FINANZA & POTERE

Fondazione CrC, dai Comuni una sfiducia a squarciaGola

I sindaci affondano il progetto del mandato lungo e infliggono al presidente il primo vero stop politico. Un voto che segna un cambio netto nei rapporti e anticipa altri fronti destinati a scuotere l'ente. Come racconteremo nelle prossime puntate della nostra inchiesta

Per mesi Mauro Gola ha fatto le stirubacule per convincere enti e stakeholder che la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo dovesse cogliere fino in fondo l’opportunità offerta dall’Addendum predisposto dall’Acri, l’associazione delle fondazioni bancarie. L’idea era semplice: estendere da quattro a sei anni la durata del mandato del presidente e del Consiglio generale, mantenendo invece a quattro quello del Consiglio d’amministrazione. Formalmente una facoltà concessa alle fondazioni. Politicamente, nella lettura di molti, la possibilità di consolidare la propria guida ben oltre la scadenza naturale, cosa che l’avrebbe trasformato in una sorta di podestà.

Alla fine, però, il territorio ha detto no. E il no è arrivato proprio da chi, nella Fondazione, rappresenta gli enti locali che ne costituiscono l’ossatura istituzionale. Non una sfumatura, ma una vera e propria sconfessione politica di una strategia sulla quale il presidente aveva investito molto del proprio capitale relazionale.

Il Consiglio Generale ha scelto di mantenere immutato il tradizionale schema del “4-4-4”: quattro anni al presidente, quattro al Consiglio generale, quattro al Cda. Non sarà il modulo del mitico Oronzo Canà, ma è bastato per archiviare definitivamente l’ipotesi del “superpresidente”.

Ed è proprio questa decisione a fotografare il momento attraversato da Gola. Perché la bocciatura del mandato lungo non è un episodio isolato. È il primo tassello di un mosaico nel quale si stanno sommando tensioni politiche, scelte discusse e crescenti malumori che ormai arrivano anche da chi, appena due anni fa, aveva lavorato per portarlo sulla poltrona più importante di Palazzo Vitale.

La promessa del “confronto”

La storia comincia quasi un anno fa. Nel settembre scorso il Consiglio di amministrazione della Fondazione Crc approva all’unanimità l’Addendum predisposto da Acri da allegare al Protocollo d’intesa sottoscritto nel 2015 con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’organismo chiamato a vigilare sulle fondazioni bancarie.

Il documento affronta diversi aspetti della governance. C’è il tema della concentrazione patrimoniale, con nuovi coefficienti per evitare un’eccessiva esposizione nelle banche conferitarie. C’è la disciplina sui derivati. C’è il cosiddetto “cooling off”, il periodo di raffreddamento destinato a chi conclude due mandati consecutivi, impedendogli di passare immediatamente in altre fondazioni o società partecipate. C’è il divieto di cumulo degli emolumenti per alcuni incarichi. Su tutti questi aspetti la Fondazione CrC era sostanzialmente già in regola. Lo stesso Gola lo spiegò senza particolari preoccupazioni: «Sulla ponderazione patrimoniale la nostra situazione è a posto. Non dobbiamo cedere azioni della banca. E anche le limitazioni sull’utilizzo dei derivati non ci riguardano».

Il vero punto, però, era un altro. L’Addendum introduceva infatti la possibilità di portare da quattro a sei anni la durata del mandato del presidente e del Consiglio generale, lasciando invariato quello del Consiglio d’amministrazione. Una scelta non obbligatoria. Una facoltà che ogni fondazione ha potuto valutare autonomamente. Ed è proprio su quel passaggio che Gola concentrò la propria attenzione: «Abbiamo un anno di tempo per ragionare. Intendo confrontarmi con le istituzioni, con il territorio e con tutti gli stakeholder», assicurava allora. Quel confronto, però, prese presto una direzione diversa da quella immaginata.

I sindaci si mettono di traverso

La prima vera frenata arrivò proprio dagli enti designanti. I sindaci di Cuneo, Alba e MondovìPatrizia Manassero, Alberto Gatto e Luca Robaldo –, peraltro di segno politico diverso, decisero di uscire allo scoperto con una nota congiunta. Non contestavano l’Addendum nel suo complesso. Contestavano un punto preciso. Allungare soltanto il mandato del presidente e del Consiglio generale avrebbe inevitabilmente modificato gli equilibri della governance, riducendo per sei anni la possibilità degli enti locali di incidere sul rinnovo degli organi. Una questione che nella Granda, dove la Fondazione ha sempre rappresentato anche un centro di equilibrio e di potere politico-istituzionale, non poteva certo essere liquidata con un atto d’imperio.

Con il passare delle settimane quella posizione si allarga. Accanto ai tre principali comuni si schierano tutti gli altri enti designanti: Canale, Cortemilia, Montà, Santo Stefano Belbo, Cherasco, Dronero, Borgo San Dalmazzo, Busca, Boves, Caraglio, Villanova Mondovì, Bagnasco, San Michele Mondovì, Ceva e Farigliano. In pratica l’intero territorio che esprime la rappresentanza istituzionale della Fondazione. Alla loro voce si aggiungono anche quelle di partiti, di singoli esponenti politici, di amministratori di liste civiche. Un fronte trasversale. Non contro Gola personalmente, almeno fino a quel momento, ma contro l’idea che la governance venisse modificata a beneficio del presidente in carica.

Colazioni, pranzi e tête-à-tête

A Palazzo Vitale nessuno, naturalmente, ha mai parlato di campagna elettorale permanente. Eppure, tra consiglieri e osservatori della vita della Fondazione, da mesi circolava lo stesso racconto. Gola avrebbe incontrato singolarmente numerosi componenti del Consiglio Generale: colazioni all’alba nei bar dei comuni dell’hinterland, pranzi, colloqui riservati, tête-à-tête. Un paziente lavorio di convincimento per costruire il consenso necessario attorno alla modifica statutaria.

Non c’è nulla di illegittimo nel cercare consenso. Fa parte della politica, anche se quando si esercita nelle fondazioni bancarie occorrerebbe una postura diversa. E diventa un problema se che quel lavoro non produce il risultato sperato. Quando il Consiglio Generale è stato chiamato a decidere, il territorio ha parlato con una voce diversa da quella del suo presidente. Ed è stata una voce difficilmente equivocabile.

Un segnale politico

La conferma è arrivata poche ore dopo la deliberazione. I sindaci dei Comuni designanti hanno diffuso una nota che, nella forma, ringrazia il Consiglio Generale e nella sostanza certifica chi abbia vinto questa partita. «Siamo grati ai consiglieri che hanno tenuto in considerazione le argomentazioni che avevamo portato alla loro attenzione, in particolare quelle relative alla durata del mandato». Parole che proseguono ricordando come la conferma del quadriennio sia la stessa scelta adottata da altre importanti fondazioni di origine bancaria, tra cui la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt.

È del tutto evidente che non è soltanto un ringraziamento, ma il modo con cui gli enti locali rivendicano di aver riportato il baricentro della Fondazione sul terreno del rapporto con le comunità. «La conferma della durata quadriennale – scrivono ancora i sindaci – garantisce il ricambio degli organi statutari in un salutare percorso di confronto territoriale». L’aggettivo “salutare” difficilmente è casuale. Perché lascia intendere che, secondo gli amministratori locali, il rischio fosse esattamente quello opposto, ovvero quello di cristallizzare gli equilibri per troppo tempo. Un’ipotesi che il territorio ha deciso di respingere. E per Mauro Gola il significato politico della decisione è forse ancora più pesante del suo effetto statutario. Perché la partita del mandato lungo era diventata, nei fatti, anche un referendum sulla sua leadership. Perché dentro quel voto c’è molto di più della durata di un incarico: c’è il primo vero stop politico quando, due anni fa, conquistò Palazzo Vitale dopo settimane di trattative, mediazioni e accordi tra amministratori locali, categorie economiche e notabilato della Granda.

Un piano inclinato

Ma soprattutto quel voto arriva nel momento peggiore. Perché il mandato lungo è soltanto il primo di una serie di dossier che stanno logorando la presidenza dell'’ex numero uno di Confindustria Cuneo. L’investimento nella nuova proprietà della Stampa, contestato trasversalmente da destra e sinistra. Le perplessità dei sindaci sulla gestione della Fondazione. La delicata successione del direttore generale, Roberto Giordana, andato in pensione a fine marzo scorso, con il nome di Giuliana Cirio che continua a circolare tra indiscrezioni e sospetti. Il progetto, ritenuto da molti faraonico, di acquistare una nuova sede lasciando la sede attuale. E, sullo sfondo, un clima che a Cuneo viene descritto con una frase tanto semplice quanto significativa: «I problemi non glieli stanno più creando quelli che erano contro di lui. Sono quelli che lo avevano portato lì ad esserne pentiti». (2. Continua)