Una giustizia sbagliata
Roberto Mantegna 09:30 Mercoledì 20 Agosto 2025 0
Gentile Direttore,
mi piacerebbe sentire un suo autorevole pensiero in merito.
La recente decisione del tribunale di sorveglianza di Torino, sostenuta ahimé dal parere favorevole della procuratrice generale Lucia Musti, di concedere la detenzione domiciliare a un uomo condannato per rapine aggravate, resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, non può che generare sconcerto profondo e indignazione civile non solo a Torino. Il giudice di sorveglianza aveva già rigettato l’istanza, ritenendo le condizioni cliniche del detenuto affetto da obesità e cardiopatia ischemica cronica compatibili con il regime carcerario. Eppure, il sovraffollamento del carcere Lorusso e Cutugno — che supera il 134% — è stato ritenuto motivo sufficiente per ribaltare la decisione.
Questa scelta, pur animata da principi costituzionali di tutela della salute e umanità della pena, rischia di minare ancor di più la credibilità della giustizia. Si crea un precedente pericoloso: se il sovraffollamento diventa criterio autonomo per concedere misure alternative, allora la legge non è più un argine, ma un ostacolo da interpretare e aggirare.
Ma ciò che più colpisce è l’assoluta assenza di attenzione verso chi ha subito l’offesa. Le vittime dei reati spariscono dal dibattito, come se il loro dolore, il senso di ingiustizia e di insicurezza fosse irrilevante. Quale insegnamento stiamo trasmettendo ai giovani? Che la legge è un testo flessibile, che basta una buona difesa per ottenere clemenza, anche in presenza di offese e reati gravi?
I microcriminali continuano ad agire indisturbati, spesso deridendo le forze dell’ordine. E proprio queste forze, che ogni giorno rischiano la vita per garantire la nostra sicurezza, si vedono svuotate di autorità e rispetto. Il personale penitenziario lavora in condizioni estreme, tra carenze di risorse e continue emergenze sanitarie. Il “sistema” premia chi ha infrange la legge e non chi la difende.
Victor Hugo scriveva: “Viviamo in una società grigia; il riuscire, ecco l'insegnamento instillato dalla corruzione dominante. Il successo, sosia della capacità, sa ingannare”. Questa citazione ci ricorda come il successo ottenuto aggirando le regole non è vera capacità, ma è inganno sociale. Questo è il caso di dire che le donne e gli uomini che amministrano la giustizia premiano chi sa muoversi tra le pieghe del sistema. È lecito consentire che “la legalità diventi un concetto negoziabile e che il rispetto delle regole sia letto come segno di debolezza?”.
La giustizia non può essere cieca al contesto ma non deve diventare miope di fronte alla realtà. Serve equilibrio, non indulgenza. Serve fermezza, non flessibilità a senso unico. Ogni decisione della giustizia è anche un messaggio culturale. E questo, oggi, è un messaggio sbagliato.



