Un Paese senza politica industriale

Caro Direttore,
leggo con tristezza i dati sulla capacità produttiva automobilistica del Marocco che ha superato il milione di veicoli prodotti grazie ai volumi di Stellantis. Questo paese oramai ha surclassato diverse produzioni europee nel 2024, compresa quella latitante della nostra penisola, ferma ad un misero 475.000 unità. È un dato davvero infelice se confrontiamo i due paesi e la nostra storica tradizione nella metalmeccanica e nella storia automobilistica Nessuna menzione sui media nazionali, nessun dibattito politico (tolta la solita litania di Calenda che conta come il due di coppe a briscola). Anche sui medesimi quotidiani locali i temi principali vertono sempre sulla cronaca nera o sui grandi eventi (ma qui vi è un palese conflitto di interesse e libertà di informazione).

Aggiungo: Torino è ormai orgogliosa di esser diventata una città di eventi e di turismo, salvo dimenticarsi i dati impietosi sullo stato economico cittadino (occupazione, reddito pro capite, ore di Cig). I problemi di questo lento e continuo declino produttivo sono noti da tempo: costo dell’energia elevato, bassa produttività, infrastrutture inadeguate, sistema giudiziario e politico inefficiente. E si sa che senza industria non c’è sviluppo e crescita economica.

Sembra che il tema di una nuova politica industriale non interessi più a nessuno. Io sono sconcertato da tutto ciò. Sconcertato da una società civile oramai sonnambula e che vuole consumare perennemente prodotti spazzatura senza produrre (ovvero lavorare) nulla in cambio. Sconcertato da una classe dirigente apolide impegnata solamente a reinvestire i propri capitali altrove, disinteressandosi completamente del paese e della città.

Spero – ingenuamente – che nel prossimo dibattito elettorale (sia per le elezioni nazionali che quelle comunali) venga messo al primo posto il tema fondamentale di un piano industriale per questo paese e questa città. Noi cittadini dovremmo pretendere di più: da noi stessi e dalla classe politica che scegliamo. Negli ultimi 30 anni abbiamo perso tutti i treni che portavano nei settori ad alto valore aggiunto (Aerospace, Automotive, IT, Chimica, Farmaceutica). Altro che turismo. Ecco, proprio su questo tema Luciano Gallino scrisse un bellissimo libro sulla scomparsa dell’Italia industriale. Era il 2003: non è cambiato nulla.

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