Servono idee per rilanciare Torino

Spero tanto che dal Festival della Economia, interessante e partecipato, in corso nelle belle sale dei nostri palazzi più belli e nelle nostre prestigiose sedi universitarie, esca qualche Idea per rilanciare l’economia e il lavoro nella nostra città che da venticinque anni declina nonostante le tantissime pagine piene buone intenzioni o illusioni.

Forse lo capiremo dall’ultima conferenza del Premio Nobel Christopher Pissarides dal titolo “Cosa abbiamo imparato dal Festival?”. Lo dico perché Torino che ha dovuto reinventarsi un futuro già alcune altre volte, questa volta ci sta impiegando molto più tempo.

Torino perse la Capitale nel 1864 ma nel 1888 teneva già un grande Expo, presieduta da Tommaso Villa da Canale, con la quale esponeva al mondo le proprie industrie nascenti. Nel secondo dopoguerra, dopo soli 16 anni, nel 1961, Il sindaco Peyron ideò Italia 61, un grande evento che durò mesi e mesi e che venne partecipato anche dal popolo che nel boom economico aveva visto migliorare il proprio benessere.

Qui da quando Castellani, eletto nel 1993, ha dato per finita la fase propulsiva dell’industria e ha puntato tutto su turismo e cultura, Torino sta crescendo meno della media nazionale, ha un’altissima disoccupazione giovanile e il 52% delle famiglie che non arriva a fine mese (dato dell’ultima relazione Ires).

Ognuno è convinto di fare grandi cose, dalle fondazioni alle banche, dall’Università al Politecnico, dal Museo del Cinema al Teatro Regio, ma se fate i conti a fine anno, Torino continua a crescere meno della media nazionale e i problemi sociali aumentano, come aumentano i problemi della sicurezza nei quartieri. Sui giornali prevalgono i toni ottimistici, così il Sistema Torino è felice e si diverte. Evelina con i suoi occhi bellissimi ci parla del mare di opportunità creato dalle trasformazioni, senza accorgersi che in realtà più che un mare è solo un laghetto racchiuso tra la collina, il centro settecentesco della città reso bellissimo da Juvarra e dalle Madame Reali. Se avessero portato il Festival dell’Economia e i Premi Nobel a parlare a Madonna della Pace o nella Chiesa della Speranza o nel Santuario della Madonna della Salute o in qualche capannone a Mirafiori avrebbero dovuto sporcare l’ottimismo con la dura realtà dei fatti.

Nessuno capisce che oltre a quello che si sta facendo occorre fare di più per riprendere una crescita che porti nuovi posti di lavoro. A partire dalla difesa del settore automotive. Chi punta solo sull’auto elettrica condannerà Torino e il Piemonte a un altro salasso occupazionale. La Tav, la logistica, la Città della Salute, la Macroarea Tav valley sono settori su cui puntare di più e con maggiore determinazione

Ma Torino è la Città nella quale la sinistra, che si dice progressista, ha lasciato la priorità del lavoro per scegliere i diritti. Dal sociale all’egoismo. Difatti le battaglie per portare a Torino nuovi posti di lavoro o per la Tav le ha fatte uno che ha assorbito a suo modo la grande anima sociale donatcatteniana. Purtroppo, gran parte del cattolicesimo politico si è accodato, sordo a tutte le ripetute e forti denunce del coraggioso Arcivescovo Nosiglia e a Torino le diseguaglianze sono aumentate con la sinistra al governo della città.

Ecco perché la metà della città moderata non può perdere Paolo Damilano se vuole rappresentare una seria e concreta prospettiva di rilancio economico e sociale della Torino di domani.

*Mino Giachino, Sì Tav Sì Lavoro

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