Il maschio va riscritto
Roberto Mantegna 09:14 Venerdì 22 Agosto 2025 0
Nel gruppo Facebook “Mia moglie”, migliaia di uomini hanno condiviso foto intime delle proprie compagne — spesso senza consenso — cercando l’approvazione di altri maschi. Non è solo una cronaca digitale. È un sintomo profondo, inquietante, di una mascolinità che cerca conferme non nell’intimità, ma nell’esibizione. Un gesto che tradisce, umilia, e rivela un vuoto: quello dell’identità maschile contemporanea. Ma per capire come siamo arrivati fin qui, bisogna guardare indietro. Perché il modo in cui gli uomini hanno vissuto il sesso, l’amore e il corpo femminile è sempre stato uno specchio del loro tempo — e delle loro insicurezze.
Il passaggio dalla foto nel portafoglio alla pornografia non consensuale: negli anni ’60, qualche uomo mostrava con orgoglio la foto della moglie in déshabillé dal barbiere. Un gesto di vanità, certo, ma anche di affetto. Era una forma di intimità condivisa tra uomini, in un contesto di complicità maschile. La foto era privata, ma non segreta. Era un modo per dire: “questa è mia moglie, guardate quanto è bella”. Oggi, invece, la foto è pubblica, digitale, commentata. Non è più un ricordo custodito, ma una prova di possesso. E non è amore: è spettacolarizzazione. Il corpo femminile diventa trofeo, esibito per ottenere il plauso del branco. Non è erotismo, è violenza.
La sessualità maschile è, ahimé lo dico da uomo, un misto di tabù e potere. L’Ottocento e primo ’900 è stata vissuta tra repressione e doppia morale. L’epoca borghese e vittoriana imponeva rigore morale, ma tollerava la doppia vita maschile: castità in casa, libertà nei bordelli. Le case di tolleranza erano luoghi di socialità maschile, dove il desiderio era separato dall’affetto. La masturbazione era demonizzata, l’omosessualità criminalizzata, ma la sessualità maschile era comunque vissuta — spesso in silenzio. Per contro in antichità e medioevo vi erano libertà insospettate. Nell’antica Grecia e Roma, la sessualità era parte della vita pubblica. L’omosessualità era praticata e idealizzata. Nel Medioevo, i fabliaux e il Decameron raccontavano storie di desiderio e tradimenti con ironia e libertà. Il corpo maschile e quello femminile erano vissuti con meno pudore di quanto si pensi. Il tabù è arrivato dopo. E la rivoluzione sessuale degli anni ’60 e ’70? Pasolini, con Comizi d’amore, mostrava un’Italia divisa tra moralismo e desiderio. La sessualità maschile cominciava a liberarsi, ma restava legata a modelli di virilità e dominio.
La foto nel portafoglio era ancora un gesto di possesso, ma anche di affetto. Oggi, quel gesto è diventato post virale, spesso senza rispetto.
La donna oggi è emancipata ma ancora esposta. Ha conquistato spazi, ruoli, voce. Ma questa emancipazione convive con una nuova forma di esposizione. Le immagini condivise nel gruppo Mia moglie non sono frutto di autodeterminazione, ma di appropriazione. E ciò che fa più male è che spesso sono giustificate come “orgoglio”, “condivisione”, “goliardia”. La vera libertà non è mostrarsi. È scegliere come, quando e con chi. E soprattutto, è non essere esposta contro la propria volontà.
Il maschio oggi vive tra crisi e costruzione. Vive in continua tensione: da un lato, è chiamato a rinunciare ai privilegi patriarcali; dall’altro, fatica a costruire nuovi modelli. Alcuni reagiscono con introspezione, altri con regressione. Il gruppo Mia moglie è l’esempio di quest’ultima: uomini che non sanno più chi sono, e si rifugiano in una mascolinità tossica, fatta di dominio e complicità. La ricerca dell’approvazione maschile — attraverso l’umiliazione femminile — è il sintomo di un’identità spezzata. E non si ricostruisce con la violenza, ma con l’educazione sentimentale, il rispetto, la consapevolezza.
Il maschio non va rifatto, va riscritto. Sì, il gruppo “Mia moglie” è stato chiuso ma il problema resta. Non basta rimuovere le immagini, bisogna rimuovere la mentalità. Serve un lavoro culturale profondo, che coinvolga scuole, famiglie, media. Serve un nuovo patto tra uomini e donne, basato sulla reciprocità e non sul possesso.
Il maschio non va rifatto come un mobile antico. Va riscritto come un testo incompleto: con nuove parole, nuovi silenzi, nuovi punti di vista. Perché il vero virile oggi non è chi mostra, ma chi ascolta. Non chi possiede, ma chi accompagna. Non chi domina, ma chi si mette in discussione. E se ieri bastava una foto nel portafoglio per sentirsi uomo, oggi serve molto di più: serve il coraggio di non avere nulla da mostrare, ma molto da capire.



