POLITICA & SANITÀ

Case di comunità, lodo Gemmato. Medici ancora senza istruzioni

Con la riforma Schillaci su un binario morto, è il sottosegretario meloniano a gestire la partita. La Fimmg chiede di precisare l'attività nelle strutture Pnrr con un accordo nazionale. Possibile la firma a giorni. In Piemonte siglata un'intesa, ma solo sul monte ore

Cosa faranno i medici di famiglia nelle Case di comunità? A chiederselo non sono soltanto i cittadini, subissati da annunci e poveri di dettagli, ma gli stessi professionisti chiamati a svolgere una parte del loro orario nelle strutture simbolo del Pnrr sul fronte della sanità territoriale.

Il conto alla rovescia segna meno di due settimane alla data fatidica del 30 giugno quando – secondo il cronoprogramma concordato con l’Unione Europea – dovranno essere raggiunti gli obiettivi previsti per le Case di comunità, che dovranno quindi risultare pienamente operative.

La corsa del Pnrr

Eppure, nonostante siano trascorsi più di due mesi da quando, proprio dalle colonne dello Spiffero, Roberto Venesia, segretario regionale piemontese della Fimmg, aveva messo in guardia dal rischio rappresentato dalla mancanza di regole e indicazioni condivise sui compiti dei medici nelle Case di comunità, oggi sembra non essere cambiato nulla.

«Adesso è tutta una corsa a completare le strutture in vista delle ispezioni e questo può anche essere comprensibile. Ma la questione su che cosa debbano fare i medici di medicina generale e su quali servizi debbano ottenere i pazienti resta del tutto aperta», osserva il sindacalista dei camici bianchi che operano sul territorio.

Doppioni degli ambulatori?

Una questione complessa, con il concreto rischio che le Case di comunità finiscano per diventare una dependance degli ambulatori dei medici di famiglia o, peggio ancora, vengano percepite dai cittadini come una sorta di piccoli pronto soccorso. Tra questi due estremi si concentra tutta l'incertezza che avvolge un piano nel quale la necessità di spendere le risorse del Pnrr pare, non di rado, aver prevalso sulla definizione di un progetto chiaro e dettagliato fin dall'inizio.

Del resto, la situazione non è diversa nel resto del Paese, come dimostra la vicenda, ancora irrisolta, della riforma della medicina territoriale immaginata e annunciata dal ministro della Salute.

Orazio Schillaci era pronto ad attuarla addirittura con un decreto, ma il progetto è finito su un binario morto per decisione della stessa maggioranza di centrodestra, tra la soddisfazione, anzitutto, della Fimmg, il sindacato più rappresentativo della categoria e legato a doppio filo alla pingue cassaforte dell’Enpam, la fondazione che gestisce le pensioni dei medici di famiglia e il cui peso, anche grazie alle rilevanti partecipazioni detenute nelle principali banche, sembra essersi fatto sentire, e non poco.

Accantonata rapidamente l’ipotesi di trasformare i medici di medicina generale in dipendenti delle Asl, resta dunque aperta la questione del loro ruolo all'interno delle strutture del Pnrr.

Il “modello Veneto”

Nelle scorse ore il Veneto ha annunciato la firma dell'accordo con i medici di famiglia e il successore di Luca Zaia a Palazzo Balbi, Alberto Stefani, non si è lasciato sfuggire l'occasione per rivendicare che «il Veneto è laboratorio di buone pratiche oltre che modello di riferimento per l’intero Paese».

Qualche giorno prima erano stati i sindacati dei medici piemontesi a sottoscrivere il testo predisposto dalla Regione. Ma nelle due pagine firmate mercoledì scorso al Grattacielo viene dettagliato soltanto il monte ore – variabile a seconda del numero degli assistiti – che ciascun professionista dovrà svolgere all'interno delle Case di comunità.

L’accordo in Piemonte

La scelta di non indicare funzioni e attività – appena accennate, peraltro, in una lettera del direttore regionale della Sanità, Antonino Sottile, inviata lo scorso 12 marzo alle Asl e ai sindacati – sembra essere più una decisione consapevole che una dimenticanza. Una scelta probabilmente suggerita da ciò che potrebbe essere deciso nei prossimi giorni dal ministero della Salute.

Da Roma potrebbe infatti arrivare la conferma concreta di quanto ha di fatto anticipato il sottosegretario Marcello Gemmato a margine del primo Summit nazionale sulle politiche per le malattie rare, svoltosi nella Capitale. Il confronto con i medici di medicina generale sul loro impiego nelle Case di comunità, ha spiegato, «è in corso da settimane e si sta finalizzando», aggiungendo che «la concertazione con i medici è la via primaria».

Il sempre più influente sottosegretario meloniano, dopo la bocciatura della riforma voluta dal ministro, sembra dunque intenzionato a definire a livello centrale le linee guida – e forse qualcosa di ancora più vincolante – sul ruolo dei camici bianchi nelle strutture del Pnrr.

Leggi qui l'accordo del Piemonte

Le richieste del sindacato

Questo dovrebbe avvenire – secondo la richiesta della Fimmg – attraverso un addendum all’Accordo collettivo nazionale della categoria, escludendo quindi la strada del decreto. «Le Regioni stanno attrezzando fisicamente le Case di comunità; noi stiamo cercando di riempirle in accordo con i medici di medicina generale e senza mortificare le professioni», ha spiegato Gemmato.

Le Regioni guardano dunque con attenzione a una possibile e rapida evoluzione che potrebbe portare alla firma di un accordo nazionale entro la fine del mese. È anche questa la possibile ragione per cui il Piemonte si è “limitato” a definire il monte ore che i medici di famiglia dovranno garantire nelle Case di comunità, rinviando per ora il dettaglio delle attività. Ed è proprio questo l’aspetto che interessa maggiormente ai cittadini.

Torino aspetta Roma

Se, come tutto lascia supporre, le funzioni verranno definite a Roma, a Torino non resterà che recepire le indicazioni, pur con qualche margine di adattamento. In caso contrario, ciò che dovranno fare i camici bianchi nelle Case di comunità sarebbe già nero su bianco negli uffici del Grattacielo.

Resterà poi da spiegare ai piemontesi quando rivolgersi a queste strutture e per quali prestazioni, evitando che finiscano per trasformarsi in costosi doppioni degli ambulatori dei medici di famiglia.

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