Nucleare senza ideologie

Nucleare sì, nucleare no? Da sindacalista e da cislino guardo ai contenuti, non a chi li propone: senza pregiudizi e con autonomia di pensiero. Con una premessa: per realizzare la transizione energetica, a fronte di una crescente domanda di energia elettrica, avremo bisogno ancora a lungo del contributo di tutte le fonti disponibili. Con il tempo quelle più inquinanti saranno sostituite da quelle più pulite: questo è l'obiettivo.

Ecco perché il disegno di legge del Governo sul nucleare, dopo averlo letto, mi sembra una delle strade su cui vale la pena lavorare, senza quegli orpelli ideologici che troppo spesso dominano il dibattito pubblico. Una strada per produrre ulteriore energia pulita, della quale avremo sempre più bisogno se consideriamo il lento ma costante aumento delle auto elettriche e ibride plug-in, oltre alla crescita dei data center.

Cito, a questo proposito, un passaggio del Fatto Quotidiano online: «Un singolo data center può consumare fino a 19 milioni di litri d'acqua al giorno, circa quanto una città di 50-60 mila abitanti. Non solo: per reggere l'enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente sulle bollette dei cittadini. L’Italia è diventata la nuova terra promessa di questi giganti. Il cuore di questa espansione è al momento l’area metropolitana di Milano, dove si concentra il 90% dei data center italiani».

Pensare al lungo periodo

Certamente i tempi sono lunghi, ma se vogliamo pensare al futuro del Paese e delle nuove generazioni dobbiamo ragionare su obiettivi decennali e iniziare a lavorarci subito. La transizione dell’automobile verso l’elettrico e la transizione energetica procedono infatti su orizzonti temporali molto simili.

Il testo del disegno di legge cita sia la fissione sia la fusione nucleare. Qui prendo a prestito quanto afferma l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare).

La fissione nucleare è una tecnologia consolidata, utilizzata da decenni in numerosi impianti per la produzione di energia elettrica nel mondo. Si tratta di una tecnologia estremamente potente per la produzione di energia su scala industriale, ma presenta alcune criticità legate alla sicurezza e alla gestione dei rifiuti radioattivi. Il mantenimento dei più elevati standard di sicurezza e lo smaltimento delle scorie rappresentano una delle principali sfide tecnologiche e sociali associate a questa forma di produzione energetica.

D’altra parte, a differenza delle fonti rinnovabili oggi più diffuse, come il solare e l’eolico, la fissione non è una fonte intermittente: può fornire energia in modo continuo, senza la necessità di sistemi di accumulo o del supporto di fonti fossili.

La fusione nucleare, al contrario, è ancora oggetto di intensa attività di ricerca, con l’obiettivo di sfruttarne le straordinarie potenzialità in futuri reattori destinati alla produzione di energia pulita e sostenibile. I principali vantaggi della fusione sono essenzialmente due: la possibilità di produrre grandi quantità di energia utilizzando materiali ampiamente disponibili in natura e la produzione di scorie radioattive caratterizzate da livelli di radioattività e tempi di decadimento significativamente inferiori. Si tratta di una strada lunga ma promettente, sulla quale la ricerca scientifica e tecnologica, già attiva in molti Paesi, Italia compresa, sta compiendo progressi concreti.

Chi conosce i processi industriali sa bene che lo sviluppo di nuove tecnologie segue curve di crescita che accelerano man mano che aumenta la conoscenza: si parte lentamente, ma si acquisisce velocità nel tempo. La fase di prototipazione è fondamentale per testare, correggere e migliorare il prodotto. Questo vale anche per gli SMR, i piccoli reattori modulari.

Tra rinnovabili e cultura del no

Le fonti rinnovabili rappresentano una strada maestra per ridurre l’inquinamento atmosferico. Personalmente, però, non credo agli slogan che promettono lo “zero” assoluto; credo piuttosto nei processi di miglioramento continuo.

In Italia, tuttavia, rischiamo spesso di scontrarci con i tanti “Comitati per il No”. Anche in Piemonte abbiamo numerosi esempi di opposizione a qualsiasi progetto. Dal secolare No Tav, cui si contrappone un altrettanto convinto Sì Tav, fino alla proposta del gruppo Beltrame di riaprire l’acciaieria di San Didero e Bruzolo, con la prospettiva di creare 150 posti di lavoro importanti per la Valsusa: anche in questo caso è già nato un comitato contrario.

Dal referendum del 1987 sono passati quasi quarant’anni, e quindici dal referendum del 2011. In questo arco di tempo ricerca, tecnologia e scienza hanno compiuto passi avanti enormi, modificando radicalmente le condizioni oggettive sulle quali si fondavano quei referendum. Non riconoscere questo cambiamento significa ignorare la realtà e non comprendere che molti dei “No” di allora, oggi, potrebbero trasformarsi in altrettanti convinti “Sì”.

I numeri dell’energia e il caso Torino

Prendiamo alcuni dati. Nel 2025 l'Italia ha consumato 311 TWh (terawattora), sostanzialmente in linea con il 2024, nonostante una produzione industriale in contrazione da oltre venti mesi.

Nel nostro Paese operano circa 209 data center, che consumano ogni anno circa 25 TWh di energia. Le previsioni indicano una crescita del 25% annuo, fino a rappresentare circa il 10% del consumo nazionale entro il 2035.

Le auto elettriche rappresentano oggi circa l’8% delle immatricolazioni annue e poco meno dell’1% del parco circolante, con una crescita costante che richiederà un numero sempre maggiore di colonnine e infrastrutture di ricarica. A ciò si aggiunge l’auspicio, necessario, di una ripresa della produzione industriale.

Nel 2025 il 41% dell’energia elettrica prodotta in Italia è derivato da fonti rinnovabili, mentre il restante 59% è arrivato da altre fonti, prevalentemente fossili, con il gas naturale a fare la parte del leone. Una quota dell’energia che consumiamo continua, inoltre, a essere importata dall’estero, compresa quella prodotta da centrali nucleari.

Sapendo che sole e vento sono risorse non sempre disponibili e che le rinnovabili richiedono sistemi di accumulo che comportano a loro volta costi e impatti ambientali, suggerirei a chi cita continuamente la Spagna come modello di riferimento di aprire un atlante geografico e confrontare la morfologia dei due Paesi. Ciò che è possibile realizzare nella penisola iberica non è automaticamente replicabile in Italia.

Se si adottasse una visione davvero prospettica, ambientale e non ideologica, si comprenderebbe che la crescita della transizione ecologica, insieme all’aumento dei consumi legati all’intelligenza artificiale e ai data center, richiederà una fonte energetica pulita, costante e sempre disponibile da affiancare alle rinnovabili. Questa fonte può essere il nucleare.

A guidare tale percorso devono essere la scienza e la tecnologia. Alla politica spetta invece il compito di fissare regole, controlli, finanziamenti e obiettivi.

Torino, sotto questo profilo, si conferma un’eccezione lucida nel panorama progressista, sia sul piano politico sia su quello tecnologico. La città ha realizzato l’inceneritore del Gerbido, consentendo la chiusura della discarica di Basse di Stura, e vede oggi partire il progetto di ampliamento di Barricalla, a Collegno, per lo smaltimento dei rifiuti speciali. Esempi che dimostrano come sia possibile coniugare tutela ambientale, consenso e capacità amministrativa.

Torino non solo ha saputo sviluppare buone pratiche ambientali, ma esprime anche un tessuto imprenditoriale che sta investendo nei piccoli reattori nucleari, a partire da Newcleo. Allo stesso tempo, i corsi di Ingegneria nucleare del Politecnico registrano un interesse crescente. Occorre che la politica sappia cogliere questa opportunità e sostenerla. Per una volta sarebbe utile assolvere a un dovere verso il bene comune, anziché limitarsi a rivendicare un diritto.

print_icon