Caldo, picchi di accessi e pochi medici. Fuga dai Pronto Soccorso di provincia
Stefano Rizzi 16:13 Martedì 30 Giugno 2026Il clima tropicale ha aumentato di oltre il 10% i pazienti. In Italia appena il 30% delle strutture ha un organico adeguato. Allarme rosso per i Pronto Soccorso di piccoli e medi centri: concorsi deserti. De Iaco (Simeu): "Servono incentivi e agevolazioni"
Concorsi che vanno deserti o che, nel migliore dei casi, registrano un solo candidato, come nel recente bando dell’Asl di Biella. Quanto accade negli ospedali di provincia conferma un dato sempre più evidente: i Pronto Soccorso delle grandi città continuano a esercitare una forte attrattività, che si riduce fino quasi ad azzerarsi nelle strutture periferiche, pur altrettanto importanti per il sistema sanitario.
Il dato non sorprende, perché il fenomeno è ormai in atto da tempo e non solo in Piemonte. Preoccupa, però, e non poco, soprattutto in periodi come questo, segnati dal picco di accessi dovuto al caldo e dalla conseguente necessità di garantire un numero adeguato di medici e operatori.
Torino ha retto l’afflusso
Domenica scorsa a Torino è stato raggiunto il livello massimo di accessi ai Pronto Soccorso. All’ospedale Maria Vittoria – una media di 80 mila accessi all’anno e oltre settanta ambulanze che ogni giorno varcano i suoi ingressi – il direttore della struttura di Emergenza-Urgenza, Fabio De Iaco, stima un incremento non inferiore al 10%. Ma, se come spiega lo stesso De Iaco, la prima linea dell’ospedale torinese «ha retto bene, anche grazie alle recenti assunzioni che hanno rafforzato l’organico», lo stesso non può dirsi per molte altre realtà.
Con un’estate ancora lunga davanti e, più avanti, con l’immancabile stagione influenzale, che porta puntualmente un ulteriore aumento degli accessi, la carenza di medici nei Pronto Soccorso continua a rappresentare un’emergenza nazionale, spesso aggravata anche da quelli che avrebbero dovuto essere rimedi soltanto temporanei.
Il nodo dei gettonisti
I dati più recenti dicono che, a tre anni dal decreto che prevedeva lo stop al loro impiego, i medici gettonisti sono ancora presenti in circa la metà dei Pronto Soccorso italiani. Non di rado, anche in Piemonte, alcune strutture riescono a funzionare soltanto grazie ai professionisti forniti da cooperative o società di servizi. E sono proprio gli ospedali di provincia, quelli di medie e piccole dimensioni, a dover fare maggiore affidamento su queste figure, vista la scarsa, quando non nulla, partecipazione ai concorsi che vengono ripetutamente banditi nella, finora vana, speranza di invertire la tendenza.
Modello Sardegna
C’è chi, come la Sardegna, di fronte alla cronica carenza di specialisti e ai vincoli normativi sull’affidamento di incarichi esterni, ha deciso di imporre una stretta drastica ai gettonisti. Titolare del poco invidiabile primato della spesa più elevata per medici a gettone – 328 milioni di euro nel biennio 2024-2025 – la Regione guidata da Alessandra Todde ha vietato la proroga dei contratti in scadenza a fine giugno.
La disposizione firmata dal direttore generale della Sanità, Thomas Schael, prevede, oltre a nuovi concorsi, anche il ricorso a liberi professionisti senza l’intermediazione delle cooperative. Una scelta accompagnata da una serie di incentivi annunciati dalla stessa Todde, tra cui rimborsi chilometrici e compensi più elevati per le prestazioni aggiuntive dei medici dipendenti.
«È un modello al quale credo si debba guardare con attenzione, soprattutto per quanto riguarda agevolazioni e incentivi, senza i quali sarà difficile colmare il divario di attrattività tra i Pronto Soccorso delle grandi città e quelli delle province, oggi sempre più in difficoltà», sostiene De Iaco, già presidente della Simeu, la Società italiana di medicina di emergenza-urgenza.
Emergenza province
Il suo successore alla guida della Simeu, Alessandro Riccardi, ricorda come «solo il 31% delle strutture disponga di un organico adeguato. Nel restante 69% dei Pronto Soccorso manca una quota significativa di personale, con carenze che variano dal 25% fino ad arrivare, in alcune realtà, al 70% dei medici previsti». Una situazione che si accentua proprio nelle aree provinciali e più disagiate.
E alla vigilia dell’avvio ufficiale delle Case di comunità realizzate con i fondi del Pnrr, ancora alle prese con questioni non del tutto risolte sul loro effettivo funzionamento, è ancora il presidente della Simeu a riportare il dibattito sul piano della realtà, ridimensionando gli entusiasmi di chi le presenta come la panacea della medicina territoriale e, di riflesso, come la soluzione al sovraffollamento dei Pronto Soccorso.
«Il raccordo con Case e Ospedali di comunità è ancora lontano dall’essere pienamente operativo. Servono strutture realmente funzionanti e personale sufficiente per garantire una presa in carico efficace dei cittadini. L’esperienza delle strutture territoriali già attive in alcune regioni dimostra, inoltre, che l’apertura di nuovi presìdi, da sola, non basta a ridurre gli accessi ai Pronto Soccorso».


