Unicredit, affare di famiglia: Orcel, il fratello, la Russia
12:09 Venerdì 19 Giugno 2026Un dossier che da mesi agita Piazza Gae Aulenti: ping-pong tra cda e compliance, pareri legali che tirano in ballo Descalzi, storie di ricatti e sospetti sull'identità del beneficiario (un oligarca?). L'apprensione degli azionisti, a partire dalla Fondazione Crt
Nei corridoi della finanza milanese la storia circolava da mesi. Sussurrata, mai davvero smentita, accompagnata da quei silenzi che valgono più di una conferma. Il coinvolgimento di Riccardo Orcel, fratello dell’amministratore delegato di Unicredit Andrea Orcel, nella delicatissima cessione delle attività russe della banca era diventato uno dei dossier più imbarazzanti all’interno del gruppo. Soltanto ieri, dopo il lancio di Reuters e la successiva conferma ufficiale dell’istituto, la vicenda è uscita definitivamente allo scoperto.
Ma ciò che emerge oggi racconta una storia assai più complessa di un semplice incarico di consulenza. È il racconto di un’operazione che avrebbe attraversato mesi di tensioni interne, rimbalzi tra compliance, Comitato rischi e Consiglio di amministrazione, richieste di pareri legali e timori mai sopiti sulla reale identità del beneficiario finale dell’operazione.
La trattativa e il fratello dell’ad
Secondo quanto ricostruito Riccardo Orcel, ex numero due della banca statale russa Vtb ed ex vicepresidente di Vtb Capital, ha avuto un ruolo determinante nell’individuare e strutturare la soluzione che dovrebbe consentire a Unicredit di uscire dal mercato russo.
La banca ha confermato che Riccardo Orcel «ha presentato una proposta relativa alle attività russe» ed è stato nominato dal Consiglio di amministrazione «consulente indipendente» per seguire il processo. Lo stesso istituto ha spiegato che la transazione annunciata a maggio «è il risultato positivo di tale lavoro». Del resto, Riccardo Orcel, che ha lasciato la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, conosce perfettamente quel mercato: per anni è stato uno dei manager occidentali più importanti all’interno di Vtb, il secondo gruppo bancario controllato dallo Stato russo.
I dubbi della compliance
Dietro quella definizione rassicurante di “consulente indipendente”, però, si sarebbe consumata una lunga battaglia interna. Secondo quanto risulta allo Spiffero, la struttura di compliance di Unicredit avrebbe bloccato almeno due volte il dossier: una prima volta nel novembre dello scorso anno e una seconda nel maggio di quest’anno. Al centro delle perplessità vi sarebbe stata soprattutto la difficoltà di individuare con certezza il beneficiario economico finale dell’operazione.
Le indiscrezioni, mai confermate ufficialmente, portano a un nome pesantissimo: quello di Mikhail Fridman, miliardario russo-israeliano, fondatore di Alfa Group e del fondo LetterOne, patrimonio superiore ai 13 miliardi di dollari, residente da anni a Londra e destinatario delle sanzioni occidentali successive all’invasione dell’Ucraina.
L'acquirente formalmente individuato da Unicredit è un investitore privato con sede negli Emirati Arabi Uniti. Ma dell’operazione si conosce pochissimo. Dubai, del resto, è diventata negli ultimi anni uno dei principali hub finanziari attraverso cui transitano gli affari russi dopo il giro di vite imposto dalle sanzioni internazionali.
Il ping-pong tra comitati e il precedente Descalzi
Il confronto interno sarebbe stato tutt’altro che lineare. Tra compliance, Comitato rischi e Cda sarebbero circolati diversi pareri legali nel tentativo di certificare la correttezza dell’operazione e soprattutto di neutralizzare il tema del possibile conflitto di interessi derivante dal coinvolgimento del fratello dell’amministratore delegato.
Secondo quanto risulta, uno dei pareri richiesti direttamente da Andrea Orcel avrebbe persino richiamato il precedente dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, finito anni fa al centro delle polemiche per la posizione della moglie Marie Madeleine Ingoba, detta Mado, originaria della Repubblica del Congo. Una vicenda che aveva alimentato inchieste giornalistiche e giudiziarie sui rapporti tra società fornitrici dell’Eni e la famiglia del presidente congolese, prima di concludersi con l’archiviazione. Un precedente evocato come argomento difensivo, sulla valenza penale e amministrativa del conflitto di interesse. Chissà se Descalzi sa di essere stato trasformato, suo malgrado, nello scudo giuridico utilizzato nel caso Orcel.
La compagna russa
Dietro la vicenda emerge anche un elemento umano che, secondo quanto filtra, avrebbe inciso non poco sull’atteggiamento di Andrea Orcel nei confronti del fratello. Riccardo Orcel porta infatti sulle spalle una dolorosa vicenda personale culminata con una sentenza del Tribunale di Milano.
Nel novembre 2025 l’ex compagna, Elena Myandina, è stata condannata a tre anni di reclusione insieme al compagno Angelo Corbosiero per sottrazione di minori e tentata estorsione. Secondo l’accusa, nell’agosto del 2023 la donna aveva portato in Russia i due figli della coppia, allora di sette e otto anni, trattenendoli contro la volontà del padre fino al dicembre dello stesso anno. Successivamente avrebbe preteso 500 mila euro per consentirne il rientro in Italia, intimando a Riccardo Orcel di predisporre dieci assegni circolari da 50 mila euro ciascuno da consegnare nello studio del notaio Angelo Busani. Proprio il professionista, collaborando con i carabinieri, consentì agli investigatori di identificare la coppia.
Assistito dall’avvocato Domenico Aiello, Riccardo Orcel denunciò tutto ai carabinieri, rifiutandosi di pagare. Il pubblico ministero Enrico Pavone aveva chiesto tre anni per Myandina e quattro anni e sei mesi per Corbosiero. I giudici hanno inflitto tre anni a entrambi, riconoscendo inoltre una provvisionale di 30 mila euro e rinviando il risarcimento alla sede civile.
Secondo quanto riferiscono ambienti finanziari, quella vicenda avrebbe profondamente segnato Riccardo Orcel, tanto da alimentare nel fratello Andrea una costante preoccupazione per la sua fragilità personale. E c’è chi sostiene che il ritorno dei bambini non sarebbe stato favorito tanto dai tribunali italiani quanto da interventi informali di soggetti afferenti ad ambienti del potere russo, i “barbudos putiniani”. Da allora della donna si sarebbero perse le tracce.
Gli azionisti osservano. Anche Torino
Se per il mercato la questione investe soprattutto la governance di Unicredit, per gli azionisti il tema è inevitabilmente reputazionale. Tra coloro che stanno seguendo con particolare attenzione gli sviluppi vi è anche la Fondazione Crt, che con circa l'1,9% del capitale resta uno dei soci italiani di peso presenti nell’azionariato.
A Palazzo Perrone la presidente Anna Maria Poggi e il segretario generale Patrizia Polliotto stanno monitorando con comprensibile apprensione l’evoluzione della vicenda. Qualunque sarà l’esito finale dell’operazione, il coinvolgimento del fratello dell’amministratore delegato in uno dei dossier più sensibili della banca non può non alimentare interrogativi e imbarazzi.
Operazione ancora da completare
L’uscita di Unicredit dalla Russia resta comunque ancora da finalizzare. L’accordo annunciato a maggio è non vincolante e dovrà ottenere il via libera della Banca centrale russa oltre al decreto presidenziale del Cremlino. Nel frattempo, la Vigilanza europea continua a chiedere alla banca italiana di ridurre drasticamente la propria esposizione nel Paese, mentre anche il Governo italiano aveva inserito la presenza russa tra le criticità evidenziate nel golden power relativo all’offerta pubblica su Banco Bpm.
Resta però una domanda destinata ad accompagnare tutta la vicenda: al di là della correttezza formale delle procedure, era davvero opportuno affidare una trattativa tanto delicata al fratello dell’amministratore delegato? È il genere di domanda alla quale i pareri legali possono forse fornire una risposta giuridica. Molto più difficile, invece, che riescano a cancellarne l’impatto reputazionale.


