastiche già concluse. Un ritardo comunicativo inspiegabile: sarebbe stato infatti opportuno informare per tempo famiglie e studenti sulle novità normative volute dal Ministro Valditara, così da permettere loro di valutare la reale offerta formativa del percorso scolastico scelto.   

Le modifiche apportate al piano di studio degli istituti tecnici sono considerevoli. Prevedono una netta diminuzione delle ore destinate alle materie teoriche, a vantaggio di quelle di laboratorio e delle attività presso le aziende esterne. Secondo gli estensori della “Riforma”, molto simile a quella già abbozzata dal Governo Draghi, le scuole superiori tecniche non riuscirebbero oggi a favorire l’ingresso degli studenti nel mondo del lavoro. Limite dovuto, a detta degli esperti del Ministro, a un disequilibrio tra l’insegnamento delle materie culturali e il tempo dedicato alla specializzazione professionale.

Il Ministero ha così decretato, per il prossimo anno scolastico, una notevole riduzione delle ore di geografia (insegnata solo al primo anno), nonché di quelle di italiano (ridotte da 132 a 99) e di matematica (da 132 a 99). I docenti, rimasti all'oscuro di quanto si stesse elaborando nel dicastero di Valditara, contestano soprattutto la fusione di materie quali fisica, chimica, biologia e scienze della terra in un’unica disciplina chiamata “Scienze sperimentali”. Questo nuovo insegnamento complessivo godrà di un numero di ore settimanali inferiore rispetto alla somma di quelle previste oggi per le singole materie.

Il corpo insegnante, che nelle scorse settimane ha manifestato il proprio dissenso in piazza, denuncia inoltre l’assenza di qualsiasi confronto nei tavoli di lavoro, riservati agli esperti ma preclusi a chi vive la scuola ogni giorno. Un’esclusione che è oramai prassi per la politica, soprattutto per i seguaci del “partito dei Riformisti”: un’aggregazione politica trasversale, che tra i suoi principi fondanti non annovera valori quali il dialogo e il confronto partecipativo.

Il termine “Riforma”, tanto caro ai liberal-democratici, dovrebbe essere riferito a progetti di miglioramento del quadro normativo a favore dei cittadini. Potrebbe, per esempio, porsi l’obiettivo di salvare la sanità pubblica, il welfare o il diritto allo studio, garantendo una giustizia uguale sia per potenti che per i lavoratori. Al contrario, le odierne “riforme” includono sempre manovre utili a privatizzare i settori pubblici, oppure a piegarli al servizio dell’industria e della finanza, con buona pace dei servizi essenziali e della cultura.

Un tempo, queste operazioni parlamentari, sarebbero state definite “Controriforme”. Le riforme “vere” sono state generate nel dopoguerra, grazie alla Costituzione e al decennio della partecipazione e delle contestazioni di piazza. Un’epoca incentrata sulla lotta per riconoscere garanzie e dignità alle fasce più deboli della popolazione: operai, figli dei lavoratori, famiglie proletarie e piccolo-borghesi. Oggi, al contrario, si tende a demolire quelle conquiste, riproponendo di fatto una scuola di classe: sistema scolastico in cui i licei sono riservati ai pochi che possono permetterseli, mentre per tutti gli altri la preparazione prevede lo stretto necessario per poter lavorare “sotto padrone”.

Un sistema elitario che si riflette anche nell’accesso all’università, consentito a un numero sempre più esiguo di studenti: coloro che hanno le possibilità economiche per accedervi. Basti pensare che il costo per sostenere i corsi di preparazione ai test d’ingresso di Medicina si aggirava, un paio di anni fa, intorno ai 6.500 euro: una cifra certamente non alla portata di tutti.

Il Ministro all’Istruzione attua cambiamenti radicali nella scuola immaginando una società ottocentesca. Il mondo scolastico moderno, per essere davvero tale, deve affiancare la conoscenza di storia, geografia, italiano e matematica alle competenze tecniche. Offrire uno sguardo libero e consapevole sul mondo non impedisce di essere bravi lavoratori: la consapevolezza derivata dalla cultura consente però di non cadere nella rete della retorica e degli slogan di chi governa.

La nuova scuola andrà quindi incontro alle aziende, le quali richiedono profili alti anche per ricoprire ruoli impiegatizi o di sola manovalanza. Qualsiasi offerta di lavoro prevede la conoscenza di almeno due lingue, ampie capacità informatiche, spiccate doti di “problem solving” e, naturalmente, bella presenza. Il tutto per stipendi da fame che si aggirano tra i 500 e i 800 euro lordi al mese: una crudele beffa di fronte ai consistenti sacrifici economici affrontati dalle famiglie per fare studiare i propri figli.

Un drammatico quadro sociale che non sembra destinato a migliorare, poiché non prioritario dalla spinta riformatrice di cui si è fatta carico la grande famiglia liberal dei “Riformisti”.

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