ALTA TENSIONE

Askatasuna sputa nel piatto di Lo Russo: insegue la destra

Dalla coprogettazione alla scomunica il passo è breve. Gli ex occupanti di corso Regina prendono di mira il sindaco, reo di aver scoperto le virtù della legalità dopo aver tentato di accreditarli come interlocutori. Non irriconoscenza ma una lezione politica

Per quasi trent’anni hanno occupato uno stabile pubblico. Poi hanno ottenuto ciò che nessun altro abusivo aveva mai ricevuto: un tavolo istituzionale, una trattativa, perfino un percorso per trasformare l’occupazione in qualcosa di riconosciuto. Fallito il progetto, per colpa loro, e arrivato lo sgombero, ecco il copione ormai noto: la colpa è degli altri, noi siamo vittime del “sistema”. Stavolta nel mirino degli antagonisti di Askatasuna finisce Stefano Lo Russo, accusato in un lungo documento di essersi fatto sedurre dal “mantra securitario” della destra cittadina, regionale e nazionale. Insomma, sono perlomeno delusi che l’inquilino di Palazzo civico abbia smesso di considerarli una risorsa civica e aver iniziato a trattarli per ciò che sono sempre stati: un problema di ordine pubblico e politico.

“Errare è umano, perseverare è diabolico”, scrivono prendendo in prestito l’antico adagio latino per impartire una lezione al sindaco. A sei mesi dallo sgombero del centro sociale di corso Regina 47, avvenuto il 18 dicembre scorso dopo il definitivo naufragio del contestatissimo percorso di coprogettazione avviato dal Comune di Torino nel 2024, gli autonomi tornano a farsi sentire con un documento che trasuda risentimento e nostalgia. Più che un’analisi politica, sembra il diario di una delusione sentimentale. Perché se c’è qualcuno che negli anni ha tentato di accreditare Askatasuna come interlocutore istituzionale, quello è stato proprio Lo Russo. Nel documento non attaccano solo Lo Russo ma anche il suo partito, il Pd: “Larga parte del Partito Democratico ha deciso che affrontare da destra il tema securitario sia una scelta vincente”. Scrivono.

Il sindaco “fascinato dalla sicurezza”

Nel testo diffuso oggi, gli antagonisti accusano il sindaco di essersi lasciato “affascinare” dal tema della sicurezza, trasformato - a loro dire - nel mantra della destra. Lo Russo avrebbe persino commesso il peccato capitale di solidarizzare con le forze dell’ordine dopo le manifestazioni degenerare in scontri e, addirittura, dopo i gravissimi incidenti seguiti al derby Torino-Juventus, quelli in cui rimase ferito alla testa Marco Basoccu. “Dallo sgombero del centro sociale Askatasuna ogni volta che si sono svolte manifestazioni di protesta la prima preoccupazione è stata quella di affrettarsi a dare solidarietà alle forze dell’ordine”, scrivono gli autonomi.

Insomma, per gli autonomi il problema non sarebbero le violenze, le devastazioni, i cortei finiti troppo spesso tra lanci di oggetti, bombe carta e assalti ai cordoni di polizia. No. Il problema sarebbe chi esprime vicinanza agli agenti. Una tesi che ha il pregio della coerenza. D’altronde da anni una parte consistente dell’universo che ruota attorno ad Askatasuna considera le forze dell’ordine non come un presidio dello Stato, ma come il nemico politico da combattere.

Gli ingrati della coprogettazione

La parte più sorprendente del documento resta però un'altra. A leggere le accuse rivolte a Lo Russo verrebbe quasi da dimenticare che proprio il sindaco del Pd aveva tentato quella che molti, dentro e fuori il centrosinistra, avevano definito una scommessa senza precedenti: dare una parvenza di legalità a un’occupazione abusiva attraverso il meccanismo dei “beni comuni” e della coprogettazione.

Un percorso che aveva spaccato la città, provocato ricorsi, polemiche e tensioni istituzionali. E che era stato difeso dalla giunta con argomentazioni spesso più benevole di quelle utilizzate dagli stessi occupanti. Poi è arrivata la realtà. Gli episodi di violenza, le manifestazioni sempre più aggressive, gli assalti, gli attacchi alle forze dell’ordine. Fino alla decisione di interrompere tutto e procedere allo sgombero. E oggi gli stessi che avevano beneficiato di un’apertura politica mai concessa prima si comportano come se il Comune avesse dichiarato guerra a una comunità di benefattori.

Il fortino e la memoria corta

La parte più surreale del documento arriva quando si affronta la situazione attorno all’ex centro sociale. Per Askatasuna, infatti, “da sei mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav”. Una denuncia che viene accompagnata dall’accusa al Governo di voler “disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito”. Per anni una parte della città ha avuto la sensazione opposta: che esistesse una zona franca dove la presenza dello Stato fosse negoziabile, dove le regole ordinarie valessero meno che altrove e dove l’autorità pubblica dovesse costantemente misurarsi con un potere alternativo. La memoria, evidentemente, è selettiva.

Come selettiva appare la ricostruzione delle periferie. Nel documento si accusa il Comune di invocare “più poliziotti” e “più telecamere” senza affrontare le cause sociali del disagio. “Mai che si parli delle ragioni strutturali, di cui la sinistra è ampiamente complice, che determinano la crisi delle nostre periferie. Mai viene data priorità al sostegno che, seppur con risorse limitate, il Comune potrebbe dare a quei territori”, sostengono gli autonomi. Argomenti che fanno parte da anni del repertorio dell’area antagonista, ma che si scontrano con una realtà altrettanto evidente: proprio il tema della sicurezza è diventato una delle principali richieste provenienti da molti quartieri popolari della città, spesso esasperati da degrado, spaccio e microcriminalità.

Il processo e il convitato di pietra

Sul tavolo, intanto, resta il maxi procedimento giudiziario che ha accompagnato per anni la storia di Askatasuna. In primo grado il Tribunale ha assolto i sedici imputati dall’accusa di associazione per delinquere “perché il fatto non sussiste”, pur pronunciando diverse condanne per singoli episodi contestati. Ma la vicenda è tutt’altro che chiusa. La Procura generale ha impugnato la sentenza e il processo è ora in appello, con l’accusa che continua a sostenere la tesi di una struttura organizzata capace di dirigere e coordinare azioni violente, soprattutto nell’ambito delle proteste No Tav e degli scontri di piazza. Un dettaglio non irrilevante quando si pretende di impartire lezioni sulla democrazia, sulla legalità e sul ruolo delle istituzioni.

Apolidi per scelta

Oggi il network antagonista è apolide, senza sede e senza casa. Una scelta che vorrebbe evocare resistenza e marginalità. Eppure, il paradosso è tutto qui. Per anni Askatasuna ha goduto di una centralità politica e mediatica che qualsiasi associazione cittadina potrebbe soltanto sognare. Ha avuto interlocutori istituzionali, testimonial eccellenti (scrittori, musicisti, intellettuali, fumettisti) tavoli di confronto, perfino un percorso costruito su misura per tentare di regolarizzare ciò che era nato e rimasto un’occupazione illegale. Alla fine non è stato lo Stato a renderli apolidi. È stata la loro incapacità di convivere con le regole di una comunità democratica.

Il risultato è che oggi gli stessi interlocutori ai quali Lo Russo aveva teso la mano lo accusano di essersi convertito al “mantra della destra” e al “giochino securitario”. Una conclusione che racconta forse meglio di qualsiasi analisi il destino dell’esperimento fallito di corso Regina: per chi vive di contrapposizione permanente, anche chi prova a regolarizzarti finisce prima o poi per essere trattato come un nemico.

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