Pensioni, non solo questione di conti
Grazio Gioacchino Carchia 14:10 Venerdì 29 Agosto 2025 0
Il Governo scommette sul mercato? L’ipotesi di abbassare l’età pensionabile a 64 anni, portando l’Italia più vicina alla media europea, sta creando un dibattito acceso. Da un lato, la misura rappresenterebbe una risposta a chi chiede maggiore flessibilità, dall’altro solleva dubbi sulle reali coperture economiche e sulla sostenibilità di lungo periodo. Allargare la platea dei pensionati anticipati significa spostare immediatamente risorse dal lavoro alla spesa corrente. Per molti osservatori si tratta di un “suicidio annunciato”.
Tuttavia, se si guarda alla realtà sociale ed economica italiana, non è affatto scontato che i cittadini siano pronti a gestire questa libertà. La maggior parte non ha ancora sviluppato una cultura diffusa del risparmio previdenziale o la capacità di integrare l’assegno con investimenti mirati. La logica che sembra emergere è una sorta di liberalizzazione: lo Stato smette di essere un amministratore paternalista e mette nelle mani delle persone la responsabilità di scegliere come gestire l’anticipo. Una scelta che, secondo le statistiche, rischia però di lasciare l’80% dei pensionati con risorse scarse già nei primi anni della terza età. Eppure, un fatto resta: 64 anni è un’età che si avvicina alle regole europee e permette di bilanciare meglio il tempo speso al lavoro con quello per sé stessi.
Dal punto di vista della giustizia sociale, è difficile sostenere che sia giusto obbligare milioni di lavoratori a restare fino a 67 anni e oltre, specialmente in settori dove lo stress psico-fisico è alto. Il personale sanitario, in particolare, guarda con favore a questa ipotesi. Per infermieri, tecnici, operatori e medici, la prospettiva di poter lasciare il lavoro a 64 anni è più che un’opportunità: è quasi una necessità. Si tratta di professionisti che hanno perso molti anni in formazione obbligatoria prima di accedere al mercato del lavoro e che spesso arrivano a fine carriera logorati da turni massacranti, notti, reperibilità e responsabilità enormi.
Ed è qui che emerge la sproporzione: chi ha intrapreso percorsi lavorativi senza necessità di laurea, a volte persino senza diploma, si ritrova ad andare in pensione già a 60 anni o poco dopo, con assegni quasi pieni. Al contrario, chi ha studiato e iniziato a lavorare tardi, come gran parte del personale sanitario, si ritrova vincolato alla legge Fornero e costretto a restare fino a 67 anni, spesso senza raggiungere i massimali contributivi. Un paradosso che aggiunge frustrazione a una categoria che già oggi vive forti difficoltà di riconoscimento e valorizzazione.
In definitiva, l’idea delle pensioni a 64 anni non è soltanto un tema di conti pubblici, ma un banco di prova politico e culturale. Significa decidere se trattare i cittadini come adulti responsabili delle proprie scelte, o continuare a imporre una linea uguale per tutti. Significa anche riconoscere il peso reale di chi lavora in prima linea per la salute del Paese, senza ignorare le disuguaglianze che oggi spaccano il mondo del lavoro.



