CAVOLETTI DI BRUXELLES

"L'Europa si gioca la credibilità". Energia e armi, il forno di Cirio

Dal Comitato delle Regioni il governatore piemontese sostiene la richiesta italiana di flessibilità sul Patto di stabilità. "Non possiamo spiegare ai cittadini che si può sforare per comprare un drone, ma non per aiutare un panettiere a pagare la bolletta"

Se Bruxelles dirà no, il problema non sarà soltanto italiano. A sostenerlo è Alberto Cirio che dal Comitato europeo delle Regioni mette sul tavolo una questione che va oltre i conti pubblici e arriva dritta al cuore della legittimazione dell’Unione Europea. Il governatore piemontese e vicesegretario nazionale di Forza Italia si schiera apertamente a sostegno della richiesta avanzata dal governo Meloni di attivare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per fronteggiare il nuovo caro energia innescato dalle tensioni internazionali e dalla guerra in Medio Oriente.

«Auspichiamo che la risposta della Commissione sia positiva, perché non ne va solo del benessere dell'Italia e della tutela delle realtà italiane. Ne va anche della credibilità dell’Europa», ha spiegato il presidente della Regione Piemonte durante un punto stampa a margine della riunione della commissione Risorse Naturali del Comitato delle Regioni.

Il punto sollevato da Cirio colpisce uno dei nervi scoperti dell'Europa di oggi. «La premier Meloni ha fatto bene a segnalare che oggi facciamo fatica a spiegare ai cittadini italiani che l’Europa ci lascia sforare il Patto per comprare un missile o un drone, ma non ci lascia sforare il Patto per aiutare un panettiere a pagare la bolletta del proprio forno, che è triplicata o quadruplicata a causa delle guerre internazionali».

Scostamento, la via italiana

Mentre Bruxelles cerca una soluzione, Palazzo Chigi punta sulla strada dello scostamento di bilancio e attende una risposta dalla Commissione europea. È questa la linea che Cirio considera prioritaria. Quanto all’ipotesi avanzata dalla Commissione di utilizzare i fondi di coesione per sostenere imprese e famiglie contro il caro energia, il governatore prova a raffreddare le polemiche: «È un ragionamento che è stato fatto. Non è un obbligo, è un’opportunità. Prima ancora vogliamo puntare a una posizione che crediamo l’Europa debba garantire». Una precisazione che ha una rilevanza politica. Perché proprio la proposta arrivata da Palazzo Berlaymont ha acceso uno scontro politico che attraversa partiti, regioni e istituzioni europee.

A mettere nero su bianco l'ipotesi è stato il vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme, Raffaele Fitto. L’esponente meloniano ha chiarito che non si tratta di sottrarre risorse ai territori ma di offrire a governi e regioni uno strumento aggiuntivo. «Non stiamo spostando alcuna risorsa. Stiamo dando un’opportunità alle Regioni e ai governi, responsabili dei programmi di rispettiva competenza», ha spiegato Fitto riferendosi alla possibilità di rimodulare le risorse della politica di coesione e del Just Transition Fund per attenuare gli effetti della crisi energetica.

La lettera inviata ai 27 governi europei individua tre possibili serbatoi finanziari: il Fondo di coesione, il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e il Just Transition Fund, nato per accompagnare le aree più esposte alla transizione energetica. Fitto rivendica la scelta ricordando che una revisione analoga è stata appena completata senza particolari contestazioni. «Abbiamo completato una revisione di 35 miliardi a livello europeo. L’Italia l'ha utilizzata per 7 miliardi». Da qui il suo stupore per «una polemica che non comprendo».

“Giù le mani dai fondi”

Ma le rassicurazioni non sono bastate. L’invito della Commissione è stato accolto con forte freddezza da molte Regioni. Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale ha parlato di una «beffa per l’Italia», mentre il governatore toscano Eugenio Giani ha invitato a non utilizzare risorse già destinate allo sviluppo territoriale. Ancora più duro il Movimento 5 Stelle con Giuseppe Conte: «Giù le mani dai fondi di coesione». Sulla stessa lunghezza d’onda la segretaria del Pd Elly Schlein, che propone di finanziare gli interventi contro il caro energia utilizzando gli introiti derivanti dal sistema Ets e gli extraprofitti energetici.

Le perplessità arrivano persino da settori del centrodestra. Letizia Moratti, europarlamentare del Ppe e presidente della Consulta nazionale di Forza Italia, avverte che la politica di coesione non può trasformarsi nel «bancomat» dell’Europa per affrontare emergenze contingenti, perché così si rischia di compromettere investimenti strategici già programmati nei territori. Ancora più netta la presidente del Comitato europeo delle Regioni, l’ungherese Kata Tüttő: «Indicare i fondi di coesione come bancomat di emergenza, ancora una volta, trasforma la politica di investimento in un’aspirina». Una critica alla quale Fitto ha replicato seccamente: «Si chiama flessibilità. L’hanno chiesta le Regioni. Bruxelles ha risposto. Non obblighiamo nessuno».

Il nodo del controllo sui territori

Dietro la disputa sulle bollette si intravede però una questione ben più profonda: il controllo delle risorse territoriali. Negli ultimi anni il Fondo sviluppo e coesione è stato progressivamente accentrato dal governo nazionale attraverso accordi bilaterali Stato-Regioni e un forte coordinamento con gli obiettivi del Pnrr. Parallelamente Bruxelles sta valutando una riforma della futura politica di coesione che potrebbe portare a una gestione più centralizzata dei fondi europei, accorpando strumenti oggi distinti e riducendo gli spazi di autonomia regionale.

Un’ipotesi che preoccupa il Comitato europeo delle Regioni e numerosi enti locali, convinti che una gestione troppo centralizzata rischi di penalizzare le specificità territoriali. Non è un dettaglio. Per molte Regioni quelle risorse sono già impegnate in programmi di sviluppo, infrastrutture, transizione energetica e coesione sociale. Ripensarle oggi per finanziare l'emergenza energetica significherebbe inevitabilmente togliere soldi da qualche altra parte.

Italia aspetta Bruxelles

Nel frattempo, la Commissione europea continua a lavorare sulla richiesta italiana di maggiore flessibilità fiscale. Secondo Fitto, Bruxelles è impegnata a «individuare una soluzione adeguata». Un primo passaggio arriverà mercoledì con il pacchetto di primavera del semestre europeo, che conterrà le valutazioni economiche sui singoli Paesi. Per l’Italia dovrebbe essere confermata la procedura per deficit eccessivo, considerato che il disavanzo previsto per il 2025 resta sopra la soglia del 3% del Pil.

Resta aperta anche la partita sul sistema Ets, che il governo Meloni vorrebbe sospendere. Un primo confronto politico è previsto il 24 giugno, quando la Commissione discuterà l’eventuale avvio di una revisione del meccanismo.

Fino ad allora, la partita resta sospesa tra Bruxelles e Roma. Con Cirio che prova a trasformarla in una questione di principio europeo: se si possono allentare i vincoli per la difesa, sostiene il governatore, allora dovrebbe essere possibile farlo anche per difendere imprese, famiglie e attività produttive dall’ennesima fiammata delle bollette. Perché, alla fine, il problema non è soltanto quanto costa un missile. Ma anche quanto costa tenere acceso il forno di un panettiere.

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