Leonardis alla Stampa, scatta l'allarme. Ticket Di Rosa-Tancredi alla direzione
17:39 Giovedì 28 Maggio 2026L'editore abruzzese accolto dalla sirena antincendio mentre si presenta in redazione nel suo primo giorno da padrone. La Busiarda finisce a una compagnia di giro tra Toto, fondazioni, industriali piemontesi ed Elkann, rimasto sotto mentite spoglie. Tolda di comando affollata
Nemmeno il tempo di presentarsi alla redazione e già è suonato l’allarme. Letteralmente. Quando Alberto Leonardis si è affacciato oggi in via Lugaro per incontrare i giornalisti della Stampa dopo il perfezionamento dell’acquisizione del quotidiano, nel palazzo è improvvisamente scattato l’allarme antincendio. Inviti (disattesi) all’evacuazione, brusio, facce sospese tra l’incredulo e il divertito. E per molti, inevitabilmente, pure un segnale. O un presagio, almeno secondo l’ironia – non esattamente serena – che da settimane attraversa corridoi e scrivanie del giornale torinese.
Anche perché l’editore abruzzese si è presentato all’appuntamento con circa un’ora di ritardo, dettaglio che in una redazione già piena di interrogativi sul futuro non è passato inosservato. E così, tra sensori impazziti e battute da cronisti navigati, il primo giorno della nuova era della Busiarda ha finito per assomigliare perfettamente al clima che accompagna l’operazione: curiosità, inquietudine, scetticismo e la sensazione diffusa che il difficile inizi proprio adesso.
La Stampa è passata di mano. Dopo mesi di retroscena, smentite a mezza bocca, trattative finite nel nulla e pellegrinaggi tra fondazioni, imprenditori e salotti subalpini, il gruppo Sae ha completato l’operazione di acquisizione del quotidiano torinese e dei rami d’azienda collegati. Lascia definitivamente l’orbita Gedi-Exor, ma non finisce affatto nelle mani di un padrone solo. Anzi: il vero problema, adesso, sarà capire quale linea potrà avere un giornale con una compagine tanto variegata, eterogenea e affollata di soci, stakeholder, padroni e padroncini.
Perché un conto è comprare una testata. Un altro è governarla. E con questa geografia azionaria dare una linea alla Stampa rischia di diventare un’impresa da titani: un pezzo di Sae, un pezzo di Toto, un pezzo di Exor travestita da fondazione, un pezzo di industriali piemontesi, un pezzo di fondazioni bancarie, un pezzo di assicurazioni, un pezzo di Modena, un pezzo di Federtennis (attraverso il braccio commerciale di Angelo Binaghi). Più che un editore, una conferenza dei servizi.
La nuova scatola
Per portare a termine l’operazione, Sae ha costituito una sub holding, Sae Piemonte, partecipata al 51% dal gruppo di Leonardis e al 49% da Toto Holding. Sarà questa la cassaforte destinata alla partecipazione di maggioranza nella società La Stampa Sae, proprietaria della testata.
A guidare la nuova macchina aziendale saranno Massimo Briolini, amministratore delegato, e Paolo Ceretti, presidente. Due nomi chiamati a tenere insieme non soltanto i conti, ma soprattutto gli equilibri di un’operazione che nasce già complicata nella sua architettura. Perché attorno a Leonardis tavolo siedono soggetti con storie, interessi e pesi molto diversi. E il nome di Ceretti, più di ogni altro, certifica come gli Elkann abbiano sì venduto La Stampa, ma abbiano preteso di continuare a esercitare una certa influenza. Ceretti, infatti, non è soltanto un manager di lungo corso: è l’attuale presidente di Gedi ed è soprattutto un uomo cresciuto dentro l’universo Fiat-Ifil-Exor. La sua presenza è dunque molto più di una semplice garanzia di continuità manageriale: è la dimostrazione plastica che il filo tra via Lugaro e la galassia Elkann non è stato affatto reciso. E si capisce molto di come siano state condotte le trattative.
Formalmente Exor esce dalla proprietà diretta, sostanzialmente continua a presidiare il giornale attraverso uomini, fondazioni e assetti societari. E questo aggiunge un ulteriore livello di complessità a un equilibrio già delicatissimo, in cui convivono Leonardis, Toto, fondazioni bancarie, industriali piemontesi e soci territoriali. Più che una nuova proprietà, una coalizione editoriale.
Nel capitale della nuova La Stampa Sae, il gruppo Sae avrà il 51% e dunque la responsabilità editoriale e industriale del progetto. Il restante 49% sarà in mano agli azionisti di minoranza. Dentro ci sono, con il 22%, la Fondazione 9 febbraio 1867, creata da Exor per apportare i mezzi necessari all’operazione. A cui si aggiunge la Fondazione La Stampa-Specchio con l’1%. C’è Paip, Partecipazioni Associazioni Industriali Piemontesi, veicolo di nuova costituzione formato dalle associazioni imprenditoriali di Cuneo, Novara Vercelli Valsesia, Asti e Torino, con l’8,33%. C’è Reale Mutua Assicurazioni con il 6%. C’è la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo con il 5%. E, fuori dal perimetro strettamente piemontese, la Fondazione di Modena con il 6,67%.
Il senso dell’operazione è evidente: La Stampa non è più il giornale degli Agnelli, ma non diventa neppure soltanto il giornale di Leonardis. Diventa un condominio editoriale. E come in tutti i condomini, il problema non è comprare l’appartamento: è decidere chi paga le spese, chi tiene le chiavi e chi pretende di scegliere il colore delle tende.
La tolda di comando
Il nuovo assetto editoriale è altrettanto significativo. In attesa di definire il perimetro dell’ingaggio di Maurizio Molinari – che dovrà presidiare gli Stati Uniti (forse con un dorso specifico) – alla direzione arriverà Antonio Di Rosa, nome di peso, curriculum lungo e mestiere vero. Nato a Messina nel 1951, passato dal Giornale di Sicilia al Giornale di Calabria, poi alla Gazzetta del Popolo e quindi alla Stampa, Di Rosa ha attraversato il giornalismo nazionale ai piani alti: Corriere della Sera con Paolo Mieli, direzione del Secolo XIX, direzione della Gazzetta dello Sport, poi LaPresse e Nuova Sardegna. La scelta di Di Rosa serve a Leonardis per dire a Torino: non vi porto soltanto un uomo del mio giro, vi porto un direttore di rango. Un decano, una vecchia volpe, uno che conosce le redazioni, il potere, i giornali e anche la città. È la soluzione più rassicurante per una piazza che guarda alla nuova proprietà con curiosità, ma anche con una certa diffidenza.
Il ruolo di vicedirettore vicario ed esecutivo sarà affidato a Luciano Tancredi, attuale direttore della Nuova Sardegna. Ed è qui che torna la battuta sulla “Stampa d’Abruzzo”. Tancredi, nato all’Aquila nel 1965, è paesano e amico d’infanzia di Leonardis. Ha una carriera solida: Messaggero di Roma dal 1986 al 2012, cronaca, cultura, grandi fatti di nera, Somalia, Kosovo, redazioni locali, Marche, Interni. Poi i palazzi: portavoce alla Presidenza del Consiglio al fianco di Giovanni Legnini nel governo Letta, relazioni istituzionali per Ads, Condotte, Fincantieri. Dal 2021 al 2024 ha diretto Il Tirreno, poi Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio Emilia e Nuova Ferrara, quindi la direzione editoriale Sae e infine la Nuova Sardegna. Secondo i rumors dopo pochi mesi di avviamento potrebbe diventare lui il numero uno.
A Roma ci sarà Alessandro De Angelis, vicedirettore con base nella Capitale. Anche lui aquilano, classe 1976, giornalista politico, volto televisivo, autore e conduttore. Laureato con lode in storia contemporanea a Bologna, ha lavorato al Messaggero, poi al Riformista, quindi all’Huffington Post Italia, dove è diventato vicedirettore ad personam. In tv è passato da Servizio pubblico di Michele Santoro a Mezz’ora in più di Lucia Annunziata, da Piazzapulita a Otto e mezzo. Dal dicembre 2024 è alla Stampa. E nel suo profilo pesa anche la relazione con Anna Maria Bernini, ministra dell’Università (Forza Italia): dettaglio che in un Paese normale resterebbe privato, ma nel suk romano dell’editoria e della politica diventa inevitabilmente materia di lettura.
Restano vicedirettori Gianni Armand-Pilon, destinato però ad essere accompagnato alla pensione, Giuseppe Bottero e Massimo Righi. Andrea Malaguti, l’attuale direttore, resterà come editorialista in attesa di una sistemazione. Nei mesi scorsi si era parlato di Avvenire, ipotesi già raccontata dallo Spiffero. Fuori invece Federico Monga: dopo aver cercato di rientrare nell’orbita del gruppo Caltagirone, gli sarebbe stata offerta la direzione del Tirreno, altra testata Sae, ma avrebbe rifiutato.
Le rassicurazioni dell’editore
Leonardis presenta l’acquisizione come un passaggio decisivo nella crescita del gruppo Sae. Nella nota ufficiale si parla di continuità, stabilità industriale, indipendenza editoriale, affidabilità, rispetto dell’identità della testata, vocazione territoriale, nazionale e internazionale. Tutto il lessico delle grandi occasioni, insomma. Il fondatore di Sapere Aude Editori rivendica un progetto fondato su asset innovativi, comunicazione integrata, sostenibilità e competitività.
Secondo Leonardis, il percorso degli ultimi anni ha costruito “una realtà solida”, con “importanti marginalità” e fatturato in crescita. E l’acquisizione della Stampa, sostiene, sarebbe stata resa possibile anche da una raccolta di investimenti superiore alle aspettative. Obiettivo dichiarato: portare il quotidiano torinese “ancora più al centro del panorama mediatico”, innovandolo e valorizzandone talenti, tradizione e identità.
La promessa è ambiziosa. Ma il punto resta sempre lo stesso: quale identità? Quella torinese? Quella nazionale? Quella internazionale? Quella sabauda, quella progressista, quella moderata, quella da centro-sinistra ben pettinato, quella da giornale della borghesia produttiva, quella da piattaforma digitale integrata o quella da house organ di un condominio di soci?
La carica dei soci
Gli azionisti piemontesi capitanati dal presidente dell’Unione Industriali di Torino Marco Gay dicono di partecipare al progetto portando il capitale necessario al rilancio della nuova Stampa. L’investimento viene presentato come un atto di fiducia nel territorio e come volontà di consolidare il legame tra il giornale e le realtà istituzionali e imprenditoriali piemontesi. Parole nobili. Ma anche qui, al netto dei comunicati, la fotografia è chiara: la Torino economica, almeno una parte, è stata chiamata a contribuire al salvataggio simbolico del suo quotidiano storico.
Non tutte le porte, però, si sono spalancate. Nei mesi scorsi lo Spiffero aveva raccontato il lavoro di cucitura finanziaria di Leonardis, con quote da raccogliere qua e là e un fabbisogno complessivo stimato tra i 40 e i 50 milioni per comprare il giornale e reggere davvero la baracca. Si era parlato di una sorta di colletta tra imprenditori, sponsor territoriali, fondazioni, cooperative e banche. Alla fine alcuni soggetti sono entrati, altri no. Le grandi fondazioni torinesi, come Crt e Compagnia di San Paolo, hanno preferito sfilarsi. Dentro ci sono invece Fondazione CrCuneo, Reale Mutua, il veicolo delle associazioni industriali piemontesi, la fondazione creata da Exor, Specchio dei tempi e la Fondazione di Modena. Una geografia che dice molto: Torino partecipa, ma non si consegna in blocco. E soprattutto non cancella l’impressione di un’operazione costruita per sommatoria, più che per forza patrimoniale di un unico grande investitore.
Il fattore Toto
La vera novità politica dell’ultimo tratto della trattativa è stata l’ingresso di Carlo Toto. L’imprenditore di Chieti, attivo nelle costruzioni infrastrutturali e nelle concessioni autostradali, era già balzato nelle cronache editoriali per l’acquisizione del 40% del quotidiano romano Il Tempo dagli Angelucci. Ora entra nella partita della Stampa attraverso Toto Holding, che partecipa al 49% di Sae Piemonte. Altro tassello della “Stampa d’Abruzzo”. Perché tra Leonardis dell’Aquila, Toto di Chieti, Tancredi e De Angelis dell’Aquila, la nuova filiera del giornale torinese sembra avere più radici sotto il Gran Sasso che sotto la Mole.
Battute a parte, il peso di Toto non è folclore. È uno degli elementi che ridefiniscono l’operazione. Prima si parlava di una quota attorno al 25% nella nuova società; ora il veicolo Sae Piemonte certifica un ruolo ancora più strutturale nell’impalcatura societaria. Un partner finanziario forte, certo. Ma anche un altro centro di gravità in un giornale che dovrà già fare i conti con Exor, Sae, fondazioni, industriali e assicurazioni.
La linea: centrosinistra ben pettinato
Nei retroscena circolati nelle ultime settimane, la missione editoriale attribuita al nuovo corso sarebbe quella di riportare la Stampa a un posizionamento più tradizionale: un centro-sinistra moderato, ben pettinato, privo delle punte più militanti della stagione di Massimo Giannini, ben ancorato al territorio e con una forte vocazione internazionale.
In questa chiave torna anche il nome di Molinari, ex direttore della Stampa e poi di Repubblica, indicato come possibile artefice di un dorso americano destinato al mercato statunitense, con la partecipazione di imprenditori d’Oltreoceano. Anche qui, però, la domanda è inevitabile: una linea così sofisticata, tra Torino, Roma, Abruzzo, New York, fondazioni e industriali, chi la decide davvero?
Di Rosa può dare autorevolezza. Tancredi può garantire l’esecuzione. De Angelis può presidiare Roma e il circuito politico-mediatico. Ma sopra di loro c’è un azionariato in cui la pluralità rischia di diventare frammentazione. Se il giornale dovrà essere insieme territoriale, nazionale, internazionale, moderato, innovativo, indipendente, piemontese, romano, americano e un po’ abruzzese, il rischio è che alla fine non si capisca più quale Stampa si voglia fare.
La lunga marcia di Leonardis
Per capire il punto di arrivo bisogna tornare indietro. Sae nasce nel 2020, quando Gedi cede una parte delle testate locali: Il Tirreno, Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Modena e Nuova Ferrara, cui si aggiungeranno poi La Provincia Pavese e La Nuova Sardegna. Leonardis, manager e business developer con oltre trent’anni di esperienza tra editoria, media, consulenza finanziaria e Ict, si presenta come l’uomo capace di costruire un nuovo polo dell’informazione locale.
Il disegno originario era ambizioso: non solo giornali, ma un ecosistema di comunicazione, contenuti digitali, servizi, formazione, iniziative collaterali. Si parlava di centri multimediali, scuole di giornalismo digitale, graphic journalism, progetti capaci di attrarre contributi pubblici e privati. Un modello integrato, come ama definirlo Leonardis. Poi però sono arrivati anche i problemi e molti di questi progetti sono rimasti sulla carta.
La Busiarda, insomma, è salva. O almeno venduta. Ora deve solo capire a chi dovrà rispondere quando suonerà il telefono.



