Piano Casa, Meloni sotto sfratto: le Regioni chiedono il rinvio
14:45 Giovedì 11 Giugno 2026Risorse insufficienti e poteri eccessivi al commissario straordinario. Mentre a Roma si tratta, Cirio lavora al proprio dossier: 36 milioni per recuperare mille alloggi popolari da destinare a giovani coppie e famiglie con figli. Il varo dopo l'estate
Ventiquattr’ore. Tanto è bastato per passare dall’entusiasmo di Giorgia Meloni allo stop chiesto dalle Regioni. Mercoledì, davanti alla platea di Confcommercio, la premier aveva presentato il Piano Casa come una delle grandi scommesse del governo: non soltanto una risposta all’emergenza abitativa, ma un progetto di rigenerazione urbana capace di restituire identità alle città, rilanciare il commercio di prossimità e mettere al centro le persone.
La Conferenza delle Regioni ha chiesto però il rinvio dell’esame del provvedimento, aprendo un fronte istituzionale che rischia di rallentare uno dei dossier più ambiziosi dell’esecutivo.
Il no delle Regioni
Formalmente non si tratta di una bocciatura. Sostanzialmente sì. La Commissione Infrastrutture della Conferenza Stato-Regioni ha espresso parere negativo sul decreto, con Lombardia e Abruzzo astenute e le altre amministrazioni guidate dal centrodestra che hanno preferito non partecipare al voto. Contrarie Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Sardegna e la Provincia autonoma di Bolzano. Il risultato ha costretto il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, a chiedere il rinvio della discussione prevista in Conferenza Unificata e l’apertura di un confronto diretto con Palazzo Chigi.
Le obiezioni non riguardano tanto gli obiettivi quanto gli strumenti. Le Regioni lamentano risorse insufficienti, l’assenza di finanziamenti per il contributo affitti e per il fondo destinato alla morosità incolpevole, ma soprattutto contestano l’impianto fortemente centralizzato del piano e i poteri attribuiti al commissario straordinario chiamato a gestire l’operazione. Insomma, il governo vuole correre, le Regioni temono di essere relegate al ruolo di spettatrici.
La scommessa dei 100mila alloggi
Eppure il Piano Casa rappresenta probabilmente il più vasto intervento pubblico sull’abitare degli ultimi anni. L’obiettivo dichiarato è rendere disponibili circa 100 mila alloggi nell’arco di un decennio. La strategia si sviluppa lungo tre direttrici. La prima riguarda il recupero dell’edilizia pubblica esistente. Il governo punta a rimettere sul mercato circa 60 mila abitazioni oggi inutilizzabili perché degradate o bisognose di manutenzione straordinaria. Una scelta che evita nuovo consumo di suolo e privilegia la rigenerazione urbana. La seconda consiste nel rafforzamento dell’housing sociale attraverso un fondo nazionale che concentrerà risorse europee e statali oggi frammentate tra diversi livelli amministrativi. La terza vuole attirare investimenti privati mediante semplificazioni procedurali e percorsi autorizzativi accelerati, imponendo però che una quota prevalente degli alloggi realizzati venga destinata all’edilizia convenzionata e ai canoni calmierati. Una miscela che prova a tenere insieme interesse pubblico e convenienza privata.
Il Piemonte prepara il suo Piano
Se Roma prova a costruire una cornice nazionale, il Piemonte lavora già alla sua declinazione territoriale. Il piano annunciato dal presidente Alberto Cirio dovrebbe vedere la luce dopo l'’state e poggia su due pilastri. Il primo è il programma “Una famiglia, una casa”, che prevede uno stanziamento di 36 milioni di euro per recuperare circa mille alloggi popolari oggi sfitti. Case che saranno assegnate con canoni fortemente agevolati, fino a circa 150 euro mensili, privilegiando giovani coppie e nuclei con figli.
I numeri spiegano la dimensione dell’intervento. Nel patrimonio pubblico piemontese esistono oltre tremila appartamenti non assegnabili perché necessitano di lavori di manutenzione. La Regione intende utilizzare fondi europei Fesr riprogrammati per rimetterne in circolo almeno un terzo.
Il secondo asse è rappresentato dalla nuova normativa sulla rigenerazione urbana, contenuta nella legge regionale 7 del 2025, che ha sostituito il vecchio Piano Casa e consente interventi su sottotetti, rustici e patrimonio edilizio esistente attraverso incentivi e premialità volumetriche.
Una partita anche politica
Non è difficile cogliere il filo che lega Palazzo Chigi al grattacielo Piemonte. Per Meloni il tema della casa è diventato uno dei grandi dossier sociali della legislatura. Per Cirio rappresenta una bandiera politica che unisce sostegno alla natalità, recupero urbano e risposta all’emergenza abitativa.
Il problema è che tra annunci e cantieri corre la stessa distanza che separa i rendering dalla realtà. Perché recuperare 60 mila alloggi pubblici in Italia o mille in Piemonte non significa soltanto trovare le risorse. Significa coordinare enti, superare burocrazie, accelerare autorizzazioni e convincere gli investitori a fare la loro parte.
Ed è proprio qui che il Piano Casa rischia di giocarsi tutto: non nelle conferenze stampa, ma nella capacità di trasformare gli appartamenti chiusi dietro persiane abbassate in chiavi consegnate a chi una casa oggi non può permettersela.


