C'è un debito buono e va fatto

Ci vorrebbe un colpo d’ala, un atto politico alto, da statista. L’esame del contesto ci dice che la Lega ha vinto di slancio le elezioni europee sovvertendo il rapporto di forza con i Cinque stelle: finché il governo italiano terrà, sarà Salvini a decidere; ci dice poi che l’atteso o temuto sfondamento dei sovranisti a Strasburgo non è avvenuto: si sono rafforzati ma non comanderanno; tale nuovo stato di cose, ancora una volta, nega ogni spazio d’azione appena significativo a carico del corpo grosso dei nostri guai: l’economia italiana, la finanza pubblica e la sua impietosa traiettoria. Atteso che le nostre ormai croniche difficoltà traggono origine – per i ¾ per lo meno – dalle rigidità di bilancio comunitarie cui ci siamo assoggettati, si tratta oggi di apparire credibili nella richiesta della loro radicale ridefinizione da porre in cima all’agenda del nuovo parlamento europeo. Ci serve riconsiderare – in ritardo di vent’anni – tutti i parametri di finanza pubblica per superare la stagnazione in cui siamo avvitati.

Dobbiamo costruire o ristrutturare radicalmente ogni sorta di infrastruttura: strade, scuole, ospedali, porti, nuove tecnologie; nello spazio di una legislatura ci è a tale scopo vitale investire, spendere – per la mano pubblica – 250/300 miliardi di euro; 50/60 miliardi all’anno, pressappoco il 3 per cento del nostro Pil. In tal modo soltanto la nostra economia riprenderà slancio, l’occupazione crescerà, il Paese smetterà di soffrire riconquistando fiducia, plinto di fondazione d’ogni economia di mercato. Non c'è altra strada: dobbiamo esserne consapevoli. Blaterare di “patrimoniali risolutive a sorpresa”, alludendo a misure nottetempo punitive se non predatorie, significa una volta di più non aver affatto chiaro che fare. E tuttavia la credibilità per spingere l’Europa ad accettare di spendere soldi in infrastrutture a bocca di barile, oggi non l’abbiamo. Alziamo la voce troppo spesso a vanvera, più umorali che astuti, e permettiamo quindi alle controparti istituzionali europee, a loro volta di assai modesto profilo e non meno sconsiderate, di trattarci da cialtroni, inclini unicamente alla peggior spesa elettoralistica; tale reputazione gioca un attimo dopo da innesco sui mercati finanziari dove patiamo infatti pessime condizioni di rifinanziamento del nostro debito.

Ma se noi abbiamo ben precise responsabilità, la ragioneria dell’euro ne ha il triplo. Le nozze con i fichi secchi non saltano fuori: è un fatto. Per le specifiche della nostra economia e del nostro debito o ci metteremo ad investire soldi pubblici per lo meno nella misura qui indicata o tutti i nodi – tutti – verranno definitivamente al pettine. Chi ha oggi in Italia una simile credibilità riconosciuta nei consessi europei? Mario Monti. Sia chiaro: il governo del professore, pur riconoscendogli d’esser stato chiamato nel 2011 ad un capezzale, ha infilato una serie di misure a tal punto procicliche da risultare esiziali per tutta la nostra economia; si è reso disponibile, senz’altro in larga parte suo malgrado, ad assecondare le rigidità contabili pretese dalla Commissione europea a tutto nostro danno, né ha titolo per intestarsi l’intervenuta riduzione dello spread che si spiega invece col QE di Draghi. Ma una cosa il senatore a vita l’ha sempre perorata, sin da quando era commissario europeo: the golden rule ovvero il deconsolidamento dai parametri (Maastricht, Fiscal Compact, etc) di quella parte di spesa pubblica finalizzata agli investimenti anziché alla spesa corrente.

È esattamente quel che serve all’Italia, è quanto fatto con successo in tanta parte del mondo poiché misura anticiclica in grado di spezzare la spirale deflazionistica. Del resto è semplice: se in una società per azioni gli investimenti non cadessero in ammortamento ma fossero spesati interamente nell’esercizio in cui sostenuti, le perdite rivenienti si mangerebbero il capitale in un solo anno; e così una famiglia: ottenere credito per acquistare una casa è un conto, altro per scialacquare; analogamente per lo Stato una cosa è pre-pensionare la nazione intera o accordare sussidi più o meno di cittadinanza, altra cosa è chiedere soldi ai mercati su un piano quinquennale di grandi investimenti infrastrutturali.

Posta adeguatamente in luce la causale del richiesto maggior debito, il nostro spread non avrebbe da temere scossoni per la mai abbastanza ribadita ragione – econometricamente acclarata – che da tali investimenti a pronti, il gettito pubblico trarrebbe a termine di che rifondere i prestatori. Ove quindi poste a latere dei vigenti parametri comunitari le spese in conto capitale, l’Italia non avrebbe difficoltà a rientrare annualmente al di sotto del 2 per cento del proprio rapporto deficit/pil in quanto divenuto espressione della sola spesa corrente. Detta così quasi appare elementare, ma il profilo, il curriculum, di nuovo: la credibilità per farsi latore di un tentativo tanto arduo quanto indispensabile non so vederlo – con ogni riguardo – in un leghista qualunque; per fantascientifico che possa apparire, Salvini può dimostrare d'avere realmente quella statura politica che nessuno gli sospetta incaricando di questo preciso ed unico obiettivo, the golden rule, il senatore Monti. Mario Monti accetterebbe, per spirito di servizio di cui è ricchissimo e per amor proprio del quale è altrettanto dotato: riscattare la propria immagine agli occhi dei molti italiani che da anni lo considerano Dracula non gli risulterebbe indifferente; quanto a Salvini … ci vorrebbe un colpo d’ala, da statista.

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