"Preferisco di no". I peones tifano per le liste bloccate
Davide Depascale 07:00 Venerdì 29 Maggio 2026Il nuovo testo dello Stabilicum non scioglie il nodo delle preferenze. Meloni le vuole, anche per arginare Vannacci. Montaruli (FdI) apre all'opposizione: "Il dialogo è sempre auspicato". Il dem Fornaro prende tempo: "Vedremo in fase emendativa"
La nuova legge elettorale cambia faccia, ma non cambia davvero natura. Il testo modificato dello Stabilicum, presentato due giorni fa dalla maggioranza, corregge alcuni aspetti del premio di maggioranza, alza la soglia necessaria per ottenerlo e introduce qualche cautela in più nel coordinamento tra Camera e Senato. Ma il vero nodo politico resta intatto, e il suo nome continua a terrorizzare mezzo Parlamento: le preferenze.
Il dibattito ufficiale ruota attorno alla governabilità, alla stabilità e all’esigenza di evitare maggioranze disomogenee tra i due rami del Parlamento. Quello reale, invece, si consuma tutto dentro i partiti e riguarda gli equilibri di potere. Perché le preferenze, se reintrodotte, cambierebbero radicalmente la geografia del consenso all’interno delle forze politiche.
Stabilicum bis
Il testo aggiornato dello Stabilicum riduce il tetto massimo del premio di maggioranza e porta dal 40 al 42 per cento la soglia necessaria per farlo scattare. Inoltre coordina l’assegnazione del premio tra Camera e Senato, evitando che possa essere attribuito in una sola delle due Camere. Sparisce invece il ballottaggio, elemento che molti costituzionalisti consideravano l’unico vero correttivo capace di restituire agli elettori una scelta netta sulla maggioranza di governo. Restano però le liste bloccate. Ed è proprio qui che si gioca la partita vera.
La premier Giorgia Meloni continua a spingere per la reintroduzione delle preferenze. E non è un caso che a sostenerla apertamente sia anche il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, diventato una sorta di grimaldello per aprire un fronte dentro l’ala moderata della maggioranza, mettendo pressione soprattutto a Forza Italia. Perché gli azzurri, almeno teoricamente, avrebbero tutto l’interesse a reintrodurle.
Dilemma azzurro
Basterebbe guardare ai governatori. In Piemonte Alberto Cirio sarebbe in grado di trascinare il partito ben oltre il proprio peso elettorale attuale. Lo stesso discorso vale in Calabria con Roberto Occhiuto o in Campania con Fulvio Martusciello, figure che sul territorio dispongono di pacchetti di consenso personali notevoli. Le preferenze rafforzerebbero i notabili locali, gli amministratori radicati, i governatori e i consiglieri regionali: tutta classe dirigente che vive di consenso diretto e non di nomina dall’alto.
Eppure Forza Italia resta fredda. Il motivo porta inevitabilmente a Marina Berlusconi, che nel partito non ha incarichi formali ma continua a conservarne le chiavi, a partire da quelle della cassaforte. Con le preferenze, il controllo delle candidature sfuggirebbe inevitabilmente ai vertici nazionali e alle segreterie. La selezione della futura classe dirigente diventerebbe meno centralizzata e molto più contendibile.
Nemico interno
Ma Meloni deve guardarsi soprattutto dentro casa. Perché i veri nemici delle preferenze siedono spesso tra i banchi della maggioranza. Sono i famigerati peones, arrivati a Montecitorio e Palazzo Madama grazie alla fedeltà alle segreterie più che a un consenso personale costruito sui territori. Per loro le liste bloccate rappresentano una garanzia di sopravvivenza politica. Le preferenze, invece, significherebbero misurare davvero il proprio peso elettorale.
Il tema attraversa infatti trasversalmente tutti i partiti. I peones esistono in Fratelli d’Italia come nel Partito Democratico, nella Lega come nel Movimento 5 Stelle. E ovunque convivono con figure che, invece, le preferenze saprebbero prenderle eccome.
Chi guarda con interesse alla riforma sono soprattutto i consiglieri regionali. A differenza di deputati e senatori, loro il consenso devono costruirselo davvero. Le preferenze le cercano già oggi e mantengono un rapporto quotidiano con il territorio. Per molti amministratori locali, una riforma di questo tipo potrebbe trasformarsi in un trampolino verso Roma nel 2027.
L’ombra nera del generale
C’è però anche un’altra ragione che spinge Meloni a insistere sul tema: l’ombra del generale Roberto Vannacci. Dopo l’uscita dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale, l’ex vicesegretario del Carroccio è diventato un’incognita seria per il centrodestra. I sondaggi lo descrivono in crescita e il risultato di Vigevano alle amministrative – dove il suo movimento ha raggiunto la doppia cifra – ha acceso più di un allarme nella coalizione.
Paradossalmente, proprio le preferenze potrebbero contribuire ad arginarlo. Vannacci dispone di un forte consenso personale, ma non ha ancora costruito una rete territoriale strutturata né una classe dirigente radicata. In un sistema a preferenze, il peso degli amministratori locali e dei candidati forti sui territori potrebbe limitarne l’espansione.
Nonostante questo, il generale continua a sostenere la reintroduzione delle preferenze: approvarle gli toglierebbe però uno degli argomenti più efficaci contro i partiti tradizionali, quello delle nomine dall’alto.
La questione rischia inoltre di diventare una mina anche per il campo largo. Giuseppe Conte si è espresso a favore delle preferenze, mentre Elly Schlein resta molto più prudente. Nel Pd, infatti, la reintroduzione potrebbe rafforzare soprattutto l’ala riformista, che spesso coincide con quella amministrativa del partito: quella che può contare su sindaci, consiglieri regionali e reti territoriali consolidate. Ottimo per i risultati del partito, ma non esattamente un affare per la segretaria.
Polpetta avvelenata nel campo largo
L’altro grande punto della riforma è l’obbligo di indicare un candidato premier al momento della presentazione delle liste e del programma. Il nome non comparirà sulla scheda — la nomina del presidente del Consiglio resta prerogativa del capo dello Stato — ma politicamente rappresenta una svolta enorme.
Per il centrodestra il problema, oggi, non esiste: la leadership di Meloni non è in discussione. Per il campo largo, invece, la norma rischia di trasformarsi in una trappola. Pd e Movimento 5 Stelle sarebbero infatti costretti a sciogliere prima del voto il nodo della leadership, senza poter rinviare la decisione a dopo le elezioni.
Non a caso il centrodestra considera questo punto una possibile arma negoziale nei confronti delle opposizioni. L’obiettivo è evitare un ostruzionismo parlamentare che possa rallentare o bloccare la riforma.
Prove di dialogo
L’alessandrino Federico Fornaro, deputato del Pd e membro della Commissione Affari costituzionali della Camera, si mantiene piuttosto scettico sulle possibilità di arrivare a un testo condiviso: “Vedremo in fase emendativa quanto sia concreta questa volontà di scriverla insieme, la riforma”.
Più dialogante la posizione della deputata torinese di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli, anche lei componente della stessa commissione: “Dipende da quali emendamenti verranno presentati, ma il dialogo è sempre auspicabile”.
La maggioranza punta, infatti, a portare il testo in aula alla Camera il 27 giugno, per approvarlo in prima lettura entro l’estate e poi trasferirlo al Senato senza troppi intoppi. Ma il vero rebus resta irrisolto: preferenze sì o no?
Timori e speranze
I peones sperano di no. I consiglieri regionali pronti allo sbarco a Roma nel 2027 la pensano in modo diametralmente opposto. Sullo sfondo resta poi l’incognita Vannacci: con il Rosatellum ancora in vigore, il centrodestra rischierebbe infatti di essere costretto a tenerlo in coalizione per evitare un bagno di sangue nei collegi uninominali.
E così, dietro il dibattito tecnico sul premio di maggioranza, continua a consumarsi il solito scontro della politica italiana: quello tra nominati e radicati, tra fedeltà alle segreterie e consenso personale. Le liste bloccate proteggono il Parlamento così com’è. Le preferenze, invece, rischiano di cambiarlo davvero. E chi ci è già dentro non ha alcun interesse a toccare lo status quo.



