Il partito che non c'è (ancora), trame anti Salvini nella Lega
07:00 Venerdì 26 Giugno 2026Fallita la mediazione con il segretario, il fronte del Nord prepara l'alternativa. Zaia e Fedriga tessono la rete mentre il Capitano si chiude nel bunker. Sullo sfondo Marina Berlusconi e il progetto di un nuovo soggetto politico. Piemonte in fibrillazione
Il raduno di Mogliano Veneto non è saltato per motivi logistici. È saltato perché Matteo Salvini, questa volta, ha avuto davvero paura. Non della contestazione di quattro militanti con uno striscione, né dell’ennesima polemica giornalistica. Paura di trovarsi davanti un partito che, anziché applaudire il segretario, gli presentasse il conto. Perché il ritiro del 4 e 5 luglio, nelle intenzioni di chi da mesi lavora al dopo-Salvini, doveva diventare il momento della verità. Il luogo dove il malessere del Nord sarebbe uscito dalle telefonate riservate, dalle cene, dalle chat, per materializzarsi davanti al Capitano. Non un congresso, peggio: una resa dei conti. E Salvini, raccontano nel Carroccio, quell’imboscata l’ha fiutata con qualche giorno d’anticipo.
Da mesi, lontano dai riflettori, un gruppo ristretto di governatori, amministratori e dirigenti storici della Lega lavora allo stesso obiettivo. Non scalare il partito – impresa impossibile, visto uno statuto costruito su misura del segretario – ma costringere Salvini a scegliere tra una resa concordata e la rottura. La prima opzione gli sarebbe stata perfino offerta. Una sorta di uscita con gli onori delle armi: restare nel pantheon, ma accettare che il controllo politico del movimento tornasse dove la Lega è nata, cioè nel Nord. Le liste elettorali, la linea politica, i rapporti con i territori sarebbero passati nelle mani dell’asse Zaia-Fedriga. Salvini ha detto no.
Lo statuto finito nel cestino
È in quel momento che nasce la bozza di statuto di cui nei giorni scorsi ha scritto il Foglio. Era il compromesso trovato tra il segretario e i governatori, affidato alle cure di Roberto Calderoli. O almeno quello che sembrava tale. Un direttivo rafforzato, più potere ai territori, la fine dell’uomo solo al comando. Poi qualcosa cambia. Salvini si chiude a riccio, nega perfino che quel testo sia mai esistito e lo fa sparire. Al suo posto inventa il Coordinamento dei territori, un organismo pletorico che ufficialmente dovrebbe rilanciare la Lega e che invece, secondo molti dirigenti, serve soprattutto a evitare di redistribuire davvero il potere.
Da lì in poi, raccontano gli insider, il lessico cambia. Nessuno parla più di mediazione. Si comincia a parlare di “piano B”. Perché se il partito non è contendibile, allora bisogna costruirne uno nuovo.
È qui che il retroscena diventa ancora più interessante. Perché nessuno immagina la nascita di una Lega 2.0. Anzi, l’idea sarebbe esattamente opposta: chiudere definitivamente con il Carroccio degli ultimi tredici anni e mettere insieme un soggetto federatore. Dentro ci starebbero il pezzo di Lega che non vuole morire salviniano, le liste civiche del Nord, amministratori locali che negli anni hanno costruito consenso fuori dai partiti tradizionali e, in prospettiva, Forza Italia. O meglio, quella Forza Italia che Marina Berlusconi guarda sempre più da vicino.
Il bunker del Capitano
Chi frequenta il partito descrive un leader sempre più assediato. Qualcuno parla apertamente di “sindrome del bunker”. Attorno a Salvini si sarebbe ormai ristretto un cerchio ristrettissimo di fedelissimi e soprattutto, raccontano diverse fonti interne, il principale consigliere politico non sarebbe un dirigente della Lega, bensì Denis Verdini, padre della compagna del vicepremier. È lui, assicurano, il regista della strategia della resistenza.
Una strategia che avrebbe un obiettivo preciso: garantire al segretario e al suo ristretto cerchio magico un’uscita in sicurezza, mantenendo il controllo del partito il più a lungo possibile. C’è chi, con una metafora crudele, parla di “ultimi giorni di Salò”. Una parabola che finisce per assomigliare più di quanto lui stesso probabilmente sopporterebbe all’altro Matteo. Come Renzi al tramonto della sua stagione nel Pd, anche Salvini appare concentrato soprattutto sul destino del proprio entourage di scherani. Un destino comune anche nei sondaggi, dove i due sono ormai da tempo tra i leader più invisi agli italiani.
Zaia? Un musone. Fedriga? Si accontenta
Il livello dello scontro è ormai tale che filtrano perfino giudizi personali. Secondo più ricostruzioni interne, Salvini liquiderebbe Zaia come un “musone”, sprezzante, accidioso, incapace di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità politiche. Concentrato piuttosto a lucidare il monumento di se stesso che a mettersi al servizio di una causa. Di Fedriga darebbe invece una lettura diversa: uno pragmatico, collaborativo, “facile da accontentare”, interessato soprattutto a un futuro ritorno a Roma.
Quanto agli altri contestatori, il giudizio sarebbe ancora più sprezzante, tranchant: “Non hanno i coglioni”. Parole che raccontano molto del clima che si respira nel Carroccio ma che, seppur in modo ingeneroso, non sono troppo lontane dalla verità.
La strada della scissione
C’è solo un piccolo particolare che manda all’aria qualsiasi strategia. La Lega è costruita in modo da non poter essere espugnata. Lo statuto consegna al segretario un controllo pressoché totale degli organismi federali. Lo stesso Consiglio federale è costruito a sua immagine: per convocarlo servono numeri che gli oppositori non hanno e il congresso non può essere imposto. E allora?
Secondo quanto ormai si dice apertamente tra governatori e amministratori del Nord, a quel punto resterebbe una sola strada: andarsene. Ma non da scissionisti. La sfida sarebbe semmai quella di ribaltare l’accusa, facendo ricadere su Salvini il marchio del tradimento: quello di aver reciso il legame con la Lega delle origini e costretto il suo popolo a sfilare sotto altre bandiere.
L’idea, riferiscono più interlocutori, non è quella di rifondare la vecchia Lega, né tantomeno di metterne in piedi una versione 2.0. Quella stagione, per chi lavora al progetto, viene considerata chiusa. Il ragionamento sarebbe molto più ambizioso: approfittare della crisi del Carroccio per costruire qualcosa che oggi nel centrodestra ancora non esiste. Non un altro partito identitario, ma un contenitore capace di federare esperienze diverse accomunate dallo stesso radicamento territoriale.
Un nuovo soggetto politico
Le linee guida, assicurano nel fronte nordista, sarebbero già state abbozzate. Attorno a un nucleo formato dagli amministratori e dal ceppo storico della Lega potrebbero aggregarsi liste civiche, movimenti locali e reti di sindaci che negli ultimi anni hanno costruito consenso lontano dai partiti tradizionali. Più che al vecchio Carroccio, il modello guarderebbe a una grande federazione dei territori, capace di tenere insieme culture amministrative diverse senza cancellarne le identità.
Tra le realtà che vengono citate più spesso figurano il mondo civico costruito a Venezia dall’ex sindaco Luigi Brugnaro e dal suo successore Simone Venturini, dal primo cittadino di Trieste Roberto Dipiazza e, in Piemonte, la rete di amministratori che fa riferimento al presidente della Provincia di Cuneo, Luca Robaldo e da Forza Novara, lo spin off inventato da Alessandro Canelli. Tasselli di un mosaico ancora incompleto, ma che molti descrivono già come il possibile embrione di un nuovo soggetto politico.
Il volto naturale di un'operazione del genere sarebbe Luca Zaia. Non tanto l’uomo chiamato a costruirla mattone dopo mattone, quanto quello capace di darle autorevolezza, attrattività e consenso. Il federatore, più che il federato. Anche perché, confidano i suoi interlocutori, l'ex governatore veneto continua a mostrare una certa ritrosia a impegnarsi in quel paziente lavoro di tessitura politica necessario per mettere insieme mondi tanto diversi. “Luca non farà il muratore, semmai taglierà il nastro”, scherza uno dei protagonisti di questo cantiere politico.
Marina osserva
Sul progetto aleggia anche l’ombra lunga di Marina Berlusconi. Il nome della presidente di Fininvest ricorre con sempre maggiore frequenza nei racconti di chi segue da vicino le manovre del centrodestra. I rapporti con Luca Zaia sono da tempo ottimi e, secondo più ricostruzioni, si sarebbero consolidati attraverso una serie di incontri nei quali la stima personale si sarebbe intrecciata a valutazioni politiche. C’è chi assicura che, in passato, nei colloqui sia finita perfino l’ipotesi di affidare all’ex governatore veneto la guida di Forza Italia. Uno scenario ritenuto impraticabile dallo stesso Zaia.
Ben diverso sarebbe, invece, mettersi alla testa di un soggetto politico nuovo, capace di dialogare da pari a pari con gli azzurri e, un domani, federarsi con Forza Italia, con il mondo civico e con quel Nord produttivo che oggi fatica a riconoscersi negli attuali contenitori politici.
È anche per questo che, dentro la Lega, nessuno considera più “Il Fienile” soltanto un podcast. Per il pubblico è un format di successo. Per chi osserva le mosse del Doge rappresenta qualcosa di diverso: una comunità costruita fuori dai canali del partito, una macchina di comunicazione autonoma, già collaudata e potenzialmente pronta a sostenere un progetto politico nel momento in cui dovesse prendere forma. Perché, se davvero si arriverà a una nuova avventura, nessuno pensa di poterla improvvisare. E una rete capace di parlare direttamente agli elettori, senza passare dagli strumenti della Lega, potrebbe rivelarsi il primo mattone del nuovo edificio.
Fedriga lavora sottotraccia
Se Zaia continua a esporsi con il contagocce, “mugugna” secondo Salvini, c’è chi, lontano dai riflettori, starebbe facendo il lavoro che l’ex governatore veneto non ama. Quel ruolo, secondo più ricostruzioni interne, se lo sarebbe ritagliato Massimiliano Fedriga. Non il leader della futura aggregazione, ma il tessitore. E, forse, in prospettivo l’uomo macchina.
Da mesi il presidente del Friuli-Venezia Giulia macina chilometri e appuntamenti. Sindaci, amministratori, consiglieri regionali, parlamentari, vecchi dirigenti del Carroccio, ma anche mondi esterni alla Lega: il filo conduttore, raccontano nel partito, è sempre lo stesso. Capire chi, nel caso in cui il progetto dovesse davvero prendere corpo, sarebbe disposto a salire a bordo.
Ufficialmente sono incontri istituzionali. Nessuno li presenta come altro. Ma chi segue da vicino quei movimenti è convinto che dietro ci sia anche un paziente lavoro di ricognizione politica. Non ancora adesioni, tantomeno reclutamenti. Piuttosto una mappatura: capire chi c'è, chi aspetta, chi è disposto a rompere e chi, invece, preferirà restare con Salvini fino all’ultimo.
In quest'ottica viene riletto anche il colloquio del 16 giugno al Grattacielo Piemonte con Alberto Cirio. Un incontro istituzionale, formalmente dedicato ai dossier comuni tra le due Regioni. Eppure, dentro il Carroccio, più di uno è convinto che tra un capitolo e l’altro si sia parlato anche di ciò che potrebbe accadere domani. Nessuno dei due governatori lascia trapelare una parola. Bocche cucite. Ma il fatto stesso che quell’appuntamento venga continuamente richiamato nelle conversazioni interne dice quanto il sospetto sia ormai radicato.
Del resto, è lo stesso schema che molti attribuiscono ai due governatori. Zaia resta il capitale elettorale, il volto da spendere quando e se arriverà il momento. Fedriga, invece, sarebbe l’uomo delle relazioni, delle telefonate, delle cene riservate, del paziente lavoro di cucitura tra amministratori, liste civiche e pezzi di centrodestra. “Luca dovrà guidare il progetto, ma il cantiere lo stiamo costruendo noi”, sintetizza uno dei dirigenti che segue da vicino queste manovre.
Piemonte in apprensione
In Piemonte il fermento non è minore. Anche qui la sensazione diffusa nel gruppo dirigente quanto nella base rimasta è che l’ultima stagione della Lega sia arrivata al capolinea e che, prima o poi, occorrerà uscire dall’angolo in cui il partito si è cacciato inseguendo una linea sempre più distante dalla propria storia. In questo quadro il ruolo di Riccardo Molinari è guardato con particolare attenzione. Porta inevitabilmente addosso il marchio dell’uomo che più di ogni altro ha rappresentato il salvinismo in Piemonte, e non manca chi continua a chiedersi da che parte si schiererà quando arriverà il momento della scelta.
Eppure, il capogruppo alla Camera e segretario regionale è anche uno dei pochi dirigenti nazionali ad aver provato a tenere acceso il filo con la Lega delle origini. Lo ha fatto prendendo le distanze dall’operazione Vannacci fin dal suo sbarco nel Carroccio, quando quasi tutti preferivano salire sul carro del generale, e insistendo sulla necessità di riportare il partito a parlare di Nord, di partite Iva, di piccole imprese e di quel tessuto produttivo che aveva fatto la fortuna del movimento bossiano prima e maroniano poi. Per questo, pur tra diffidenze e sospetti, nessuno immagina un nuovo progetto senza il Piemonte e senza Molinari. Per molti interlocutori resta un passaggio obbligato: il peso elettorale, il radicamento del partito e la sua autorevolezza politica fanno di lui un tassello che difficilmente potrebbe restare fuori da un’eventuale ricomposizione del fronte nordista.
L’ora X
La domanda che ormai circola negli ultimi giorni non è più se accadrà, ma quando. E soprattutto quale sarà il pretesto che trasformerà mesi di incontri riservati, telefonate e pazienti lavori di cucitura in una scelta irreversibile.
Mogliano doveva essere uno di quei passaggi. È saltata. Pontida viene considerata da molti un terreno troppo favorevole a Salvini, facilmente blindabile dal suo apparato. Il Consiglio federale, costruito da uno statuto che assegna al segretario un controllo pressoché assoluto, potrebbe perfino non essere convocato. E allora?
È proprio questa apparente assenza di una data a rendere il progetto ancora più insidioso. Perché chi lavora all’operazione è convinto che non sarà un congresso a decidere il futuro della Lega. Saranno gli eventi. Paradossalmente, il destino del progetto potrebbe non dipendere nemmeno dai suoi promotori. Tutti sanno che Zaia non romperà mai per primo. Fedriga continuerà a tessere nell’ombra. Molinari difficilmente farà il gesto plateale. È Salvini, semmai, che rischia di diventare il principale artefice della propria fine. Più continuerà a blindare il partito, a rinviare il confronto e a considerare ogni richiesta di riequilibrio come un attentato alla sua leadership, più renderà inevitabile l’unica soluzione che tutti, almeno all’inizio, volevano evitare. Non la conquista della Lega. La convinzione che, a quel punto, sarà molto più semplice costruire un partito nuovo che continuare a cercare di cambiare quello vecchio.


