Fondazione CrC, la presidenza Gola è ormai un mattone
07:00 Mercoledì 01 Luglio 2026Un altro dossier agita la Granda: la ricerca di una nuova sede. Palazzo Vitale sta stretto all'attuale inquilino che sogna l'ex Prefettura, ma il progetto alimenta interrogativi, richieste di trasparenza e accuse di "grandeur". E quel legame con Marmurin
Per mesi, a Palazzo Vitale, il tema è stato l’allungamento del mandato del presidente. Archiviata quella partita con una sonora sconfessione da parte degli “azionisti” (enti e istituzioni del territorio), si è aperto il fronte dell’investimento nella nuova proprietà della Stampa, dove, al di là delle rassicurazioni ufficiali, l’operazione ha fatto emergere dissensi ben più profondi di quanto si sia voluto ammettere. Sullo sfondo è rimasta la delicata successione del direttore generale: la procedura di selezione si è formalmente conclusa il 21 aprile, ma da allora sulla nomina è calato un silenzio a dir poco imbarazzato che, con il passare delle settimane, ha finito per alimentare indiscrezioni e malumori.
Tre dossier diversi, almeno in apparenza. Tre vicende che, ciascuna a modo proprio, hanno progressivamente incrinato quel consenso politico e istituzionale che appena due anni fa aveva accompagnato l’elezione di Mauro Gola alla guida della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.
Ce n’è però un quarto che, almeno finora, è rimasto quasi interamente confinato nelle conversazioni tra consiglieri, amministratori locali e notabili della Granda. Per ora è poco più di un’ipotesi, sebbene coltivata da tempo dal presidente e sussurrata nei corridoi. Apparentemente riguarda soltanto la ricerca di uno o più immobili adatti a ospitare la nuova sede. In realtà dice molto del modo in cui Gola immagina la Fondazione del futuro e, forse, anche del segno che intende lasciare del proprio passaggio.
Una piccola Versailles
«Ogni presidente – riflette uno dei grandi vecchi della vita economica cuneese – vorrebbe lasciare un’eredità. C’è chi inaugura un reparto di ospedale, chi una biblioteca, chi un grande progetto culturale. Ho l’impressione che Mauro Gola voglia lasciare un palazzo». Poi arriva la stoccata: «Mi ricorda Luigi XIV. Solo che Versailles era il simbolo del Re Sole. Qui temo che, alla fine, lo ricorderemo come Re Sola».
Da quando esiste, la Fondazione CrC occupa Palazzo Vitale, in via Roma. Un edificio settecentesco che rappresenta uno dei più significativi esempi di architettura nobiliare del centro storico di Cuneo. Nato dall’unione di più edifici medievali e completato nei primi anni del Settecento, non ospita soltanto gli uffici dell’ente: negli anni è diventato luogo di incontri, biblioteca, spazio espositivo, sede di convegni e iniziative culturali. In una parola, uno dei simboli della presenza della Fondazione nel cuore della città. Per i presidenti che lo hanno preceduto – da Ezio Falco a Giandomenico Genta – quel palazzo non è mai stato un problema. Semmai una casa da valorizzare.
Con Gola il ragionamento cambia radicalmente. Chi gli è vicino racconta che, da quando è diventato presidente, il confronto con Torino sia diventato quasi un’ossessione. Non tanto con riferimento alle erogazioni o al patrimonio – terreno sul quale il divario tra la Fondazione CrC e le due grandi cugine piemontesi resta incolmabile – quanto piuttosto alla rappresentazione del potere. Un’angoscia che Freud definirebbe in maniera assai efficace ma che in questo caso corrisponde piuttosto alle pene dell’invidia. Da una parte Palazzo Perrone, la monumentale sede della Fondazione Crt. Dall’altra la futura dimora della Compagnia di San Paolo, destinata a trasferirsi nella Cavallerizza Reale dopo un imponente intervento di recupero. Due edifici che sono molto più di semplici uffici: rappresentano plasticamente il prestigio, il peso e l’autorevolezza delle due istituzioni.
È da qui, raccontano più fonti, che prende corpo l’idea di lasciare Palazzo Vitale e acquistare un edificio destinato a diventare il nuovo simbolo della Fondazione. E gli occhi, quasi inevitabilmente, si posano sull’antico palazzo della Prefettura.
Lo Stato sfrattato da casa propria
L’edificio individuato ha una storia che, da sola, racconta molto della parabola degli ultimi quindici anni della pubblica amministrazione italiana. Si tratta del palazzo che per oltre un secolo ha ospitato la Prefettura di Cuneo, all’ingresso del centro storico. Un immobile prestigioso, simbolicamente importante, che fino al 2014 apparteneva alla Provincia. Fu l’allora presidente Gianna Gancia a deciderne l’alienazione. L’ente attraversava una stagione di pesantissime difficoltà finanziarie e la vendita apparve l’unica strada per reperire le risorse necessarie a onorare le rate dei mutui.
Ad aggiudicarselo, per poco più di undici milioni di euro, fu Osvaldo Arnaudo, imprenditore edile e immobiliarista che in città tutti conoscono con il soprannome di “Marmurin”, una sorta di versione cuneese del palazzinaro romano. Un operatore immobiliare abituato a investire su edifici di pregio e a valorizzarli.
Da quel momento la vicenda prese una piega quasi surreale. La nuova proprietà notificò la disdetta del contratto di locazione alla Prefettura. Lo Stato, in sostanza, veniva sfrattato dalla sede che per oltre un secolo aveva rappresentato la casa del Governo in provincia. Il Ministero dell’Interno provò a resistere. Arrivarono ricorsi, contenziosi, proroghe e perfino una sentenza del Tribunale che respinse le richieste della Prefettura, imponendo il rilascio dell’immobile. Alla fine si scelse la strada più semplice: continuare a pagare un affitto nell’attesa di trovare una sistemazione alternativa.
Secondo le stime che da anni circolano negli ambienti amministrativi cuneesi, quella lunga fase transitoria sarebbe costata allo Stato qualcosa come cinque milioni di euro. Una cifra mai ufficialmente certificata, perché i dati puntuali dei canoni non sono mai stati resi pubblici, ma che tutti, in città, indicano come ordine di grandezza dell’operazione.
Nel frattempo, il Demanio individuò la soluzione nella cosiddetta Palazzina Musso, all’interno della caserma “Cesare Battisti” della Guardia di Finanza. Un edificio dismesso da oltre vent’anni che richiese un intervento di recupero praticamente integrale. Altri sei milioni di euro di investimenti pubblici, un cantiere aperto nel giugno del 2022, una conclusione prevista inizialmente all’inizio del 2024 e poi continuamente rinviata. Soltanto nel marzo scorso il Comune di Cuneo ha iniziato a modificare la viabilità e l’area mercatale attorno alla caserma in vista dell’ormai imminente trasferimento della Prefettura, considerato questione di mesi.
È solo quando quel trasloco sarà completato che l'antico palazzo tornerà realmente sul mercato. Ed è proprio su quell'edificio che, secondo numerose fonti raccolte dallo Spiffero, si sarebbero ormai concentrati gli interessi di Gola.
Perché comprare dal Marmurin?
È a questo punto che, tra i consiglieri della Fondazione e tra gli amministratori della provincia, iniziano a moltiplicarsi gli interrogativi. Non tanto sul pregio dell’immobile, quello nessuno lo mette in discussione. La domanda è un’altra: perché? Perché una Fondazione che dispone già di una sede prestigiosa dovrebbe affrontare un investimento di decine di milioni di euro – tra acquisto, ristrutturazione e allestimenti – per trasferire i propri uffici? E soprattutto: perché rivolgersi al mercato privato quando l’ente possiede già un patrimonio immobiliare sul quale potrebbe investire? Per non dire di altri edifici pubblici, come tante caserme, attualmente in disuso.
Il riferimento, inevitabilmente, corre all’ex Frigorifero Militare. Un complesso di fine Ottocento tra via Sette Assedi e corso Kennedy che la Fondazione acquistò durante la presidenza Genta proprio con l’obiettivo di farne uno dei più importanti interventi di rigenerazione urbana della città. Un progetto ambizioso, destinato a trasformare quell’area in un moderno polo culturale polifunzionale e che ancora oggi rappresenta uno degli investimenti strategici dell’ente.
Se esiste già un immobile di proprietà sul quale la Fondazione ha deciso di scommettere, perché cercarne un altro? La domanda, raccontano alcuni consiglieri, è destinata prima o poi ad arrivare anche formalmente sul tavolo degli organi statutari.
E insieme ad essa un’altra richiesta, che negli ultimi giorni starebbe raccogliendo consensi trasversali: quella di subordinare qualsiasi decisione a una due diligence indipendente, capace di certificare non soltanto la congruità economica dell’operazione, ma anche l’opportunità complessiva dell’investimento. Perché qui non si tratta semplicemente di acquistare un immobile. Si tratta di decidere quale debba essere il ruolo della Fondazione nei prossimi decenni.
La passione per il mattone
Il mattone, del resto, sembra essere una costante nella traiettoria pubblica di Gola. Il presidente della Fondazione ha sempre avuto un debole per i grandi contenitori prima ancora che per i contenuti. Ovunque sia passato, raccontano, ha finito per mettere mano alla sede. Accadde negli anni alla guida degli industriali, quando l’associazione lasciò la storica sede di corso Dante per trasferirsi nella rinnovata Casa Betania, il grande complesso di via Bersezio trasformato in un moderno quartier generale degli imprenditori, con sale congressi, spazi espositivi, aree dedicate alla convivialità e un vasto parco aperto anche alla cittadinanza. Un intervento da circa quattro milioni di euro che Gola rivendicò come uno dei progetti qualificanti della sua presidenza.
La Camera di Commercio, scherza uno dei protagonisti di quella stagione, “l’ha scampata un pelo e solo perché ci è rimasto troppo poco”. Una battuta, naturalmente. Ma che rende bene l’idea di come, in città, si sia ormai consolidata l’immagine di un presidente che difficilmente resiste al fascino del mattone. Ecco perché, tra coloro che osservano con crescente perplessità il progetto di lasciare Palazzo Vitale, c’è chi non legge la ricerca di una nuova sede solo come una semplice operazione immobiliare, bensì come l’ultimo capitolo di una storia iniziata molti anni fa. Una sorta di cifra personale, quasi la necessità di lasciare in ogni incarico un’impronta fisica, tangibile, monumentale.
Marmurin, le carte e i ricordi
C’è poi un aspetto che, inevitabilmente, contribuisce ad alimentare il dibattito. Chi conosce la storia economica della Granda ricorda che fino al 2001 Gola risultava in rapporti d’affari proprio con Osvaldo Arnaudo. Una partecipazione ormai lontanissima nel tempo, priva di qualsiasi rilievo sul piano giuridico e che, ovviamente, non dimostra nulla rispetto alle decisioni che la Fondazione potrebbe assumere oggi.
Ma in provincia hanno una memoria lunga. Molto più lunga delle visure camerali. Così, accanto ai documenti, riaffiorano anche i ricordi. C’è chi evoca le frequentazioni di lunga data, chi le partite a carte, chi tanti interessi comuni. Sono racconti, nulla di più. E nessuno, tra coloro che li riferiscono, pretende di attribuire loro un significato diverso.
Il punto, semmai, è un altro. Proprio perché esiste questo precedente, osservano alcuni consiglieri, la Fondazione dovrebbe avere interesse per prima a blindare qualsiasi operazione attraverso procedure inattaccabili e verifiche indipendenti. Non per dissipare sospetti su fatti inesistenti, ma per evitare che il patrimonio della comunità venga anche soltanto percepito come terreno sul quale relazioni personali e decisioni istituzionali possano sfiorarsi.
È una questione di opportunità prima ancora che di diritto. Ed è, forse, uno dei motivi per cui questa vicenda viene seguita con crescente attenzione anche da chi, fino a pochi mesi fa, era considerato tra i principali sostenitori dell’attuale presidente. Raccontano che Gola, negli ultimi giorni, fiutata l’aria, abbia ingranato la retromarcia parlando di semplici ricognizioni e che “nulla è stato deciso”.
Il filo che lega tutti i dossier
Preso singolarmente, anche questo potrebbe apparire un normale progetto. Come il mandato lungo poteva sembrare una semplice modifica statutaria. Come l'ingresso nella proprietà della Stampa poteva essere raccontato come un investimento. Come la scelta del direttore generale potrebbe essere liquidata come una fisiologica procedura di selezione.
È il loro concatenarsi, però, a restituire un’immagine diversa. Perché, uno dopo l’altro, tutti questi dossier sembrano ruotare attorno alla stessa idea di presidenza: accentrata, personalizzata, incline a giocare un ruolo sempre più pesante negli assetti di potere ma in modo maldestro e con crescente arroganza. Quel consenso che accompagnò l’elezione di Gola venne raccontato come il punto di approdo di una larga condivisione istituzionale. A distanza di poco più di due anni, molti di quei protagonisti ne danno una lettura assai meno lusinghiera: non un’adesione convinta attorno a un progetto, ma un equilibrio di potere costruito per chiudere alcune partite di potere. Destinato a reggere finché non fosse stato messo alla prova dei fatti.
“Nuova” Fondazione
E la prova dei fatti è sotto gli occhi di tutti. Non tanto per le singole decisioni, quanto per un metodo di governo della Fondazione giudicato da molti troppo personalistico, poco incline all’ascolto e, soprattutto, incapace di cogliere fino in fondo quella sensibilità politica e istituzionale che un ente come la CrC richiede. È un giudizio che fino a qualche mese fa veniva sussurrato nei salotti della Granda. Oggi, raccontano più interlocutori, comincia a essere espresso con sempre minori cautele.
Non è un caso, allora, che negli stessi ambienti che avevano lavorato alla sua elezione si inizi già a ragionare del “dopo”. Nessuno lo dice pubblicamente. Sarebbe prematuro. Ma l’espressione che ricorre con sempre maggiore frequenza è significativa: “lavoriamo a una nuova Fondazione”. E quando i principali stakeholder parlano di una “nuova” Fondazione, quasi tutti sanno che il primo mattone di quella ricostruzione ha un nome molto semplice: un nuovo presidente. (5. Continua)


