Le sfide della Sanità piemontese
Emanuele Azzità 09:49 Lunedì 25 Agosto 2025 0
La Sanità piemontese necessita di un profondo cambiamento strutturale. Da decenni 4 milioni e 255 mila cittadini lo invocano, ma la politica ha tergiversato. Per rilanciare la Sanità della regione occorre denaro, tanto denaro. Ma più dei soldi, ci vuole coraggio. Il coraggio è materia prima assai più rara dell’oro. La sanità costa in Piemonte 9 miliardi e mezzo, l’80% dell’intero bilancio regionale. Una cifra considerevole ma l’Irlanda (un milione di abitanti in più del Piemonte) per il suo sistema sanitario di miliardi ne spende 14.
Un anno fa l’ex sindaco di Casale Monferrato Federico Riboldi ha accettato l’assessorato alla Sanità dimostrando di avere coraggio da vendere. Si dice che altri prima di lui abbiano rifiutato: carenza di personale, strutture insufficienti e mal tenute, liste d’attesa astronomiche, pronto soccorso strozzati e carenza di fondi, come affrontarli? Occorreva un cambiamento di paradigma (oggi si dice così). D’altra parte, i problemi hanno sempre dei presupposti. Ci sono da pochi anni mezzi prima impensabili e Riboldi ha deciso di usarli. Dall’intelligenza artificiale per risolvere le liste d’attesa, all’edificazione di strutture nuove, allo scorporo dei malati cronici con la loro più immediata connessione in percorsi per la criticità, alla nomina di manager di buon nome.
La complessità è un aspetto in crescita della pubblica amministrazione che si tende a ignorare. Non bastano dichiarazioni di principio. Fare politica è un po’ come guidare una petroliera anziché una bicicletta. Con la bicicletta si vede la strada, ma con la nave il capitano dà sul momento un ordine che vedrà il suo effetto a qualche miglio di distanza. E l’atto di guida sarà del timoniere non del comandante. Occorre che il timoniere sia d’esperienza, per superare gli scogli, i fondali bassi e anche fronteggiare onde tempestose. Così al politico servono degli abili direttori generali. In questo si vede la sua lungimiranza e il suo coraggio. D’altra parte, la politica dovrebbe essere rivolta all’esclusivo interesse dei cittadini, per loro si fanno le riforme. Nel contesto democratico altri fattori entrano in gioco come, per esempio, le associazioni di categoria e degli operatori del settore. Alla complessità dell’adeguamento strutturale si aggiungono anche interessi specifici che possono essere contrastanti. Non è possibile un vero cambiamento senza il diretto contributo di tutti, compreso la collaborazione dei cittadini. Poi c’è l’opposizione che rema contro. In democrazia dovrebbe esserci una maggioranza che governa e una minoranza che controlla e suggerisce. Perché autodefinirsi opposizione? D’altra parte, si diceva prima dei presupposti, alla crisi sanitaria piemontese tutti hanno dato il loro contributo, sia le maggioranze che le minoranze.
A un anno dall’insediamento della giunta e dell’assessore, l’approvazione del nuovo Piano sociosanitario regionale ha obiettivi quali la centralità della persona per ogni situazione di assistenza, lo sviluppo dell’edilizia sanitaria e della medicina territoriale (4,5 miliardi), la digitalizzazione, il potenziamento della ricerca sanitaria e l’individuazione degli sprechi da reinvestire in assistenza. Tra l’altro nel Piano si dà anche spazio alla salute mentale in campi che vanno dallo sviluppo cognitivo all’inserimento sociale, soprattutto dei giovani.
E le liste d’attesa? Le prestazioni sono riprese di sera, il sabato e la domenica con lo scopo di raggiungere le 100.000 visite ed esami entro fine anno. Non si tratta solo di promesse questa volta, ma di passi concreti che trascendono la demarcazione politica. La sanità deve essere per Costituzione gratuita per tutti invece l’11% dei piemontesi non riesce a curarsi. Dovremmo essere tutti d’accordo a far rientrare nel servizio pubblico queste 300 mila persone. Occorre intelligenza, coraggio, impegno, nonché il sostegno partecipativo dei cittadini. Quanto a Federico Riboldi, queste prerogative sembra averle tutte.



