Palestina, politica e marketing elettorale

L'Onu, con la risoluzione 67/19 dell'Assemblea generale del 29 novembre 2012, ha riconosciuto la Palestina come Stato sovrano (non membro) con status di osservatore permanente, e dal 2013 l'Autorità Nazionale Palestinese ha adottato, sui documenti ufficiali, il nome di Stato di Palestina. Attualmente dei 193 stati membri delle Nazioni Unite, 147 hanno riconosciuto lo Stato della Palestina e sono quasi tutti i paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’Europa dell’est e dell’America Latina, mentre pochissimi i paesi occidentali.

La Francia, il Regno Unito, il Canada ed il Portogallo hanno annunciato che, a breve, riconosceranno la Palestina come stato sovrano dopo che negli scorsi mesi lo hanno fatto Spagna, Irlanda, Norvegia, e prima ancora Slovenia. L’Italia pur non riconoscendo lo stato palestinese, ha un ufficio consolare a Gerusalemme che cura le relazioni con le autorità palestinesi.

È lecito supporre che questa nuova ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina possa rappresentare una forma di pressione per indurre lo Stato di Israele a proclamare il “cessate il fuoco” e porre quindi fine ai “massacri” che si consumano nella Striscia di Gaza. Riguardando la Storia, il tutto ebbe inizio nel 1947 quando la Gran Bretagna annunciò di rimettere il “Mandato britannico della Palestina” assegnatogli dalla Società delle Nazioni al termine della I Guerra Mondiale per aiutare le popolazioni delle colonie degli imperi sconfitti a sviluppare i loro organismi istituzionali in previsione della loro autonomia.

Durante la guerra l’Impero ottomano si era schierato con gli Imperi Centrali (Impero tedesco, Impero austro-ungarico e Regno di Bulgaria) contro gli Alleati della Triplice Intesa (Francia, Regno Unito e Russia, a cui si aggiunsero Italia, Stati Uniti, Giappone, Serbia, Belgio, Grecia, Portogallo e Romania). Nell’immediato dopoguerra, per supportare le popolazioni dello sconfitto impero ottomano, venne stilato il Mandato in cui Libano e Siria erano posti sotto la tutela francese, mentre Palestina, Transgiordania ed Iraq sotto quella britannica. L'Egitto divenne indipendente il 28 febbraio 1922.

Nel Mandato britannico la Gran Bretagna veniva considerata “responsabile di porre il Paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da garantire la creazione di una patria nazionale ebraica e lo sviluppo di istituzioni autonome, nonché la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina, indipendentemente da razza e religione”. Verso la metà degli anni ’40 le rivolte dei movimenti nazionalisti palestinesi contro la presenza britannica si fecero sempre più incalzanti e, allo scoppio della II Guerra Mondiale, la Gran Bretagna, presa da altri problemi, decise di rimettere il mandato nelle mani dell’Onu che intanto aveva sostituito la Società delle Nazioni.

Per sedare la guerra civile che rumoreggiava nel territorio, un Comitato speciale dell’Onu elaborò un piano di spartizione, la “Risoluzione 181”, in cui la Palestina veniva divisa in due stati: uno ebraico (Negev, parte della Galilea e della costa mediterranea) e uno arabo (Cisgiordania, Striscia di Gaza, più altre zone) con Gerusalemme “corpus separatum” sotto l’amministrazione della Nazioni Unite.

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale approvò la risoluzione a netta maggioranza. Il presidente del Consiglio nazionale ebraico Ben Gurion proclamò la fondazione dello Stato di Israele. Il popolo palestinese non riuscì a fare altrettanto perché troppo diviso in fazioni. Scoppiò la guerra civile ebraico-palestinese. A quell’epoca la popolazione palestinese rappresentava il doppio di quella ebraica (1,2 milioni di palestinesi contro 600.000 ebrei) mentre nel solo Stato di Israele, le due popolazioni erano praticamente equivalenti (circa 500.000 ebrei contro 400.000 palestinesi).

Per diventare uno Stato ebraico sovrano e presumibilmente democratico, lo Stato di Israele aveva bisogno di una popolazione ebraica demograficamente significativa. Nel 1948 iniziò la “Nakba” (esodo forzato di arabi palestinesi dai territori occupati da Israele: 700.000 palestinesi furono esodati forzosamente mentre circa 20.000 morirono in combattimento). Al momento dell’armistizio, Israele occupava l’80% del territorio della Palestina storica, con una rappresentanza demografica ebraica dell’85%.

Nel 1967, in seguito alla guerra dei 6 giorni tra Israele ed Egitto, vennero definiti i confini geo-politici della Palestina: Cisgiordania (West Bank) e Striscia di Gaza. Il controllo del territorio passò dagli egiziani agli israeliani. Il movimento di Hamas, che sosteneva i Fratelli Mussulmani, gruppo integralista represso fino ad allora, venne riconosciuto come gruppo “politico-caritatevole” dallo Stato di Israele in quanto operava nella costruzione di ospedali, promuoveva l’istruzione, ecc. Nel 1984 Israele trovò depositi di armi nella striscia di Gaza e Yassin, l’allora capo di Hamas, assicurò che non erano armi da usare contro gli israeliani ma contro i palestinesi antagonisti.

Nel 1987 Hamas accusò i servizi segreti israeliani di destabilizzare la morale dei giovani palestinesi per farne dei collaborazionisti. Ebbe così inizio in Palestina la guerra di Hamas contro Israele, guerra finalizzata al completo annientamento dello Stato ebraico. Nella Cisgiordania, l’altra parte della Palestina, la situazione era un po’ diversa anche perché i Fratelli Mussulmani di questo territorio ricoprivano posizioni socio-economiche più elevate.

Dopo tutti quegli anni di continue battaglie, nel 2004 Rantissi (il nuovo capo di Hamas) promise 10 anni di tregua totale purché Israele ritirasse tutte le sue truppe e riconoscesse la Palestina entro i confini definiti dopo la guerra dei 6 giorni. Consapevole di non riuscire a fare lo Stato di Palestina in un’unica soluzione, Rantissi decise di agire per fasi. Nel 2006, alle elezioni legislative palestinesi, Hamas vinse con ampia maggioranza ma nel 2007 scoppiò la guerra civile: mentre la Striscia di Gaza era sotto il controllo di Hamas, in Cisgiordania emergeva al-Fatah (partito che guida ANP - Autorità Nazionale Palestinese).

Solo nel 2017 Hamas ripropose la creazione di uno Stato di Palestina con i confini definiti nel 1967 ma senza mai riconoscere la legittimità dello Stato di Israele. Nel 2023 Hamas, con una incursione dentro lo Stato ebraico, uccise 1.200 persone, la maggior parte giovani civili che stavano partecipando ad un evento musicale, e prese 200 persone in ostaggio. Per risposta Israele invase la Striscia di Gaza con l’intento di annientare definitivamente Hamas. Nel maggio 2024 la Corte Penale Internazionale chiese l’arresto dei capi di Hamas, del ministro della difesa e del premier israeliano: tutti accusati di crimini di guerra.

Oggi nella striscia di Gaza la situazione, per i palestinesi che vi abitano, è sempre più drammatica. Riconoscere uno Stato è un atto formale importante, è un atto politico da cui non si può tornare indietro: non è riconoscere un’area geografica ma riconoscere un Popolo che ha saputo darsi uno Stato sovrano e democratico rispettoso dei diritti internazionali. Quanto riassunto, relativamente alla situazione storica dei popoli e delle terre di “Levante”, non è sicuramente esaustivo per spiegare la complessità della travagliata condizione che si è venuta a generare con la fine del “mandato britannico” sulle terre di “Levante”, anche perché a “condire” gli eventi vi sono i “credo” delle principali religioni che in quei luoghi vengono professate.

Non penso che gli odierni capi di Stato, i responsabili delle segreterie di Stato, l’Onu ecc. non conoscano nel dettaglio questa complessa Storia, anzi, sono sicuro che la conoscano più che bene. Mi nasce quindi il sospetto che tutti questi autorevoli “uomini di Stato” e “prestigiose organizzazioni internazionali” più che cercare realistiche soluzioni ai problemi del “Levante”, proclamando “al mondo” la necessità di riconoscere lo Stato di Palestina, stiano facendo del marketing politico a proprio beneficio confidando della grande “ignoranza” che la gente ha su questo tema. È alquanto accattivante lo slogan che va per la maggiore “Due popoli , Due Stati”, quasi fosse una trovata marketing di un “prodotto” da commercializzare… peccato che in realtà si stia parlando di due popoli con culture e religioni significativamente diverse. In un eterno ritorno dell’uguale, il rischio è che gli errori di banalizzazione commessi nel 1947 si stiano riproponendo oggi.

print_icon