Il diritto "primario" calpestato
Juri Bossuto 06:00 Giovedì 04 Giugno 2026
Il 31 maggio scorso le agenzie stampa hanno lanciato la notizia di una petroliera russa intercettata nell’Oceano Atlantico, a 750 km circa di distanza dalla Bretagna, da navi militari francesi. Da Parigi, il Presidente ha giustificato l’operazione accusando l’equipaggio di aver violato le sanzioni internazionali: un commercio che, a detta dell’Eliseo, finanzia direttamente la guerra contro Kiev.
Altre fonti sostengono invece che la nave fosse diretta verso un Paese “neutrale”, probabilmente Cuba: un carico prezioso destinato a sostenere l'isola caraibica, storicamente colpita dall’embargo statunitense inasprito sotto la presidenza Trump. L’Avana non rientra tra le capitali che hanno sanzionato economicamente Mosca, quindi, se la destinazione della petroliera venisse confermata, l’arrembaggio francese potrebbe rivelarsi a tutti gli effetti un atto di pirateria.
Nei giorni precedenti un drone ucraino, dotato (secondo le fonti russe) di motore di propulsione fabbricato in Italia, ha colpito un dormitorio studentesco a Starobelsk, nella regione di Lugansk. L’attacco è stato denunciato dal presidente della Repubblica popolare, Leonid Pasechnik. Il Presidente della Federazione Russa lo ha definito un “attacco terroristico compiuto dal regime neonazista che ha preso il potere a Kiev”.
L’Unione Europea non ha commentato la notizia, mettendo anzi in dubbio la veridicità dei fatti denunciati dalle autorità ucraine russofone di Lugansk. Al contrario, Bruxelles non osa pronunciare neppure una timida parola di condanna nei confronti di Netanyahu: impegnato nella distruzione del Libano dopo aver raso al suolo la striscia di Gaza. Una politica dei “due pesi e delle due misure” che raggiunge il suo apice nella recente decisione di voler accelerare l’ingresso di Kiev nell’Unione stessa, una mossa da cui deriverebbe un ulteriore innalzamento della tensione tra i Paesi del Patto Atlantico e Mosca.
Il diritto primario europeo, ossia il Trattato sull’Unione, disciplina le condizioni necessarie affinché una nazione di entrare nell’istituzione di Bruxelles. L’articolo 49 del Trattato prevede che i Paesi candidati all’adesione rispettino una serie di valori fondamentali, tra cui la garanzia della dignità umana per i propri cittadini e il rispetto dei diritti umani e delle minoranze linguistiche, incluse quelle russofone (art. 2). Inoltre, i governi che richiedono l’adesione ai trattati istitutivi della nuova Europa, erede della Comunità europea, devono disporre di un sistema economico in grado di reggere la concorrenza degli altri 27 Stati membri: uno status difficile da dimostrare per una nazione iper-finanziata al solo scopo di sostenere il suo assetto bellico.
L’Unione Europea vive oggi la sua contraddizione più profonda, rinnegando di fatto la propria ragione d'essere. Nel secondo dopoguerra, i padri fondatori valutarono l’importanza di riunire i Paesi del Vecchio Continente tramite trattati dedicati al carbone e all’economia, ma aventi soprattutto lo scopo di portare la pace tra i popoli usciti dal terribile conflitto terminato nel 1945. Un obiettivo oramai sostituito dal sostegno miliardario alle industrie belliche e, di conseguenza, alla guerra.
L’articolo 3 del Trattato sull’Unione sancisce, infatti, che l’istituzione europea si prefigge di promuovere la Pace e il benessere dei suoi popoli. Risulta però difficile riconoscere valori così alti tra baionette sguainate e continui incitamenti alla vittoria militare contro un nemico “che ci minaccia” (non si sa come). L’istituzione europea sembra incapace di dedicarsi al settore sociale, quello del welfare, mentre la sua azione politica si spende esclusivamente nel sostenere regimi autodefinitisi democratici. L’Unione ha rinunciato a qualsiasi azione diplomatica internazionale (la diplomazia è stata letteralmente messa in un angolo), limitandosi a rifornire di armi, in maniera del tutto incontrollata, il regime di Kiev.
I gasdotti Nord Stream 1 e 2, condutture sottomarine site nel Mar Baltico utilizzate per trasportare gas dalla Russia alla Germania, sono stati gravemente danneggiati a fine settembre 2022 da una serie di esplosioni subacquee attribuite a reparti speciali ucraini. Nonostante il grave danno economico provocato a tutti i Paesi europei da questo atto di sabotaggio, in primis alla Germania, il sostegno a Kiev non viene minimamente messo in discussione. Il tutto con buona pace dei cittadini europei, le cui bollette di luce e gas sono triplicate nei costi in pochi mesi.
Il destino del popolo palestinese, cubano, venezuelano e delle genti che vivono intorno al Golfo Persico non rientra tra le priorità politiche di Bruxelles. Salvo rare eccezioni, agli eletti a Strasburgo poco importa del futuro di un’umanità spinta verso l’orlo dell’abisso: umanità sacrificata al business e alla speculazione finanziaria. Le lobby sembrano condizionare gran parte delle scelte degli organi decisionali europei, lasciando ormai pochissimo spazio alla tutela dell’interesse pubblico comunitario.
Non è certo questa l’Europa sognata dopo la guerra di Liberazione, né quella in cui i veri democratici possono riconoscersi. Di certo non è la mia Europa, questa Unione più simile a un’industria bellica che a una comunità di popoli uniti a difesa della pace, come invece imporrebbe l’articolo 3 del Trattato sull’Unione.



