SACRO & PROFANO

Repole "assolve" gli antagonisti:
"Un disagio che va ascoltato"

Nell'omelia di S. Giovanni il cardinale condanna senza ambiguità la violenza, ma invita Torino a guardare oltre gli scontri. Poi lancia l'allarme: nessun sindaco under 35 nei grandi Comuni piemontesi e tentativi di suicidio tra gli adolescenti aumentati del 249%

Più che un’omelia, una radiografia della città. E, a tratti, un atto d’accusa contro una società che continua a chiedersi perché i giovani si allontanino, senza interrogarsi abbastanza su quanto poco spazio sia disposta a concedere loro.

Nella cattedrale di San Giovanni, nel giorno del patrono di Torino, il cardinale Roberto Repole prende la figura del Battista – “colui che sa cedere il passo” – e la trasforma in un modello per la politica, le istituzioni, la Chiesa e l’intera società civile. Perché, osserva, il vero problema non è soltanto accompagnare i giovani, ma avere il coraggio di lasciarli finalmente entrare in campo.

“Non facciamoli aspettare”

Il cuore dell’omelia è tutto in un’esortazione che sa quasi di rimprovero. Repole invita a “diventare degli adulti capaci di cedere il passo ai più giovani”, ricordando che “i nostri figli sono spesso molto preparati, molto creativi, molto ricchi di ideali” e rappresentano “la più grande opportunità di questo nostro tempo”. Poi l'ammonimento: “Non facciamoli aspettare”.

Ma non basta l’incoraggiamento. L’arcivescovo pone una serie di domande che risuonano ben oltre le navate della cattedrale: “Stiamo mettendo i giovani in prima fila? Accettiamo che prendano le cose in mano? Oppure li teniamo fermi in panchina?”. Perché, osserva, essendo ormai numericamente inferiori rispetto alla massa degli adulti e degli anziani, rischiano di non avere voce e di lasciare “il vecchio mondo a ripetere i ragionamenti di sempre”.

I numeri del vecchio Piemonte

Per dare forza al suo ragionamento Repole si affida ai dati. Ricorda che in Piemonte, nei Comuni con più di 15 mila abitanti, non esiste neppure un sindaco con meno di 35 anni. Aggiunge che l’età media dei dirigenti delle aziende italiane si aggira attorno ai 50 anni, contro una media europea di 45, mentre nelle università italiane si diventa professori ordinari tra i 50 e i 58 anni, rispetto ai 40-45 anni del resto d’Europa.

Da qui la domanda che attraversa tutta l’omelia: “Perché abbiamo timore nel fare spazio ai giovani? Cosa aspettiamo a dare una spinta in avanti ai nostri giovani?”. Una riflessione che il cardinale precisa di non voler trasformare in una contrapposizione generazionale, ricordando come Torino negli ultimi anni abbia avuto sindaci più giovani rispetto alla tradizione e sottolineando che il compito degli adulti non è farsi da parte, ma accompagnare le nuove generazioni nei luoghi dove si decide.

Gli antagonisti e il disagio

È probabilmente il passaggio destinato a far discutere di più. Repole affronta direttamente le polemiche che negli ultimi mesi hanno accompagnato le manifestazioni dei movimenti giovanili antagonisti, soprattutto di quella galassia che ruota attorno ad Askatasuna, il centro sociale sgomberato a fine dello scorso anno dopo quasi trent’anni di occupazione.

La condanna della violenza resta netta, ma il cardinale aggiunge una riflessione che sposta il baricentro del dibattito. “Quest’anno ho sofferto molto di fronte alle polemiche sulla violenza dei movimenti giovanili antagonisti. Non è mai stata in dubbio la condanna dei gesti di violenza, ma le polemiche ci hanno a volte distratti rispetto ai messaggi di disagio che potevamo intercettare fra i giovani arrabbiati e al grido che sale da una grande massa di giovani pacifici”.

Parole che arrivano dopo mesi segnati dagli scontri nelle piazze torinesi e che invitano a distinguere la repressione dei reati dall’ascolto di un malessere sociale più profondo. Una lettura, quella di Repole, che fa il paio di quella parte del milieu cittadino che esprime una “benevola tolleranza”, come acutamente ha sottolineato la procuratrice generale Lucia Musti. Perché cercare il disagio dietro le spranghe, le pietre e gli assalti alle forze dell’ordine può anche essere un esercizio di comprensione, ma rischia di diventare un alibi quando si dimentica la natura di quei movimenti.

Quello dell’antagonismo torinese non è un semplice malessere giovanile sfociato in eccessi episodici. È un universo politico che da decenni coltiva l’antagonismo come metodo, l’antistatalismo come cultura e, troppo spesso, la violenza come linguaggio. Pensare che basti scavare nelle fragilità sociali per comprenderlo significa fermarsi alla superficie. Il disagio può spiegare perché qualcuno venga attratto da certe realtà; molto più difficile è sostenere che basti a spiegare organizzazioni che della contrapposizione permanente alle istituzioni hanno fatto una vera identità politica.

Il grido dei Neet

L’arcivescovo descrive poi un’altra Torino, quella meno visibile. È quella dei giovani “che stanno perdendo il treno”, che non studiano, non lavorano e bivaccano nelle periferie, ma anche di chi guarda il futuro con paura. Un universo che, secondo Repole, la città deve “affrettarsi a ritrovare”.

Per dare la misura dell’emergenza cita numeri che impressionano: tra gli adolescenti torinesi i tentativi di suicidio sono aumentati del 249% negli ultimi quattro anni; le consulenze di neuropsichiatria infantile all’ospedale Regina Margherita sono passate da 319 nel 2018 a 1.694 nel 2022, restando poi su livelli analoghi; infine richiama la recente emergenza legata all’uso incontrollato di paracetamolo tra gli adolescenti.

“Reprimere non basta”

Di fronte a questo scenario, Repole indica quella che considera la responsabilità degli adulti. “Essere adulti di fronte ai giovani”, afferma, non significa né reprimere senza spiegare né avallare tutto senza indicare una direzione. Perché “se ci limitiamo a reprimere senza spiegare o a lasciar fare, voltandoci dall’altra parte, non stiamo volendo bene davvero ai nostri figli”.

Un invito che diventa anche un ringraziamento verso chi ogni giorno svolge un silenzioso lavoro educativo: genitori, insegnanti, educatori, sacerdoti, religiosi, uomini della cultura, dello spettacolo e della politica. “Se Torino rimane una bella città, lo dobbiamo anche a loro”, dice il cardinale.

Crisi spirituale prima che materiale

Nel finale dell’omelia lo sguardo si allarga ulteriormente. Repole invita la città a non limitarsi alle regole e alle istituzioni, ma a riconoscere le fragilità dei più poveri, degli esclusi e degli emarginati, ricordando che una comunità resta tale solo se nessuno viene lasciato indietro. Per questo, avverte, le crisi che attraversano Torino e il Paese “sono soltanto all’apparenza crisi di tipo materiale”: alla radice c'è “una profonda crisi spirituale”, e ignorarla significherebbe non essere all’altezza della responsabilità che la città ha verso il proprio futuro.

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