Se la Verità non è vera
Alfredo Quazzo 09:04 Venerdì 22 Agosto 2025 0
Ho letto con interesse quanto scritto da Roberto Mantegna in “Una giustizia sbagliata” pubblicato dallo Spiffero. La recente decisione del tribunale di sorveglianza di Torino di concedere la detenzione domiciliare a un uomo condannato per rapine aggravate, resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione, non può che generare sconcerto profondo e indignazione. Il sentimento di sdegno del sig. Roberto Mantegna è umanamente comprensibile così come è comprensibile il “dolore e amarezza” di Maria Falcone quando, dopo 25 anni di carcere, nel luglio di quest’anno ha visto tornare in libertà Giovanni Brusca, colui che azionò il telecomando della strage di Capaci in cui perse la vita il fratello Giovanni. Con grande lucidità e rispetto delle istituzioni democratiche e della Giustizia Maria Falcone ha aggiunto: “ma è la legge di mio fratello Giovanni”.
Il fattor comune di questi due fatti è che rispondono entrambi a delle verità: 1) chi commette un reato deve espiare la pena decisa dai giudici in seguito ad un “giusto processo”; 2) ogni detenuto che ha scontato la pena ha il diritto di tornare libero cittadino, 3) le carceri italiani hanno un cronico sovraffollamento (134%) che viola i diritti umani dei detenuti, colpa perseguibile. Non ritengo che nel caso illustrato da Roberto Mantegna, la “Giustizia” sia stata cieca, come lui asserisce, ma semplicemente ha applicato le leggi: ha emesso una condanna, ha inflitto una pena, e, quando questa sarà interamente scontata, al reo, non sarà cancellata la sentenza di colpevolezza, ma sarà data la piena libertà.
Bisogna però tener conto della terza verità: le condizioni delle carceri. Come può un Paese democratico, rispettoso del diritto internazionale e dei diritti umani, stipare i detenuti in carcere come succede ai suini negli allevamenti intensivi fuori legge? Se, per assurdo, sparissero tutte le carceri italiane dove verrebbero alloggiati i detenuti? Quali soluzioni possono esserci se non concedere la detenzione domiciliare? Quali alternative potremmo suggerire al legislatore?
In questo caso mi sembra che il vero problema non sia della Giustizia ma della mancanza di carceri rispettose della legge. Sarebbe doveroso fare spazio nelle carceri. Costruiamone delle nuove. Chi è in carcere in attesa di giudizio, quindi senza una condanna di un tribunale, sia messo in libertà o, se sussistono giustificati motivi, alla detenzione domiciliare, in modo tale da recuperare spazi per i “condannati”.
Secondo il rapporto del maggio 2025 dell’associazione Antigone, che monitora le condizioni di detenzione e i diritti delle persone private della libertà, il 26,5% dei carcerati (circa 16.000 persone) sono in attesa di giudizio, e di questi 9.475 (il 15,3%) sono in attesa del primo giudizio. La lettera del signor Roberto Mantegna mette in risalto che non esiste un solo momento della nostra vita che ci esonera dal doverci confrontare con la “Verità”, verità che può presentarsi come evidenza confortata da numeri, come convenzione sancita da leggi e, a volte, come interpretazione di diversi punti di vista. Le “interpretazioni” della Verità scaturiscono non solo dal rimuginare del nostro intimo, ma ci vengono stimolate ogni volta che i media ci informano di fatti e misfatti. Con il termine “Verità” vorremmo che la descrizione dei “fatti” venisse fornita così come tali fatti si sono svolti: con onestà intellettuale e senza preconcetti. Ma, allora, perché ogni fatto ha una pluralità di descrizioni a volte contrapposte? quali sono vere e quali sono false?
La Verità vera è la “verità assoluta”, quella verità che c’è a prescindere da opinioni, prove, percezioni, quella verità che c’è anche se nessuno la conosce o la crede, quella verità che non cambia anche se il mondo intero la nega (ho ucciso e quindi sono l’assassino anche se le prove possono ingannare e portare a sentenza di assoluzione). La verità assoluta non dipende da noi, esiste ed è oggettiva, ma fino a quando ci saranno emozioni, interessi, ideologie e limiti cognitivi, la “Verità” non sarà mai una per tutti ma frutto della singola soggettività umana. In definitiva non è umanamente garantito che uno stesso fatto sia “vero” per tutti allo stesso modo, ma questo non deve impedirci di cercare la Verità assoluta. Sia in una dialettica intima con noi stessi sia in un confronto con “gli altri”, in una logica hegeliana (tesi, antitesi e sintesi), dobbiamo cercare di avvicinarci alla verità assoluta, asintoticamente all’infinito, sapendo che non potremo mai raggiungerla attraverso una “narrazione” che sia accettata da tutti.
Recentemente ho avuto occasione di leggere il saggio “Logica della Verità” di Elio Franzini, filosofo e docente di Estetica all’Università degli Studi di Milano. “Questo libro - come è scritto nell’ultima di copertina - intende recuperare parole essenziali della filosofia, spesso dimenticate (…) ma soprattutto, verità: dopo millenni di pensiero, di fronte agli inganni e alla superficialità massmediatica, si deve ritrovare il coraggio di cercare la logica, i modi, le ragioni della verità, la sua metafisica e il rapporto con la nostra stessa vita”. Il saggio è un invito filosofico a non accontentarsi di rappresentazioni facili ma di affrontare la verità nella sua dimensione metafisica e concreta per ritrovare il senso profondo della Verità.
Il testo tratta delle “genealogie” e della loro logica. La genealogia è un modo di capire da dove vengono le idee per conoscere chi ha deciso che cosa è il vero, il giusto e il normale. Sulla “Verità” il dibattito filosofico è sempre stato molto acceso: per Nietzsche non esistono i fatti ma solo le loro interpretazioni, per Foucault non bisogna cercare l’origine della Verità ma il modo in cui si è imposta.
In altre parole, non è importante ricercare se un fatto sia veramente vero, ma piuttosto capire come e perché esso sia accettato come vero. Quali forze culturali, sociali, politiche l’hanno reso tale? Quanto succede nelle nostre aule di tribunale penso che segua il concetto di verità di Foucault: la verità è una costruzione sociale imposta attraverso istituzioni, linguaggio e norme. “(…) ciò che una società accetta come vero dipende dai meccanismi di potere in gioco”. La verità che viene dibattuta nelle aule di giustizia e che assolve o condanna un imputato è la sola verità processuale, che ha ben poca attinenza con la Verità assoluta.
Non essendo dimostrabile in assoluto, ed essendo spesso una commistione di diversi eventi ognuno con la propria verità, l’approssimarsi alla Verità assoluta deve avvenire utilizzando metodi rigorosi “causa-effetto” (reti di Petri) non con l’ambizione di raggiungerla ma con quella di minimizzare gli errori umani di interpretazione per far sì che la verità processuale tenda il più possibile alla verità assoluta. Dalla lettura del saggio di Elio Franzini mi sono convinto che “la verità su un qualsiasi fatto esiste ed è certa” ma che “spesso non siamo in grado di metterla in luce e quindi di conoscerla”. Come l’infinito in matematica, la Verità assoluta è una realtà concepibile, ma è un orizzonte irraggiungibile, è un limite verso cui tendere senza mai poterlo “pienamente” raggiungere.



