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"Scriviamo il futuro di Torino":
il piano glocale di Ganelli

Il notaio lancia il suo think tank con l'ambizione di rilanciare la città. L'ennesima convocazione della società civile a ritenuta d'acconto per accreditarsi come punto di riferimento degli sgarruppati poteri subalpini e ipotecare il post-Lo Russo

A giudicare dal numero di convegni, tavole rotonde, think tank, manifesti civici e appelli al risveglio collettivo, Torino dovrebbe essere Singapore. Invece resta Torino. E così domani, 9 giugno, all’Unione Industriali andrà in scena l’ennesimo tentativo di spiegare a Torino cosa dovrebbe fare da grande. L’iniziativa si intitola “Torino Globale”, la firma è quella del notaio Andrea Ganelli e il sottotitolo promette addirittura di “scrivere insieme il futuro della nostra città”. Impresa nobile. E assai inflazionata.

A Torino, poi, basta una locandina per rimettere in moto la rodata macchina del chiacchiericcio cittadino. E così da qualche settimana, tra un caffè in centro, un consiglio d’amministrazione, un pranzo al Vintage e una cena allo Sporting, non si parla d’altro. “Che vuole fare Ganelli?”, ci si interroga tra curiosità, ironia e un pizzico di malizia nel circoletto dei soliti noti, quel miscuglio di vipperia sabauda, notabilato domestico e professionismo relazionale che continua a considerarsi la parte migliore della città.

C’è chi vi legge il tentativo di costruire una lobby territoriale, chi intravede il primo mattone di una futura candidatura a Palazzo Civico e chi, più semplicemente, vede l’ennesimo tentativo di occupare uno spazio nell’establishment casalingo. Conoscendo il personaggio, tutte le ipotesi contengono una quota di verità.

Il notaio e il sogno da regista

A Ganelli va riconosciuto un merito che perfino i suoi detrattori gli concedono: una sincera passione per Torino. Una passione che talvolta sfocia in un protagonismo debordante, ma che nasce da una convinzione autentica. In una città spesso anestetizzata, dormiente, rassegnata a un declino che molti considerano ormai ineluttabile, il notaio Gianduia continua ostinatamente a cercare di accendere dibattiti. Il problema è che a Torino chi accende dibattiti finisce spesso per diventare esso stesso il tema del dibattito.

Come sappiamo Ganelli è stato tra i principali sostenitori di Stefano Lo Russo, fin dai tempi in cui la sua candidatura era tutt’altro che scontata. Poi i rapporti si sono guastati, interrotti, raffreddati e infine pare ricomposti in una cordialità da bon ton istituzionale. Sullo sfondo restano la delusione per l’azione dell'attuale amministrazione – sentimento che in città è piuttosto condiviso – e qualche aspirazione rimasta nel cassetto, a partire dalla presidenza della Fondazione Crt, a lungo accarezzata.

Si racconta che mesi fa abbia persino valutato una discesa in campo contro il suo antico pupillo, arrivando a sondare vari interlocutori, persino nel centrodestra. Poi la realtà, come spesso accade, ha avuto la meglio sulle voglie di rivalsa.

Un Salza di complemento

Oggi Ganelli sembra essere tornato a una vecchia aspirazione: proporsi come una sorta di erede di Enrico Salza, il tessitore di relazioni, il punto di intersezione tra mondi diversi, il king maker, il grande puparo dietro le quinte. Il problema è che Salza operava in una Torino in cui esistevano ancora centri di potere autentici. La città di oggi assomiglia invece a un arcipelago di interessi individuali, di personaggi in cerca d’autore e soprattutto d’ingaggio, di giovani-vecchi rentier che vivono delle fortune accumulate dalle generazioni precedenti. Più che un establishment, una corte sgarruppata.

Chi ha parlato recentemente con il notaio racconta di aver colto un progetto di più lungo periodo. Torino Globale servirebbe a consolidare presenza, relazioni e posizionamento nel ceto dirigente cittadino per arrivare pronto all’appuntamento del 2032, quando Lo Russo dovrà necessariamente sloggiare da Palazzo Civico. Da lì, eventualmente, la proposta di una candidatura civica. La sua. Fantapolitica? Forse. Ma in una città che vive di sussurri e retroscena, anche le fantasie hanno un loro mercato.

Del resto, l’età gioca è dalla sua: sessant’anni nel panorama torinese equivalgono quasi a una promettente giovinezza. E nel frattempo qualche riconoscimento potrebbe pure arrivare. C’è chi giura, ad esempio, che Marco Gilli non sarebbe intenzionato a fare un secondo mandato alla guida della Compagnia di San Paolo. Sia mai che…

Il convegno

Anche il cast scelto per il debutto racconta parecchio dell’operazione. Perché dietro il richiamo all’internazionalizzazione e alle sfide globali emerge soprattutto una fotografia molto domestica della Torino che conta o che aspira a contare.

Ad aprire i lavori sarà Giorgia Garola, vicepresidente di via Fanti. Curriculum impeccabile: laurea in Economia, amministratore delegato della piccola azienda di famiglia, esperienze da Sara Lee e Dolce & Gabbana, già presidente dei Giovani Industriali del Piemonte e dell’Amma, vicepresidente del Ceip, componente della Giunta camerale e presidente della Fondazione Wins. Una professionista seria e preparata. Ma anche l’esempio perfetto di quel ceto dirigente che da anni presidia tutti gli snodi della rappresentanza economica cittadina. Non a caso Garola fu tra i promotori di NexTo, il laboratorio civico nato nel 2015 per, guarda un po’, “ridisegnare il futuro della città”, coinvolgere i trenta-quarantenni e favorire il civismo attivo. Una bellissima missione sulla carta. Nella pratica, però, da quella nidiata di giovani rampanti guidata da Davide Canavesio sono usciti soprattutto futuri consiglieri, presidenti, amministratori e nominati vari nelle partecipate e negli enti pubblici. Insomma, roba già vista. Più che una palestra civica, una discreta agenzia di collocamento della Torino bene.

Poi c’è Gianni Vernetti, tornato alla ribalta nelle ultime settimane, una presenza significativa. Perché se Torino Globale vuole parlare del futuro, sul palco sale uno dei reduci del passato cittadino. L’ex assessore della stagione castellaniana, già sottosegretario agli Esteri con Prodi e fedelissimo di Rutelli, il celebre “Kissinger della Crocetta” – poi per cambio di casa diventato “Luttwak di via della Rocca” – sembra aver deciso che il lungo esilio dai palazzi è terminato.

Sul palco ci saranno anche Giampiero Massolo, diplomatico di rango e figura indiscutibilmente internazionale con forte vocazione per gli affari, e Anna Maria Poggi, presidente della Fondazione Crt, la cui presenza certifica ulteriormente l’ambizione dell’iniziativa di collocarsi in quel punto di intersezione tra economia, fondazioni, professioni e politica che da sempre costituisce il cuore del potere torinese.

Torino Globale o Torino Glocale?

E qui forse si comprende meglio il senso profondo dell'operazione. Perché il rischio è che Torino Globale finisca per assomigliare a una versione aggiornata della vecchia aspirazione torinese a costruire una nuova “razza padrona”. Non più attraverso le piccole o grandi famiglie industriali del Novecento, ma tramite una rete di professionisti, fondazioni, amministratori, opinion leader e rappresentanti di quella società civile a ritenuta d’acconto che da anni si candida a guidare la città senza mai passare davvero dal giudizio degli elettori.

Più che globale, insomma, molto glocale. Anzi, molto torinese. Con quella tipica convinzione che il problema della città sia sempre l’assenza di una classe dirigente adeguata. Peccato che, guardando la platea e il palco, viene da chiedersi se non sia proprio quella stessa classe dirigente a interrogarsi da decenni davanti allo specchio senza riuscire a trovare una risposta diversa dalla successiva tavola rotonda.

La città e il capillaroscopio

In realtà il convegno di domani racconta molto più Torino che Ganelli. Perché Torino è forse la città italiana che più ama guardarsi allo specchio. Non per vanità, ma per una forma cronica di ipocondria collettiva. Lo aveva descritto magnificamente anni fa la buonanima Oddone Camerana, intellettuale atipico e illustre parente della gens agnellesca, quando ironizzava su una Torino armata di “capillaroscopio, pipetta, catetere e plessigrafo”, eternamente impegnata a diagnosticare i propri mali.

Sono passati trentacinque anni e non è cambiato quasi nulla. Ogni stagione produce il suo seminario, il suo rapporto, il suo manifesto, il suo tavolo strategico. Ogni stagione ripropone la stessa litania: le occasioni perdute, il destino avverso, le primogeniture sottratte, il ruolo nazionale mancato. Torino continua a interrogarsi su sé stessa con una costanza quasi liturgica. È una forma di “mineralogia ombelicale” che raramente produce risposte all’altezza delle domande.

Ed è qui che emerge il punto più interessante. Ogni volta che la politica appare debole o insufficiente, entra in scena la cosiddetta società civile. Quella che si propone come salvifica, competente, illuminata. Quella che dovrebbe indicare la strada ai partiti smarriti. Peccato che troppo spesso si tratti di una società civile a ritenuta d’acconto.

Civici a ritenuta d’acconto

Una formula che descrive alla perfezione una parte del ceto dirigente torinese: sempre pronta a denunciare i limiti della politica, ma spesso assai più interessata a consigli d’amministrazione, fondazioni, nomine, incarichi e posizionamenti che al bene comune. La società civile a ritenuta d’acconto si presenta come soluzione, senza accorgersi di essere diventata parte del problema. Perché il nodo vero non è soltanto la debolezza della politica. È la fragilità di una classe dirigente che continua a essere composta dagli stessi nomi, dagli stessi circuiti relazionali, dagli stessi tavoli, dagli stessi riti. Lo stato quasi comatoso dei corpi intermedi è lì a dimostrarlo.

Una città è viva quando sindacati, associazioni, imprese, università, professioni e rappresentanze sono forti nei propri ruoli. Non quando sconfinano continuamente nei campi altrui nel tentativo di supplire alle carenze della politica. Nel migliore dei casi è supplenza. Nei peggiori, soggezione o sudditanza.

Forse il punto è proprio questo. Torino ha certamente bisogno di reagire. I dati demografici, economici e sociali raccontano una città che da anni combatte contro una lenta perdita di peso e di centralità. Una crisi che è prima di tutto identitaria. Ma la risposta difficilmente arriverà dalla replica in scala ridotta di modelli già sperimentati.

“Sistemino Torino”

Negli Anni Novanta nacque quel “Sistema Torino” che, tra luci (poche) e ombre (molte), riuscì almeno a mobilitare energie, poteri e risorse reali. Oggi il rischio è assistere a una versione in miniatura, fuori tempo massimo e con interpreti inevitabilmente minori: un “Sistemino Torino”.

Convegni, think tank, reti civiche, tavoli strategici. Tutto rispettabilissimo. Ma forse Torino avrebbe bisogno di qualcosa di diverso: uno scatto di ribellione, un “rompete le righe” capace di spezzare l’understatement sabaudo e il perbenismo ipocrita che da decenni accompagna il dibattito pubblico cittadino. Perché negli snodi decisivi della sua storia Torino raramente è stata salvata dai tromboni e dai trombettieri. Più spesso a fare la differenza sono stati i bastian contrari.

E questa, probabilmente, è la vera cattiveria che aleggia attorno a Torino Globale: il sospetto che dietro la promessa di scrivere il futuro della città si nasconda soprattutto il tentativo di riscrivere il proprio.

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