L'Unione (di Comuni) può fare la forza
Stefano Scabellone 17:52 Venerdì 01 Agosto 2025 0
In questi giorni ha suscitato forti discussioni quanto affermato nel Piano Strategico Nazionale Aree Interne in merito alle prospettive di ripresa e crescita economica e demografica nelle aree più fragili del territorio in gran parte montano, cioè quei comuni delle cosiddette Aree interne considerate periferiche o ultraperiferiche. Il Piano Strategico riprende uno studio del Cnel del 2024 sulla demografia nelle Aree interne in considerazione delle possibili condizioni di una inversione di tendenza dello spopolamento.
In sintesi, lo studio del Cnel afferma che il nostro Paese a livello è avviato verso una irreversibile tendenza di declino demografico per via del fatto che il saldo naturale tra le nascite, in declino ormai dal 1960 e quello dei decessi, nonostante la crescita delle aspettative di vita non presenta più dal 2010 un saldo che sia in grado di mantenerlo in equilibrio nel rapporto tra le due dimensioni. Infatti, dal 2010 i decessi hanno superato le nascite e, anche rispetto al valore complessivo dei residenti a cui si aggiungono gli immigrati, la proiezione negli anni del rapporto porta il nostro Paese verso uno scenario di riduzione della popolazione che, dagli attuali 59 milioni, dovrebbe scendere a 41,1 milioni di abitanti entro il 2080.
La drastica considerazione finale del Cnel è che “a livello nazionale la popolazione italiana ha perso la propria capacità endogena di crescita. Un’inversione di tendenza che porti la curva demografica a risalire non è più all’interno dei margini di manovra delle politiche del nostro paese”. Le Aree Interne presentano in modo più marcato e strutturale le caratteristiche del declino demografico. Il declino demografico nelle Aree Interne si caratterizza come una forbice che comprende un forte indebolimento delle capacità di sviluppo economico e, assieme a ciò, la diminuzione delle disponibilità di risorse da investire sulla formazione e le opportunità delle nuove generazioni; mentre, dal lato opposto dello spettro demografico, abbiamo l’aumento costante della necessità di servizi sociosanitari rivolti agli anziani e un forte divario tra domanda e offerta di cura e assistenza per questa fascia di popolazione.
Lo studio del Cnel, tuttavia, non formula proposte per invertire questa tendenza, ma sviluppa degli scenari rispetto alle possibilità di intervento, o meglio, di accompagnamento alla tendenza verso il declino demografico. Per quanto riguarda le Aree Interne più compromesse dal fenomeno “non esistono margini per realizzare tale obiettivo a livello nazionale”, nello studio del prof. Alessandro Rosina, si individuano dei possibili obiettivi per invertire queste tendenze. Tra queste la più clamorosa e discussa è quello considerato per le aree più fragili, il famigerato “Obiettivo 4: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. Questo obiettivo prevede che considerato per quel “numero non trascurabile” di Aree Interne che si trova già con una struttura demografica compromessa, oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività, “queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza” e siccome queste aree non possono essere abbandonate a sé stesse, “hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
L’Obiettivo 4 è stato con molto realismo definito come percorso di eutanasia dei borghi. Un fenomeno che non presenta le tradizionali coordinate di divisione tra Nord e Sud. Tanto è vero che, lo studio sottolinea come nessuna realtà può considerarsi immune da tali tendenze e “nessun Comune ha di fronte un destino ineluttabile in relazione alle coordinate geografiche in cui si trova”; mentre sono sempre di più i “Comuni che rischiano un percorso di marginalizzazione irreversibile per le dinamiche demografiche che li caratterizzano”. A fronte di questo quadro critico troviamo soggetti che hanno (o avrebbero) nel proprio profilo istituzionale il compito non di accompagnare all’eutanasia i territori, ma di ingaggiare una lotta per invertire questa tendenza, queste sono le Unioni dei Comuni. Le Unioni di Comuni nascono con l’obiettivo di farsi carico della gestione dei servizi per i cittadini e la gestione del territorio proprio come farebbe lo stesso piccolo Comune se avesse risorse economiche e umane, in termini sia numerici che di competenze. I piccoli Comuni soffrono per mancanza di risorse e perché la dimensione ridotta non consente la gestione di attività sempre più costose e complesse su cui incidono anche i fattori che riguardano tendenze demografiche, mutamenti climatici che rendono i territori sempre più fragili. Dove esistono servizi adeguati a partire dalle vie di comunicazione fisiche e digitali, i servizi sociosanitari e quelli scolastici, il rischio di spopolamento è meno impellente. Se poi a questi si aggiungono la capacità delle istituzioni locali pubbliche e di quelle private di promuovere la progettualità che sviluppa i diversi driver economici, specifici per ogni realtà, allora la congiunzione delle due cose apre prospettive anche per le nuove generazioni che saranno indotte a proiettare sul territorio le proprie aspettative.
La tecnologia oggi consentirebbe inoltre di vivere nelle vallate montane anche con un lavoro svolto all’altro capo del mondo. Le stesse chance sono offerte per la promozione turistica e commerciale del territorio, proprio grazie a quei servizi web che a qualcuno, sembrano essere i nemici del commercio di prossimità, ma che in realtà sono il primo richiamo il primo step di ogni processo di acquisto, o di vendita, l’awareness, cioè la conoscenza e consapevolezza del marchio e del prodotto da cui parte la costruzione di ogni relazione fondata sulla fiducia e l’interesse reciproco. Per mettersi nelle condizioni di operare per invertire le tendenze rilevate dagli studi demografici, bisogna dotarsi degli strumenti amministrativi. Quelle infrastrutture amministrative che rappresentano i presupposti ordinari per consentire la realizzazione di una adeguata governance dei processi che incidono sulla gestione e sviluppo del territorio. Queste infrastrutture risiedono nelle istituzioni territoriali come i Comuni, ma, dove questi sono deboli perché troppo piccoli, esiste la possibilità di realizzare reti di collaborazione istituzionale grazie a quegli enti che rappresentano il braccio gestionali dei Comuni stessi, e che sono in grado di esprimersi, in termini di rappresentanza e di gestione, in dimensione sovra e intercomunale nella gestione dei servizi e della progettualità necessaria alla promozione del territorio. Queste capacità, ad oggi, risiedono potenzialmente nelle Unioni dei Comuni.
Attraverso le Unioni anche le valli montane e i piccoli comuni montani, afflitte dal fenomeno dello spopolamento, potrebbero beneficiare di una governance e gestione del territorio quale normale, ordinaria, amministrazione. Cioè quella quotidiana attività amministrativa che risponde alle esigenze dei cittadini di poter usufruire dei servizi sul proprio territorio di residenza. Dalle informazioni che si possono ricavare dai documenti che riguardano il riconoscimento e il sostegno alla gestione associata presenti sul sito della Regione Piemonte, riguardo alla gestione delle funzioni comunali, emerge purtroppo che la dimensione della normalità, quella dimensione ordinaria della vita amministrativa è proprio ciò che trova più difficoltà ad essere realizzata, proprio nelle aree più fragili e a rischio di declino. Infatti, dalla lettura incrociata dei dati presenti in diversi documenti, risulta che oltre le metà delle Unioni di Comuni montani gestiscono appena due funzioni o meno. Esistono tuttavia, sebbene in misura ridotta, anche i casi opposti. Casi di Unioni montane che gestiscono tutte le funzioni dei Comuni associati. Si tratta di Unioni che attraverso un efficace contemperamento della gestione politica ed istituzionale si sono messi in grado di garantire una dimensione di governance in grado di fornire servizi per i cittadini, dagli anziani ai più giovani, per le attività economiche e produttive per la programmazione urbanistica del territorio e la prevenzione dei rischi idrogeologici.
Dai dati della Regione emerge inoltre che ad impedire la realizzazione di quelle istituzioni in grado di garantire la governance del territorio non è la famigerata conflittualità tra Comuni dovuta a campanilismo o ai dissapori della politica. Infatti, i casi di maggiore mobilità tra i comuni delle Unioni riguardano casi circoscritti a specifici territori, magari per una programmazione nata non del tutto bene. Inoltre, sono numerosi i Comuni che sono usciti dalle Unioni per poi rientrarvi attraverso la fusione con altri comuni. Per il resto la mobilità comunale potrebbe dirsi addirittura fisiologica, visto il dettato della legge cono cui sono istituite, e comprende pure i comuni che migrano di Unione e che pertanto rimangono sempre in gestione associata. Le Unioni montane, nonostante queste discrasie rispetto ai servizi, risultano tuttavia le più stabili e non si sciolgono che in casi rari. Non è così per le unioni collinari o di pianura dove i servizi comunali gestiti sono maggiori ma è maggiora la fragilità del legame unionale. A fronte di questa realtà bisogna constatare che il collante dalla montanità prevale rispetto a quello della gestione dei servizi comunali. Si potrebbe dire che queste Unioni sono specializzate nella gestione dei servizi per la montagna.
Sicuramente la normativa regionale ha lasciato delle aperture che, nel lungo termine, si sono rilevate come foriere di provvisorietà. Ma è proprio partendo dalle esperienze pregresse che sarebbe possibile affrontare in modo decisivo i problemi della governance del territorio per incidere proprio sui fenomeni che hanno consentito il prodursi di tali squilibri. Ciò potrebbe consentire di rendere le Unioni montane maggiormente attive nella gestione dei servizi e delle funzioni comunali; e di mettere le Unioni collinari e di pianura nelle condizioni di sviluppare quelle capacità che consentano di affrontare, attraverso la collaborazione e l’associazione, quei problemi dovuti alle dimensioni ridotte dei Comuni. Sviluppare quelle capacità consentano di garantire servizi qualificati e complessi che potrebbero agire come quel collante che potrebbe rafforzare la coesione e attenuare i motivi di conflittualità e i campanilismi.



