SACRO & PROFANO

Novara, Brambilla le Busca: (forse) la spunta Repole

L'attuale vescovo di Mantova sarebbe il favorito per la successione. Un'eventuale nomina rafforzerebbe l'asse che guarda alla futura presidenza della Cei e lascerebbe al palo il bergogliano Di Tolve. Incognite sulla sorte di Gallese: lascerà Alessandria?

Sembra che per Novara sia stata trovata la quadra sul nome dell’attuale vescovo di Mantova, il bresciano monsignor Marco Busca. Per monsignor Franco Giulio Brambilla, che da giorni va dicendo di sapere chi sarà il suo successore, sarebbe una vittoria a metà, perché lui voleva al suo posto don Luca Bressan, vicario generale di Milano. Sarebbe invece una vittoria piena – molto di più che se fosse arrivato il boariniano Marco Prastaro – per il cardinale Roberto Repole, il quale con il vescovo di Mantova e con il vescovo di Verona, Domenico Pompili, forma la cordata che lavora per portarlo a maggio dell’anno prossimo alla presidenza della Cei.

E il bergogliano Michele Di Tolve? Sembra che, con gran sollievo dei milanesi e dei novaresi, venga destinato a un dorato tramonto presso la diocesi di Massa Marittima-Piombino dove lo aspetta una premurosa “curatela fallimentare”.

Grana mandrogna

Si attendono nuove – ma qualcosa sta filtrando – sulla sorte del vescovo di Alessandria monsignor Guido Gallese. Chi in questi mesi ha avvicinato il cardinale Giuseppe Bertello, inviato mesi fa come visitatore, questi faceva intendere, a seconda dell’interlocutore, tutto e il contrario di tutto. Con alcuni: «ad Alessandria è tutto a posto, nulla quaestio»; ad altri: «il vescovo Gallese sarà rimosso e si sta lavorando per il successore». Addirittura, si sparse la voce che, in quest’ultima prospettiva fosse pronto per lui l’onorifico seggio di canonico di San Pietro. Qualcuno sostiene che la relazione del visitatore non contenga importanti rilievi sulla gestione amministrativa, mentre invece si soffermerebbe sulle lamentele del clero, che sarebbero spia di un disagio diffuso. Comunque vadano le cose Gallese è ormai vulnerato.

Santi e fanti del donciottismo

Il convegno in ricordo di Mimmo Lucà dei giorni scorsi è stata l’occasione per una parata di quello che resta del cattocomunismo torinese. Con una novità di non poco conto e cioè la presenza dell’apparato curiale laico, che di quel milieu è parte, al completo. A officiare il rito non poteva che essere il gran sacerdote dei poteri forti, don Luigi Ciotti, ormai avviato verso la monumentalizzazione, con il suo invito perentorio agli astanti di non occuparsi di liturgia, e a non perder tempo a pensare ai santi e invece a lottare per il cambiamento.

In queste parole si misura tutta la distanza che lo separa da un suo confratello come don Luigi Giussani, del quale è stata introdotta la causa diocesana di beatificazione: «Il santo non è un mestiere di pochi né un pezzo da museo. Il santo non è un superuomo ma è l’uomo vero perché aderendo a Dio, per mezzo di Gesù Cristo, realizza il fine per cui è stato creato». I santi sociali non diventarono santi perché sociali ma furono sociali perché santi. Una differenza di non poco conto.

Ma c’è un punto su cui parecchi ci hanno chiesto lumi. Quale sarebbe stata la reazione della curia se un altro prete avesse parlato dal palco di Fratelli d’Italia, della Lega, di Forza Italia o addirittura di Vannacci e non davanti alla segretaria del Pd Elly Schlein? Siamo al doppiopesismo che giustifica qualsiasi cosa provenga da sinistra e ben lontani da una reale inclusività che, tra l’altro, non è parola cristiana, perché il cristiano è per l’unità nella verità e nel bene, mentre l’inclusività vuole includere gli opposti, cosa impossibile nella verità e nel bene.

Ruini tra verità e mistificazioni

I commenti più duri – alcuni al vetriolo – contro la figura dello scomparso cardinale Camillo Ruini sono arrivati della sinistra cattolica ed ecclesiale. Tra essi si è distinto Enzo Bianchi, il quale ha scritto che il cardinale è stato «un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella chiesa (in minuscolo, ndr)» dandogli il volto della «matrigna», ma che «non ebbe l’approvazione né del cardinale Martini, né di Papa Francesco». Si dà tuttavia il caso che Ruini questa approvazione l’abbia invece avuta – e totale – da parte di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI dei quali interpretò fedelmente la linea dottrinale e pastorale. Alle sue esequie in San Pietro, che sono state celebrate da Leone XIV in persona all’altare della Cattedra presenti 34 cardinali, il pontefice ha detto che «moltissimo gli deve la Chiesa italiana» e, riflettendo sul suo motto episcopale Veritas liberabit nos, le ha definite parole che, contro ogni deriva relativistica, «ci ricordano con chiarezza un segno della forza e della solidità con cui l’uomo matura quando trova nella Verità che viene da Dio il centro e il perno della propria esistenza».

Nel suo testamento spirituale (scritto nel 2016) il cardinale ha riconosciuto il disagio vissuto con papa Francesco: «non per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite dopo il Concilio a stento medicate». E poi ancora, rivolgendosi direttamente a Dio, una frase che aprirà di sicuro nei prossimi giorni un vasto dibattito: «Ti ringrazio per il Concilio Vaticano II, per aver averlo vissuto e fatto vivere e anche per avermi dato la lucidità e la forza di oppormi alle derive postconciliari». Derive che nessuno dotato di raziocinio può negare e che imporrebbero una serena valutazione critica.

Invece nessuno ha ricordato che Ruini non era troppo accondiscendente verso il mondo tradizionale. Lo scorso febbraio aveva replicato con un «certamente no» a una domanda postagli da Aldo Cazzullo che gli chiedeva se era favorevole alla Messa antica ma che invece – da vero e intelligente uomo di Chiesa, in questo d’accordo con Enzo Bianchi – era contrario alle restrizioni poste da Bergoglio e che si sarebbero dovuto accogliere i fedeli legati a quella Messa: «se riconoscono il Concilio, che male fanno?». Una lezione di realismo e di buonsenso contro l’ideologismo ottuso dei desertificatori di chiese e seminari (Catella, Guerrini, Mana, Anfossi, Fiandino ecc. per parlare solo dei viventi) o di monsignor Alessandro Giraudo il quale, ancora ai tempi di Summorum Pontificum, si arrampicava sugli specchi per negare ai fedeli della Messa antica la chiesa del Corpus Domini, di cui era rettore, con motivazioni che rilette oggi, più che sorridere fanno piangere. Ma lui è un canonista e in una Chiesa che vive di eccezioni, quando si vuole dire di no si invocano le regole.

L’inverno del clero

Sta circolando nelle sacrestie di Torino la ferale notizia di un altro abbandono del ministero da parte di un giovane prete e alcuni si chiedono cosa stia succedendo nella diocesi del cardinale Repole, sempre più lanciato nell’orbita dei livelli ecclesiali alti. Veramente Ecclesia Dei taurinensis afflicta! In Italia i sacerdoti diocesani sono passati dai 38.209 del 1990 ai 31.793 del 2020. I preti fino a trent’anni sono crollati: erano 1.708 nel 2000, 599 nel 2020, un calo del 60%. Le ordinazioni continuano a scendere, da 436 nel 2013 a 323 nel 2023. Nel 2020, su 25.595 parrocchie, i parroci erano 15.133: poco più della metà, con una media di 1,7 parrocchie per parroco.

A fronte di questa débâcle e tanto per ritornare ai segni dei tempi, c’è un dato che dovrebbe far riflettere chi li scruta. Quest’anno la Fraternità sacerdotale di San Pietro (FSSP), realtà tradizionale in comunione con Roma da non confondersi con la FSSPX (lefebvriani), ordinerà 25 sacerdoti, più di quanti ne hanno ordinati le 27 diocesi tedesche nel 2025.    

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