La laurea "paga" ancora (più del diploma). Piemonte promosso per occupazione
14:05 Giovedì 11 Giugno 2026Due laureandi su tre rifiutano stipendi sotto i 1.500 euro e sono sempre meno disposti ad accettare lavori lontani dal proprio percorso di studi. UniTo, Politecnico e UPO fanno meglio della media nazionale per collocamento e retribuzioni
Il valore del pezzo di carta. Una laurea continua a valere più di un diploma. Non solo sul piano culturale, ma soprattutto quando arriva il momento di bussare alla porta del mercato del lavoro. E se due laureandi su tre oggi dichiarano di non essere disposti ad accettare meno di 1.500 euro netti al mese per un impiego a tempo pieno, significa che qualcosa è cambiato. O almeno sta cambiando.
Il XXVIII Rapporto AlmaLaurea, che fotografa il profilo di oltre 335 mila laureati del 2025 e la condizione occupazionale di circa 700 mila laureati a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo, racconta un’Italia universitaria più esigente, più consapevole e meno disposta ad accettare compromessi. Ma racconta anche un Paese in cui restano fortissime le differenze territoriali, sociali e di genere.
E in questo quadro le tre università piemontesi – Università di Torino, Politecnico e Università del Piemonte Orientale – si collocano stabilmente sopra la media nazionale, confermando una capacità di formare laureati che trovano lavoro più facilmente e, nella maggior parte dei casi, vengono retribuiti meglio dei loro coetanei italiani.
Laureati più esigenti
La novità più evidente emersa dal rapporto riguarda le aspettative dei giovani. Il 66,9% dei laureandi non accetterebbe uno stipendio inferiore a 1.500 euro netti mensili per un lavoro a tempo pieno. Dieci anni fa erano appena il 24,4%. Non si tratta soltanto di una rivendicazione salariale. Cresce infatti anche il rifiuto di occupazioni non coerenti con il percorso di studi. Se nel 2016 quasi nove laureati su dieci erano disposti ad accettare qualsiasi lavoro pur di entrare nel mercato, oggi quella quota è scesa al 76,4%.
A cambiare sono pure le priorità: aumentano l’attenzione al tempo libero, alla flessibilità degli orari, alla qualità delle relazioni sul posto di lavoro e all’utilità sociale dell'attività svolta. Carriera e stipendio restano importanti, ma non bastano più.
Tra diritti e aspettative
Che i giovani laureati chiedano stipendi dignitosi e maggiore qualità della vita è comprensibile. Più discutibile è capire fino a che punto alcune aspettative siano compatibili con la realtà del mercato del lavoro. Dietro il calo della disponibilità ad accettare impieghi non perfettamente coerenti con il percorso di studi e dietro la minore propensione a trasferirsi all’estero o lontano da casa, qualcuno legge anche una generazione meno incline a scommettere su sé stessa.
Se per i loro genitori il primo impiego era spesso un punto di partenza e non di arrivo, oggi cresce la richiesta di trovare fin dall’inizio un lavoro ben pagato, coerente con gli studi, flessibile negli orari e possibilmente vicino ai propri affetti. Aspirazioni legittime, ma che rischiano di scontrarsi con un mercato che continua a chiedere adattabilità, disponibilità agli spostamenti e una certa dose di rischio professionale.
D’altra parte, sarebbe troppo facile liquidare la questione come un problema generazionale. Se due laureati su tre non accettano stipendi inferiori a 1.500 euro netti, forse il punto non è soltanto quanto pretendano i giovani, ma anche quanto poco continui spesso a offrire il sistema produttivo italiano a chi ha investito anni nella propria formazione.
Occupazione ai massimi storici
Il mercato del lavoro, almeno per chi possiede una laurea, continua a offrire segnali positivi. A un anno dal titolo lavora l’81,2% dei laureati triennali e l’80,8% dei magistrali. A cinque anni le percentuali salgono rispettivamente al 91,7% e al 94,4%, mentre la disoccupazione scende al 2,6%. Anche le retribuzioni crescono: per i laureati magistrali occupati a cinque anni dal titolo la media nazionale si attesta intorno ai 1.900 euro netti mensili.
Dietro la media, però, si nascondono differenze profonde tra percorsi di studio, territori e condizioni familiari. C’è chi supera abbondantemente i 2.000 euro al mese e chi continua a svolgere attività scarsamente coerenti con il proprio percorso formativo, con stipendi decisamente più modesti.
Torino più della media
Se il quadro nazionale appare positivo, quello piemontese lo è ancora di più. L’Università di Torino registra un tasso di occupazione del 94,9% tra i laureati magistrali a cinque anni dal titolo, leggermente superiore alla media italiana del 94,4%. Anche le retribuzioni risultano allineate alla fascia alta del sistema universitario nazionale, con una media di 1.895 euro netti mensili. Buoni anche gli indicatori relativi alla regolarità degli studi: il 60,7% conclude il percorso nei tempi previsti e l’86,6% si dichiara soddisfatto dell’esperienza universitaria. Cresce inoltre la dimensione internazionale, con il 12,1% dei laureati che ha svolto un periodo di studio all’estero.
Politecnico resta la locomotiva
Se si guarda agli sbocchi professionali, il campione piemontese continua però a essere il Politecnico di Torino. Qui i numeri assumono quasi i contorni della piena occupazione. A un anno dalla laurea magistrale lavora il 96,1% dei laureati; a cinque anni si arriva addirittura al 98,8%. Anche le retribuzioni raccontano una storia diversa rispetto alla media nazionale: 1.824 euro netti già dopo un anno dalla laurea e 2.250 euro dopo cinque anni.
Più di tre occupati su quattro hanno un contratto a tempo indeterminato e oltre il 13% lavora all’estero. Non sorprende quindi che il Politecnico continui ad attrarre studenti da tutta Italia e dall’estero: il 42,9% dei laureati proviene da fuori regione e gli studenti stranieri rappresentano ormai il 18,1% del totale.
Upo, la sorpresa che non sorprende più
L’Università del Piemonte Orientale conferma una crescita ormai consolidata e continua a collocarsi sopra la media nazionale praticamente in tutti gli indicatori. Tra i laureati triennali che non proseguono gli studi, il tasso di occupazione a un anno raggiunge l’88,9%, quasi otto punti sopra la media italiana. Le retribuzioni medie si attestano a 1.584 euro netti contro i 1.491 nazionali. Anche tra i laureati magistrali i risultati sono significativi: occupazione all’87,8% dopo un anno e al 94,5% dopo cinque anni, con stipendi superiori alla media italiana sia nel breve sia nel medio periodo.
Particolarmente rilevante il dato sui tirocini curriculari: li svolge l’81,3% degli studenti Upo, contro il 60,9% della media nazionale. Un elemento che contribuisce a spiegare l’elevata efficacia percepita del titolo universitario nell'inserimento professionale.
Ascensore sociale inceppato
Se occupazione e retribuzioni migliorano, resta però aperta la questione più delicata: quella dell'uguaglianza delle opportunità. La quota di laureati con almeno un genitore laureato è salita al 34,7%, segnale di un’università che continua ad attrarre soprattutto chi proviene da contesti già favoriti. In alcuni percorsi, come le lauree magistrali a ciclo unico, la percentuale supera addirittura il 46%. In altre parole, l’università italiana continua a funzionare meno come ascensore sociale e più come moltiplicatore di vantaggi già esistenti. Nelle professioni tradizionali – medici, avvocati, notai e più in generale molte libere professioni – il peso delle reti familiari continua inoltre a rappresentare un vantaggio competitivo difficilmente ignorabile.
Le donne studiano di più, ma guadagnano meno
L’altra grande ombra riguarda il divario di genere. Le donne rappresentano ormai quasi il 60% dei laureati italiani, ma restano sottorappresentate nelle discipline scientifiche e tecnologiche. Anzi, per la prima volta dopo anni la loro presenza nelle facoltà STEM arretra, passando dal 41,1% al 40,5%. Una disparità che si riflette inevitabilmente sul mercato del lavoro. A parità di condizioni, gli uomini hanno una probabilità di occupazione superiore del 13,7% e percepiscono in media 67 euro netti mensili in più rispetto alle colleghe. A ciò si aggiunge il tradizionale squilibrio territoriale: un laureato residente nel Nord ha il 34,8% di probabilità in più di trovare lavoro rispetto a un collega del Mezzogiorno e beneficia mediamente di circa 68 euro netti mensili aggiuntivi.
La laurea conviene. Ma non basta
Il rapporto AlmaLaurea conferma dunque una verità che resiste alle mode e alle semplificazioni: la laurea continua a essere uno degli investimenti più redditizi che un giovane possa fare. Le tre università piemontesi lo dimostrano con numeri che, quasi ovunque, superano le medie nazionali. Ma confermano anche l’altra faccia della medaglia: il titolo di studio resta un acceleratore, non una garanzia. E in un Paese che continua a essere agli ultimi posti in Europa per quota di laureati tra i 25 e i 34 anni – appena il 31,1% – pesano ancora troppo il luogo di nascita, il reddito familiare e, spesso, perfino il genere. Per questo la fotografia di AlmaLaurea racconta sì un sistema che funziona meglio di quanto si creda. Ma racconta anche un’Italia dove, troppo spesso, il merito continua a partire da posizioni di partenza molto diverse.


