L'Authority via da Torino? Sirene romane per l'Art
Davide Depascale 14:43 Lunedì 29 Giugno 2026L'ente nazionale di regolazione dei trasporti, con sede al Lingotto, potrebbe traslocare nella capitale. Conta la volontà del presidente Zaccheo e l'addio del segretario generale Improta, tra i principali fautori della decentralizzazione. L'Autorità smentisce (per ora)
Dagli spazi che hanno definito il passato glorioso dell’industria automobilistica, Torino rischia di perdere un altro pezzo pregiato. L’Autorità di Regolazione dei Trasporti (Art), con sede al Lingotto, un centinaio di dipendenti, un bilancio autonomo e competenze che spaziano dai pedaggi autostradali ai canoni ferroviari, potrebbe presto traslocare.
Raccontano che il suo presidente, il barese Nicola Zaccheo, vorrebbe stare altrove, a Roma, e l’uomo che per anni aveva reso quel desiderio politicamente impraticabile, l’ex sottosegretario Guido Improta, ha lasciato l’incarico di segretario generale dell’Authority alla fine del 2025. Il trasferimento, con ogni probabilità in direzione Roma, non è più un’ipotesi così remota, almeno stando ai rumors che dalla Capitale rimbalzano in città. Del resto, un primo passo è già stato compiuto con l’apertura di un ufficio a Sant’Angelo, a ridosso dell’antico Ghetto, una sorta di avamposto che, secondo molti osservatori, rappresenterebbe il prodromo di un trasferimento della sede.
La nascita dell’Art
La storia ha radici lontane e, per capirla, bisogna tornare a un momento preciso: il dicembre del 2011, quando il governo Monti varò il decreto Salva Italia. Era il pieno della crisi del debito sovrano, il Paese era di fatto commissariato dalla troika e sotto lo scacco dei mercati finanziari, e il premier tecnico Mario Monti stava cercando di riscrivere l’architettura economica italiana con la velocità imposta dall’emergenza.
In quel pacchetto rientrò anche la creazione dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti, una delle istituzioni di garanzia che l’Italia si era impegnata a istituire per completare la liberalizzazione del settore. La scelta di collocarla a Torino anziché nella Capitale fu una di quelle decisioni sorrette da una precisa logica politica: dimostrare che la decentralizzazione, tanto predicata, non era soltanto uno slogan, ma doveva tradursi in atti concreti.
Tra i maggiori fautori di quella scelta c’era senza dubbio Guido Improta. Sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Monti, guidato da Corrado Passera, era uno dei tecnici-politici che avevano contribuito alla costruzione normativa dell’Authority. La sede torinese, negli spazi del Politecnico al Lingotto, era parte di quel progetto: un’istituzione nuova in una città che aveva bisogno di segnali, incastonata in un contesto accademico e industriale capace di darle spessore. Torino esultò, come fa ogni volta che qualcosa arriva dal centro invece di partire per Roma.
Il garante
Improta, dopo un biennio come assessore ai Trasporti di Roma Capitale nella giunta di Ignazio Marino, conclusosi con le dimissioni nel 2015 nel pieno dello scandalo Mafia Capitale – lui mai indagato, ma con la giunta ormai in frantumi – fa ritorno alla creatura che aveva contribuito a far nascere: il 1° ottobre 2015 diventa segretario generale dell’Art. Un decennio esatto di mandato, rinnovato più volte, sempre al Lingotto.
È in quel ruolo che si consuma una frattura via via sempre più insanabile con Nicola Zaccheo. Il presidente arriva nell’ottobre del 2020, nominato con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del governo Conte II, dopo essere stato alla guida dell’Enac. È un uomo di formazione scientifica – laurea in Fisica a Bari, carriera nelle aziende aerospaziali pugliesi – e porta con sé un modo di intendere la governance delle istituzioni che non coincide esattamente con quello di Improta.
Differenza di vedute
Zaccheo, infatti, pare che a Torino ci venga malvolentieri e ritiene che la distanza da Roma penalizzi il lavoro dell’Authority, che ogni giorno si confronta con il Ministero delle Infrastrutture, con Rfi, con i grandi concessionari autostradali e con l’Enac, che lui stesso aveva guidato. Tutti, o quasi, hanno uffici e decisori nella Capitale. Ogni trasferta è un costo di sistema, ogni riunione che si svolge al Lingotto invece che nella Città Eterna rappresenta, ai suoi occhi, un piccolo disallineamento logistico. La tesi del presidente ha una sua pragmatica ragionevolezza, anche se a Torino nessuno ha voglia di sentirla.
Improta rappresentava così l’ostacolo principale a qualunque tentativo di rendere quella situazione permanente. Non solo per ragioni sentimentali nei confronti di un’istituzione che aveva contribuito a costruire: aveva le competenze giuridiche e istituzionali per rendere la vita difficile a qualsiasi manovra normativa volta a spostarne la sede. E aveva le relazioni per farlo sapere nei posti giusti. Finché sedeva in quella stanza, il dossier restava ingessato.
Alla fine del 2025 ha lasciato. La notizia è arrivata con il consueto formalismo dei comunicati aziendali: da marzo 2026 Guido Improta è chief external relations & communication officer di Inwit, la società delle torri di telecomunicazione controllata da Tim. La sua uscita dall’Art libera un campo che fino a quel momento aveva un presidio stabile.
Città in bilico
A Torino, chi segue queste vicende sa che il rischio è concreto. La sede è fissata per legge – l’articolo 25-bis del decreto del Fare del 2013 colloca l’Art nel capoluogo piemontese – e modificarla richiederebbe un intervento normativo. Non è un’operazione impossibile in una stagione politica che non ha tra le sue priorità la difesa del decentramento istituzionale. Basterebbe un emendamento, infilato nel posto giusto al momento giusto. Con le maggioranze attuali, non sarebbe nemmeno un’impresa.
Le conseguenze per Torino sarebbero molteplici e concrete. La più immediata è la perdita di un centinaio di posti di lavoro qualificati, profili che in una città in crisi e con una situazione occupazionale complicata non si rimpiazzano con facilità. Poi c’è il Politecnico, che da quegli spazi al Lingotto ricava circa cinquecentomila euro l’anno di affitto. E poi c’è la questione di sistema, che pesa forse più delle altre.
Ecosistema morente
Da qualche anno, negli ambienti accademici torinesi, si ragionava infatti sulla costruzione di un ecosistema innovativo attorno all’Art: un cuore regolatorio connesso al Politecnico e alla sua capacità di ricerca, in dialogo con AI4AI – l’autorità sull’intelligenza artificiale, anch’essa con sede a Torino e guidata da Fabio Pammolli. Se l’Authority dei trasporti se ne va, la struttura immaginata perde il suo pilastro fondamentale.
Zaccheo scade nell’ottobre del 2027. Ha poco più di un anno di mandato davanti a sé, non rinnovabile, come prevede la legge per i componenti delle authority indipendenti. Se il trasferimento deve avvenire durante la sua gestione, i tempi sono stretti, ma non impossibili. Specie se non sarà rimasto più nessuno a mettersi di traverso.
“Art non trasloca”
Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’Autorità di Regolazione dei Trasporti ha diffuso una nota nella quale esclude qualsiasi progetto di trasferimento o di ridimensionamento della sede torinese. L’Art sottolinea come, sotto la presidenza di Zaccheo, l’organico sia cresciuto di circa trenta unità, quasi tutte assegnate agli uffici del Lingotto, e come siano previste ulteriori assunzioni nei prossimi mesi. L’Authority respinge inoltre la ricostruzione di una presunta frattura tra il presidente Zaccheo e l’ex segretario generale Guido Improta, evidenziando che i rapporti istituzionali si sono sempre svolti nel rispetto dei rispettivi ruoli e ricordando che il mandato di Improta è stato rinnovato due volte durante l’attuale presidenza. Esattamente come abbiamo scritto. Resta il fatto che l’articolo riportava indiscrezioni raccolte da fonti autorevoli su uno scenario che, allo stato, l’Autorità smentisce formalmente. E le voci, come ben sa lo stesso Zaccheo, sono molto forti e circostanziate.


