Il nostro "essere" pupazzo

Gentile Direttore,
le scrivo una riflessione partendo dalla lettura di dati finanziari. Le percentuali di successo economico raggiunte in brevissimo tempo da alcune aziende di giocattoli mi hanno veramente colpito. Quando un pupazzo di vinile diventa oggetto di culto globale, quando le star lo ostentano come simbolo di gusto e unicità, quando un’azienda che vende blind box ha una capitalizzazione di mercato di oltre 47 miliardi di dollari e cresce di quasi 15 volte in meno di due anni, forse è il momento di chiederci: stiamo diventando più saggi o semplicemente più vuoti?

Pop Mart non ha superato solo aziende di giocattoli quali Hasbro e Mattel, ma ha performato molto di più di molte società che producono beni e servizi fondamentali. Il margine lordo di Pop Mart è del 70,3%, simile a quello delle aziende software A. Questo significa che il business dei pupazzi blind box è più redditizio di molte industrie che producono beni tangibili e necessari.

Si può dunque dire che un pupazzo “ugly-cute” genera più valore di un’automobile, di un elettrodomestico, o di un servizio sanitario. Non perché sia più utile, ma perché è più desiderato, più condiviso, più virale.

Questo è il vero cambio d’epoca. La finanza premia l’emozione, non la funzione. Il mercato investe nella sorpresa, non nella necessità. E la cultura si piega alla logica del collezionismo, non a quella del progresso.

Il successo di Pop Mart e del suo Labubu non è solo una curiosità commerciale. È lo specchio di una società che ha sostituito l’ideale con l’iconico, il pensiero con il packaging, l’affetto con la collezione. I giovani non cercano più utopie, ma rarità. Non lottano per cambiare il mondo, ma per possedere un frammento esclusivo di esso.

La cultura si è liquefatta in estetica. L’identità è diventata un algoritmo. L’affettività si misura in emoji e drop settimanali. In questo mondo di pupazzi brutti e carini, i politici non fanno eccezione. Ormai, invece di concentrarsi su questioni di reale importanza, si dedicano a farsi le recensioni su TikTok, cercando di guadagnare popolarità con video superficiali e privi di sostanza. È triste vedere come la politica si sia ridotta a una gara di popolarità sui social media, dove l'apparenza conta più della sostanza. E mentre ci raccontiamo che tutto questo è “nuova sensibilità”, rischiamo di non accorgerci che è anche nuova fragilità. Una fragilità che si traveste da empowerment, ma che spesso è solo solitudine decorata.

Siamo più saggi oggi? Forse siamo solo più bravi a raccontarci. Ieri si cercava il senso, oggi si cerca il senso estetico. Ieri si scrivevano manifesti, oggi si scrivono caption. È una deriva culturale e affettiva? Sì, se non la riconosciamo. No, se la trasformiamo.

Il mondo tra qualche anno sarà un luogo dove l’intelligenza artificiale la farà da padrona certamente per i mediocri (sperando che gli altri sappiano difendersi, gestendola), dove i pupazzi avranno più follower dei filosofi, e dove la nostalgia sarà l’unico antidoto al presente. Ma potrebbe anche non essere così. Potrebbe essere invece un mondo dove finalmente ci svegliamo, dove la bellezza torna a essere profondità, e dove il collezionismo lascia spazio alla connessione.

Dipende da noi. Da cosa scegliamo di venerare. E da cosa decidiamo di dimenticare.

Perché se continuiamo a confondere il desiderio con il significato, il prossimo pupazzo non sarà solo un oggetto: sarà il nostro specchio. E non ci piacerà quello che vedremo. Non perdiamo di certo la speranza. Forza giovani. Grazie.

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