RETROSCENA

Marrone appeso al calendario, sicuro solo con l'Election day

Le resistenze di azzurri e leghisti, il ruolo di Cirio, le praterie lasciate al centro da Lo Russo e la partita che si giocherà ai tavoli romani. Ma se il voto amministrativo coinciderà con le Politiche allora per la Meloni prevarranno le logiche di partito. Soprattutto a Torino

Chi conta i giorni per maturare il vitalizio, chi per tentare il salto a Roma e chi, invece, per conquistare la nomination per Palazzo civico. Se c'è un oggetto che in queste settimane accomuna Alberto Cirio, deputati, senatori e aspiranti candidati sindaco è il calendario. Lo osservano tutti, ma per ragioni diverse.

Il governatore sa che un voto troppo anticipato renderebbe assai più complicata qualsiasi tentazione di lasciare il Grattacielo. I parlamentari piemontesi, soprattutto quelli alla prima legislatura, guardano al mese di aprile come a una boa da doppiare per mettere in cassaforte il diritto alla pensione. E anche per chi l’assegno lo ha già in saccoccia, restare in carica fino all’ultimo giorno possibile significa spremere fino in fondo un mandato che per molti potrebbe non ripetersi. Con una nuova legge elettorale che incombe e promette di rimescolare candidature e collegi molti sono consapevoli che la rielezione è un terno al lotto. Poi c'è Maurizio Marrone.

Election day

L’assessore regionale sa che la sua investitura a sfidante ufficiale di Stefano Lo Russo è legata a doppio filo ai tempi della legislatura nazionale. Se le Comunali di Torino dovessero finire nello stesso giorno delle Politiche, la sua designazione diventerebbe molto più difficile da mettere in discussione. Un candidato di partito, conosciuto in città e riconoscibile, utile a trascinare la lista di Fratelli d’Italia. Se invece le due partite dovessero separarsi, allora si aprirebbe una lunga teoria di riflessioni, distinguo, trattative e ripensamenti. Al punto che una candidatura oggi considerata quasi naturale potrebbe improvvisamente smettere di esserlo.

Non è un mistero che dopo le prime settimane da avversario in pectore del sindaco Pd, dentro il centrodestra si sia rafforzato il fronte degli scettici. Un partito trasversale che attraversa Forza Italia, lambisce la Lega e trova più di un simpatizzante persino dentro Fratelli d’Italia. «Maurizio parla solo a una parte dell’elettorato, minoritaria persino nel centrodestra», osserva un autorevole papavero meloniano.

Candidato che non allarga

Il problema, spiegano gli alleati, non è la riconoscibilità. Quella a Marrone non manca. È semmai il contrario. Troppa riconoscibilità. Troppa identità. Troppa appartenenza. Tutte caratteristiche che fanno presa su una parte dell’elettorato ma che rischiano di trasformarsi in un limite quando occorre conquistare voti fuori dal recinto. Figuriamoci se sul suo nome potrebbero convergere i Moderati di Mimmo Portas, che pure siedono disciplinatamente nella maggioranza regionale. O Azione. Carlo Calenda aveva già espresso senza troppi peli sulla lingua il proprio pensiero quando Marrone, dopo il caso della “Bisteccheria d’Italia”, ereditò da Elena Chiorino la vicepresidenza della Regione. «La nomina di un filo putiniano, con una pessima storia di viaggi in Donbass e apertura di finti consolati, è di una gravità assoluta. Chiedo formalmente a Tajani e a Cirio di non accettare questa vergogna e di intervenire subito». La cosa non ebbe seguito e finì rapidamente nel dimenticatoio. Ma resta agli atti. E soprattutto racconta quanto sia complicato immaginare un allargamento verso il centro con Marrone candidato.

Anche perché il vicepresidente regionale, nelle sue prime uscite da pretendente a Palazzo Civico, non sembra aver scelto la strada della moderazione. Anzi. Ha ulteriormente marcato il proprio profilo identitario, suscitando più di un malumore nella coalizione. Eclatante, a tal proposito, la campagna di “Vesta”, il bonus regionale destinato al sostegno di famiglie con figli: manifesti affissi in città con cicogne disposte come fossero Frecce Tricolori, caratteri tipografici che evocano atmosfere da Ventennio e un’estetica che occhieggia a quell’immaginario postfascista che magari entusiasma una parte della destra ma non aiuta certo a conquistare l’elettorato moderato. Arrivando persino a indispettire Cirio, infastidito dal modo in cui una misura del governo regionale è stata trasformata in uno strumento di propaganda personale.

E pensare che proprio il governatore è stato finora uno dei principali sponsor della sua candidatura, sebbene non necessariamente per le ragioni che si potrebbero immaginare. Cirio continua a rivendicare quella “concordia istituzionale” che ha caratterizzato i rapporti tra il Grattacielo e Palazzo Civico e che, a ben vedere, ha prodotto finora più vantaggi per lui che per Lo Russo. In quest’ottica Marrone finisce per diventare il candidato ideale: accontenta il primo azionista della maggioranza regionale, e al tempo stesso consegna al sindaco uscente uno sfidante talmente caratterizzato, identitario e polarizzante da non rappresentare una minaccia irresistibile. Insomma, il candidato perfetto – il “miglior perdente” – per tenere in equilibrio la coalizione e non turbare troppo gli equilibri sotto la Mole.

Il Grimaldi di destra

Non è un mistero, del resto, che sia Forza Italia sia la Lega vedrebbero più volentieri un candidato diverso e meno divisivo. Magari uno di quei profili pescati nella solita, fumosa e spesso sopravvalutata società civile che periodicamente torna a popolare i sogni della politica torinese. Perché la vera obiezione che viene mossa a Marrone non riguarda tanto la sua collocazione politica, ma la sua capacità di vincere. O meglio, di allargare il consenso oltre il perimetro della destra identitaria. «Serve un candidato più inclusivo, più moderato», ripetono in molti.

E di fronte all’obiezione che le uniche volte in cui la coalizione si è avvicinata al colpaccio o è riuscita quantomeno a essere davvero competitiva sotto la Mole lo ha fatto con candidati dal profilo politico marcato come Raffaele Costa e Roberto Rosso, la replica è una staffilata: «Marrone è un’altra cosa». Non è il fatto di essere un politico a preoccupare gli alleati, spiegano. È il tipo di politica che incarna. «È minoritario nell’animo, settario e provocatore», taglia corto uno dei suoi detrattori. Fino alla definizione più feroce, che da alcuni suoi stessi compagni – pardon, sodali – di Fratelli d’Italia: «È il Marco Grimaldi del centrodestra». Un paragone che rende perfettamente l’idea. Un leader capace di mobilitare e rappresentare una minoranza molto definita, molto militante e molto riconoscibile, ma assai meno attrezzato quando si tratta di allargare il consenso verso quei ceti e quelle componenti che rappresentano la maggioranza della città.

Praterie moderate

Una scelta, quella di insistere su Marrone, che molti alleati giudicano tanto più incomprensibile alla luce di ciò che sta accadendo dall’altra parte della barricata. «E proprio mentre Lo Russo, spostandosi sempre più a sinistra per ingraziarsi Elly Schlein e Avs, lascia ampie praterie al centro», osservano all’unisono esponenti di Forza Italia e persino della Lega. Quel Carroccio che almeno in Piemonte è distante anni luce dalle fascinazioni per il generale Vannacci e guarda con più di una perplessità alle torsioni destrorse dello stesso Matteo Salvini.

È da questa considerazione che nasce una parte consistente delle resistenze alla candidatura di Marrone. Se il sindaco uscente continua a presidiare il campo progressista e a rafforzare il proprio asse con la sinistra, sostengono i suoi critici interni, il centrodestra dovrebbe concentrare i propri sforzi nel conquistare quell’elettorato moderato che rischia di restare senza rappresentanza. Esattamente il contrario di ciò che farebbe una candidatura percepita come identitaria e divisiva.

Lo schema in bilico

Non sorprende quindi che le prime lamentele siano già approdate nella Capitale. Perché la partita di Torino, come tutte quelle che riguardano i principali capoluoghi chiamati al voto nel 2027, non verrà decisa sotto la Mole. Al tavolo nazionale dove siedono i massimi rappresentanti dei partiti della coalizione si è aggiunto di recente anche Enrico Costa. E il nuovo capogruppo azzurro alla Camera, considerando le posizioni che ha sempre espresso e il lavoro politico che sta svolgendo in vista della partita di Cuneo, non viene esattamente annoverato tra gli estimatori più ferventi del vicepresidente piemontese.

È lì, assicurano diversi protagonisti, che la matassa potrebbe essere sbrogliata già entro l'estate. Anche perché nel frattempo rischia di saltare l’intero schema che sembrava definito per la spartizione dei capoluoghi piemontesi. Finora la bozza prevedeva Torino e Asti a Fratelli d’Italia, Novara e Alessandria alla Lega, mentre Cuneo sarebbe rimasta terreno civico sotto la benedizione di Cirio e Costa. Ma la geografia delle candidature è molto meno stabile di quanto sembri.

Ad Alessandria, ad esempio, dall’entourage di Paolo Zangrillo assicurano di non avere alcuna intenzione di arretrare sulla candidatura del consigliere regionale Davide Buzzi Langhi, figlio di Francesca Calvo, storica sindaca leghista scomparsa nel 2003. Una posizione che collide frontalmente con i piani del leader della Lega Riccardo Molinari, che continua invece a lavorare sul nome di Mattia Roggero.

Cosa conviene a Meloni

E poi c’è Torino. Perché il capoluogo piemontese potrebbe entrare insieme a Roma e Milano nella triade delle grandi candidature civiche che Antonio Tajani continua a proporre a livello nazionale. Uno scenario che cambierebbe completamente la partita e trasformerebbe Marrone da candidato quasi naturale a candidato da liquidare. Per questo il vicepresidente meloniano guarda con attenzione alle date.

Perché se Comunali e Politiche dovessero cadere nello stesso giorno, la candidatura di Marrone diventerebbe quasi naturale. A Giorgia Meloni interesserebbe soprattutto schierare nei grandi capoluoghi uomini di partito in grado di trascinare il consenso verso Fratelli d’Italia, soprattutto laddove strappare il Comune alla sinistra appare impresa improba. Se invece Torino dovesse andare al voto prima delle Politiche, la logica si rovescerebbe: non più il candidato più utile al partito, ma quello più utile alla coalizione. E non è affatto detto che le due figure coincidano. Anzi.