CAVOLETTI DI BRUXELLES

Torino rischia di perdere l'Europa: l'Etf "sfrattata" cerca una nuova casa

L'ente europeo di formazione dovrà traslocare entro un anno da Villa Gualino, ma non è ancora chiaro verso dove: le sedi proposte finora non sono state giudicate idonee, e altre città si fanno avanti per ospitare i 150 dipendenti. Cirio pronto a trovare una soluzione

L’estate 2026 è ancora agli inizi, ma quella del 2027 è dietro l’angolo, e urgono soluzioni per il futuro dell’Etf. Entro luglio del prossimo anno, la Fondazione europea per la formazione professionale dovrà liberare gli spazi di Villa Gualino, a Cavoretto, sulla collina torinese: il contratto è in scadenza e le condizioni estremamente favorevoli non verranno ripresentate.

Peccato solo che a oggi nessuno sa ancora dove andranno i 150 dipendenti dell’Etf. Le prime soluzioni proposte sono state rapidamente scartate, così nel frattempo da Roma, Milano e diverse città dell’est Europa continuano ad arrivare offerte per ospitarli. Il capoluogo piemontese rischia davvero di perdere l’ente?

Come ci siamo arrivati

Villa Gualino ha una storia lunga. Costruita negli anni Venti per l’imprenditore Riccardo Gualino, negli anni Ottanta la Regione Piemonte l’aveva acquisita e avviata a restauro. Dal 1994 una parte degli spazi ospita l’Etf, agenzia dell'Unione europea istituita nel 1990 con il mandato di migliorare i sistemi di formazione professionale nei paesi extra-UE: dai Balcani al Nord Africa, dal Medio Oriente allo spazio post-sovietico. Una presenza silenziosa ma strutturata, con circa 150 dipendenti a rappresentare la quasi totalità degli Stati membri.

Il nodo si stringe nel 2023, quando la Regione inserisce Villa Gualino nel piano delle alienazioni immobiliari, e così l’anno successivo l’immobile viene conferito in un fondo immobiliare partecipato dalla Regione Piemonte e da Invimit sgr, società interamente controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Nel 2026 Invimit annuncia anche una nuova destinazione: residenza per ultra 65enni autosufficienti in un ramo in disuso dello stabile, mentre l’Etf, che fino ad allora occupava gli spazi a titolo di fatto gratuito (canone annuale di un euro), di fronte alla scadenza del contratto deve trovare al più presto un’alternativa. Con le stesse condizioni, o quanto meno situazioni comparabili, visto che Invimit, pur dicendosi disponibile a prorogare il periodo come soluzione temporanea, è intenzionata ad aumentare sensibilmente il costo del canone. Di fronte a questa prospettiva il trasferimento non è più un tabù. 

Le strade chiuse

La prima idea del Comune di Torino è quella assegnare all’Etf un bene confiscato alla criminalità organizzata, ma si è arenata rapidamente. Gli stabili proposti si sono rivelati mal posizionati e di dimensioni insufficienti rispetto alle esigenze di un ente con più di cento addetti. Anche il Collegio San Giuseppe, in pieno centro città, è stato valutato e scartato in quanto ritenuto non idoneo.

Nel frattempo le settimane passano, e le offerte dall’esterno si moltiplicano. Roma e Milano hanno fatto sapere di poter garantire una sede, alle stesse condizioni di gratuità di cui l’Etf ha goduto finora a Torino. Idem alcune città dell’est Europa, particolarmente motivate ad attrarre un’istituzione comunitaria di quel profilo, particolarmente attinente ai loro interessi. Per Torino sarebbe una perdita secca: 150 posti di lavoro stabili, un presidio europeo radicato da trent’anni, e un danno d’immagine difficile da metabolizzare.

La riunione in Comune

L’allarme crescente ha portato a una riunione a Palazzo Civico, che dice molto della posta in gioco. Attorno al tavolo si sono seduti la vicesindaca Michela Favaro, rappresentanti della Camera di Commercio e dell’Etf, e con loro un interlocutore d’eccezione: il presidente della Regione Alberto Cirio. La presenza di Cirio non è un dettaglio trascurabile: segnala che la questione è uscita dalla gestione ordinaria e ha acquisito rilevanza politica, con il Piemonte tutto che non può permettersi di perdere un’istituzione comunitaria senza colpo ferire.

Ma c’è un ulteriore elemento a rendere la vicenda più delicata di quanto possa sembrare: l’Etf dipende dalla Direzione generale della Commissione europea per l’occupazione, le politiche sociali e l’inclusione, il cui direttore generale è Mario Nava – lo stesso funzionario che ha dato il via libera all’utilizzo di fondi europei per ripianare il disavanzo della sanità piemontese. Un rapporto, quello tra Torino-Regione e quella direzione generale, meritevole perciò della giusta attenzione. Perdere l’Etf per l’incapacità di trovare quattro mura adeguate non sarebbe esattamente il segnale più consono.

Due sedi in corsa

Al momento l’interlocuzione resta del tutto aperta, e le opzioni sul tavolo oggi più accreditate sono due. La prima è in via Assarotti, a pochi passi dalla stazione di Porta Susa, in posizione centrale e ben collegata. La seconda è in via Cardinal Massaia, nel quartiere Madonna di Campagna, nell’ex sede della Motorola oggi occupata dagli uffici di Reply. Due ipotesi molto diverse per collocazione e carattere urbano, entrambe da valutare rispetto alle esigenze funzionali dell’ente.

Se anche queste dovessero rivelarsi inadatte, il conto alla rovescia della scadenza contrattuale si trasformerebbe rapidamente in un countdown per la dipartita dell’Etf verso altri lidi. Il tempo stringe, e le città che aspettano una risposta positiva dall’Etf restano alla porta, pronte a offrire un comodo trasloco all’ente e ai suoi 150 dipendenti.

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