Amici e nemici dei magistrati

Un autorevole magistrato, che ho avuto modo di conoscere ed apprezzare in occasione di un incontro di lavoro al Palazzo di Giustizia di Torino Bruno Caccia nei primi anni del 2000, ha affermato, di recente, che i magistrati non hanno nemici ed amici. Ritengo, alla luce di tanti avvenimenti, soprattutto di fatti che hanno riguardato i rapporti, non sempre improntati a correttezza e trasparenza, fra politica e magistratura, che questa convinzione non possa essere sostenuta in maniera così granitica. Andrebbe modificata e divenire, piuttosto, un auspicio ed essere espressa quindi nel modo seguente: “I magistrati non dovrebbero avere amici o nemici”.

Tuttavia, ritengo di spingermi più in là. Sono del parere che i magistrati possano e debbano avere amici ed anche compagni di gioco, i nemici non si augurano a nessuno. D’altra parte, l’ordinamento giuridico prevede la possibilità ed anzi l’obbligo per i magistrati di astenersi dai procedimenti, come ad esempio nei casi previsti dall’art.36 del c.p.p., a tutela anche dei cittadini che devono avere la garanzia di essere giudicati da un organo terzo ed imparziale. Quanto poco questo istituto è stato utilizzato nei rapporti fra politici e magistrati! Il mio più caro amico, da più di 50 anni, è stato Presidente di Tribunale e mai si sarebbe occupato di un procedimento al quale fossi stato interessato.

Di importanza fondamentale è il fatto che i magistrati svolgano le proprie funzioni innanzitutto con professionalità e poi con rigore, con autonomia e indipendenza, che non si prestino ad essere strumenti di interessi di parte e che tengano riservate le proprie convinzioni politiche che hanno come tutti gli altri cittadini della nostra Repubblica. Ciò avviene per la stragrande maggioranza dei magistrati. Nella vicenda che ha riguardato Enzo Tortora, la carenza di professionalità e la ricerca di notorietà a danno della salute psicofisica del noto presentatore televisivo, sono un esempio di quanti danni possano determinare ad una onestissima persona.

Come si può facilmente notare ho usato il termine magistrati, invece che giudici e procuratori, perché è auspicabile una più netta distinzione fra magistratura giudicante ed inquirente che può contribuire all’affermazione dei valori sopra espressi. La mancata distinzione delle carriere può generare situazioni al limite dell’assurdo, come quella verificatasi a Milano, qualche anno fa, quando una persona ha trovato in appello, come giudice, il magistrato che l’aveva inquisita in primo grado. È auspicabile inoltre che i magistrati, nello svolgimento delle loro carriere, affrontino procedure concorsuali per gli incarichi sempre più elevati, anziché partecipare soltanto ad un unico, senz’altro molto selettivo come quello della loro assunzione. Come funzionario pubblico in un ramo, la sanità della pubblica amministrazione, senz’altro meno delicato di quello giudiziario, per l’assunzione e per giungere alla funzione apicale, ho dovuto affrontare ben quattro concorsi pubblici.

Ho scritto queste poche righe certamente ispirate da un fatto tragico: la morte di un caro amico. C’era fra me ed Angelo una stima reciproca. Resta la convinzione, da parte mia, d’avere conosciuto un politico di grande professionalità e correttezza. Mi unisco al dolore provato dai suoi familiari.

*Dott. Giacomo Manuguerra, già Giudice di pace e Commissario delle Aziende Sanitarie To1 e To2

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