SACRO & PROFANO

Repole spinge Prastaro a Novara e allunga il passo verso la Cei

Dominus dell'assemblea dei vescovi, il cardinale torinese viene ormai indicato come il naturale successore di Zuppi. Intanto lavora per portare il suo antico sodale boariniano sulla cattedra di San Gaudenzio. Ma i "lombardi" fanno resistenza

Si è conclusa l’Assemblea generale della Cei che ha visto il cardinale Roberto Repole svolgere un ruolo di primo piano e da vero dominus durante la conferenza stampa in cui, partendo dal documento di sintesi del Cammino sinodale della Chiesa italiana, ha offerto «qualche linea sintetica su cui convergere per rimettere in carreggiata la Chiesa italiana». Quindi «nuove ministerialità», «ruolo del laicato nel costruire comunità andando oltre le parrocchie» e «diritti umani». Poiché vicepresidente dell’area Nord è stato eletto il vescovo di Mantova, monsignor Gianmarco Busca, è quasi certo che, in orbe caecorum, toccherà al rampante arcivescovo di Torino assumere la presidenza dei vescovi italiani come successore di Matteo Zuppi. Almeno queste erano le voci più diffuse durante l’Assemblea.

Inoltre, due vescovi piemontesi hanno assunto la presidenza di commissioni episcopali: monsignor Bernardino Giordano, vescovo di Grosseto ma saluzzese di origine, per la famiglia, i giovani e la vita e monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti, per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra Chiese. Quest’ultimo che è percepito dai preti, non solo di Asti, come uno da temere e dal quale stare alla larga sta presentando in tutt’Italia il suo libro contro la smania di potere che porta a cercare incarichi e in cui eleva inni all’umiltà: «Si abusa del potere nel momento in cui ci si sostituisce alla coscienza dell’altro. Chi ha potere invece deve riconoscere la libertà altrui come proprio limite». Parole sante dette da chi ha conosciuto i tempi del seminario boariniano quando si mescolavano foro interno e foro esterno.

I santi in Paradiso di Prastaro

A spingere fortemente monsignor Prastaro sulla cattedra di San Gaudenzio si sta muovendo con vigore, forte della porpora e del prestigio acquisito, il suo antico sodale boariniano di seminario, lo stesso cardinale Repole. Se una simile eventualità prendesse corpo vorrebbe dire che l’altro candidato, l’ultimo ausiliare di Roma nominato da papa Francesco, monsignor Michele Di Tolve, nato a Milano, resterebbe in Vicariato oppure potrebbe andare a Como, come lui stesso preferirebbe. Per una soluzione “lombarda” a Novara – ma non necessariamente per Di Tolve – si stanno muovendo non solo i presuli della regione Lombardia, ma anche i vescovi “lombardi” del Piemonte: l’attuale titolare, Franco Giulio Brambilla, Egidio Miragoli, Luigi Testore. Tutti gli altri sono accodati al cardinale.

Una sfida tutta aperta e senza esclusione di colpi. Se Di Tolve arrivasse a Novara il Piemonte rischierebbe, dopo l’arrivo di Daniele Salera a Ivrea, di diventare una regione dove mandare in esilio le eredità sgradite del pontificato bergogliano. Tutto questo mentre volge al termine, in un clima da fine impero, l’episcopato brambilliano.

Alla Veglia di Pentecoste in cattedrale erano presenti 20 parrocchie su 300, 8 Unità pastorali su 24 e assenti parrocchie importanti. Sono stati conferiti i ministeri del catechista a 11 persone, del lettore a 7 persone e dell’accolito a 12: in tutto 30 persone in una diocesi che conta più di 500mila battezzati. Il vicario generale, il caro monsignor Fausto Cossalter, dopo aver continuato a chiedere e imporre obbedienza ai preti, da due anni fa il parroco a Verbania, sua città natale e in Curia a Novara lo si vede un giorno la settimana. Dalla sua unità pastorale nessuno pare fosse presente in cattedrale.

Aversano vede lo zucchetto

Un primo blocco di nomine alla diocesi di Torino, che confermano tutte le indiscrezioni dei giorni scorsi, è stato reso pubblico. Anche Carmagnola, patria di don Mario Aversano – che qualcuno vede sempre meno gregario e sempre più protagonista o addirittura in odore di zucchetto – è stata integrata nel sistema. Impressionante il numero di parrocchie affidate ad un singolo parroco. Esemplari i casi di don Martino Ferraris e di don Giovanni Manella, due preti non ascrivibili a nessuna corrente, ma grandi lavoratori, di buona dottrina e ubbidienti, che passano da due parrocchie a quattro o cinque. Li aspetta una vita da trascorrere in auto fra il monte e il piano, ma essendo giovani e ottimi preti faranno bene, l’importante è stare quieti.

Come tutti sanno, al vertice non interessano la provincia (se non alcuni feudi) e nemmeno la città (se non alcune parrocchie di ceto medio-alto) ma l’area metropolitana dove l’archetipo è sempre la Grugliasco di don Paolo Resegotti che si pensa di replicare ovunque, solo che nessuno possiede la sua tempra e la sua riconosciuta dedizione. In centro poi, con queste nomine, continuerà la chiusura di chiese e una lenta anestetizzazione.

La grande notizia è però che don Roberto Populin, classe 1973, parroco di Santa Croce, S. Giulio d’Orta e Santo Nome di Gesù, diventerà rettore della Comunità Propedeutica dove si formano i giovani per entrare in seminario, in sostituzione di don Simone Sassi.  Al suo posto andrà il giovane e aitante don Francesco Santamaria, parroco da nemmeno due anni della prestigiosa e ambita parrocchia della Crocetta che adesso, resasi vacante, potrà finalmente essere conquistata dai boariniani con lo scopo precipuo di porre termine al lungo regno di monsignor Guido Fiandino.

Al di là di tutto c'è un problema di metodo. Per effettuare un riassetto servirebbe un progetto delle realtà parrocchiali e territoriali con una linea non per forza concordata, ma quantomeno condivisa. Altrimenti ci si limita a riassettare nel puro stile “tappabuchista”. Si tira il lenzuolo per non vedere che il materasso è scoperto.

print_icon