OPERE & OMISSIONI

Infrastrutture, inefficienze e ritardi: alla logistica costano 1,5 miliardi

Nel 2023 la chiusura del Frejus portò Amazon a dirottare dall'Italia (e dal Piemonte) investimenti in Spagna. La movimentazione delle merci può portare a un punto di crescita del Pil. Gli Stati Generali di Confindustria. Orsini: "Che fare nel dopo il Pnrr?"

Quando, nell’agosto del 2023, una frana sul versante francese causò la prolungata chiusura del traforo ferroviario del Frejus, Amazon trasferì dall’Italia alla Spagna ingenti investimenti con l’obiettivo di collegare più rapidamente il Sud della Francia. Una scelta che sarebbe poi diventata definitiva, con conseguenze facilmente immaginabili per l’economia italiana e, nello specifico, per quella piemontese.

Nella vicenda – ricordata da Lorenzo Barbo, amministratore delegato di Amazon Italia Logistica, nel corso degli Stati Generali dei Trasporti e della Logistica organizzati a Roma da Confindustria – c’è tutta la rapidità con cui mutano gli scenari della mobilità delle merci e la necessità, per operatori e istituzioni, di saper stare al passo.

Fattore di crescita

Il messaggio lanciato da Confindustria richiama proprio l’importanza di non considerare la logistica soltanto un costo, ma di andare oltre il suo tradizionale ruolo di motore dell’economia, evidenziandone la capacità di agire da moltiplicatore della crescita nazionale. Viale dell’Astronomia ricorda che per ogni milione di euro investito nella movimentazione delle merci e nelle sue infrastrutture, fisiche e digitali, se ne generano oltre due in produzione aggiuntiva.

“La Banca mondiale stima che i Paesi con le migliori performance logistiche arrivino a registrare fino a un punto di Pil in più e un incremento del 2% dell’interscambio commerciale”, ha sottolineato il vicepresidente di Confindustria con delega alla Logistica, Leopoldo Destro.

In Italia il settore vale circa 205 miliardi di euro, pari a circa il 9% del Pil, impiega quasi un milione e 400 mila addetti e conta poco meno di 80 mila imprese. Numeri che fanno della logistica italiana la terza filiera europea per dimensioni e che, secondo Confindustria, possono e devono crescere ancora, aprendo la strada a quell’effetto moltiplicatore per cui, a fronte di un investimento di 10 miliardi di euro, se ne generano 22 di Pil.

Appello a Bruxelles

Da qui la richiesta, avanzata con forza dagli Stati Generali, di mettere trasporti e logistica al centro dell’agenda nazionale, senza trascurare il fronte europeo. Se il mercato comunitario rappresenta il principale sbocco commerciale dell’Italia, non può infatti sfuggire l’importanza della qualità e della rapidità dei collegamenti, nei quali i valichi alpini rivestono un ruolo strategico. “Da lì passano ogni anno merci per un valore di 400 miliardi di euro, oltre un terzo dell’interscambio dell’Italia con il resto dell’Europa”, ha spiegato ancora Destro.

Dal Brennero al Monte Bianco, fino alla Torino-Lione, queste infrastrutture, secondo Confindustria, dovrebbero essere riconosciute ufficialmente come strategiche dall’Unione europea, alla quale viene chiesta anche la nomina di un commissario ad hoc, o più precisamente di un coordinatore europeo, accompagnato da programmi di finanziamento e da piani di manutenzione coordinati. “Ogni inefficienza infrastrutturale si paga – ha avvertito il vicepresidente di Confindustria – e si ripercuote sull’intera filiera. Oggi quel costo può essere quantificato in non meno di un miliardo e mezzo di euro all’anno”.

Tav e Terzo Valico

Inefficienze che, inevitabilmente, riguardano anzitutto i ritardi negli interventi di manutenzione, ma anche quelli nella realizzazione delle nuove opere, come la Torino-Lione e il Terzo Valico.

Ferro, ma anche gomma, in un Paese dove l’85% delle merci continua a viaggiare su strada, soprattutto lungo la rete autostradale. A questo proposito, Arrigo Giana, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, ha stimato in almeno 50 miliardi di euro – più probabilmente 60 – gli investimenti necessari nei prossimi vent’anni per garantire la vita utile della rete autostradale nei sessant’anni successivi.

E proprio guardando al futuro, tra ritardi e promesse, mentre il mercato globale corre a velocità sempre più sostenute, sono le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, a indicare le nuove sfide ma anche le incognite più insidiose: “Sappiamo benissimo che senza il Pnrr ci sarebbe stato il rischio di andare in recessione. Ma la vera domanda è: cosa dobbiamo pensare dal 2026 in poi? Questo è il vero capitolo”.

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