L'8 settembre del sistema bancario

Il 24 gennaio 2025 Banca Monte dei Paschi di Siena annunciò il lancio dell’offerta pubblica di scambio (Ops) totalitaria su Mediobanca. Il 28 gennaio il Consiglio di amministrazione di Mediobanca la respinse definendola ostile, priva di razionale industriale e finanziario, e distruttiva per gli azionisti di Mediobanca. L’Ops è una forma di offerta pubblica di acquisto (Opa) in cui un’azienda acquista titoli di un’altra società offrendo in cambio propri strumenti finanziari, come azioni, anziché denaro contante con l’obiettivo di ottenere il controllo della società target e di consentire agli azionisti di scambiare i propri titoli con altri, spesso con un premio per renderli più allettanti.

Il 14 luglio 2025 il documento di offerta, in cui è stato modificato il valore di scambio tra le azioni (per una azione Mediobanca le 2,3 azioni Mps della prima offerta sono state portate a 2,533) è stato approvato sia dalla Consob sia dall’authority Antitrust, dando inizio al periodo di adesione all’Ops che avrà termine l’8 settembre 2025. Tra i maggiori azionisti di Mediobanca troviamo, Delfin (famiglia Del Vecchio) 19,8%, Gruppo Francesco Gaetano Caltagirone 7,4% e Fondo Black Rock 3,5%. I maggiori azionisti di Banca Mps sono, Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) 11,7%, il Gruppo Caltagirone 9,96%, Delfin (Famiglia Del Vecchio) 9,86% e il Banco Bpm 5%.

Analizzando la situazione degli ultimi 5 anni delle due realtà bancarie, le fonti ufficiali di Borsa Italiana ci dicono che: 1) rendimento: Mediobanca +160%, Mps -70%; 2) dividendi complessivi: Mediobanca circa 3,9 euro per azione con previsione di un ulteriore 0,59 euro per novembre 2025, Mps ha ricominciato a dare dividendi (aveva smesso nel 2010) nel 2024 per il 2023 e nel 2025 per il 2024 per un totale di 1,11 euro per azione; 3) prezzo delle azioni: Mediobanca ha più che raddoppiato (da 10 euro ad azione del 1-1-2020 a 20,97 euro del 28-8-2025), Mps ha più che bi-dimezzato (da 29,42 euro ad azione del 1-1-2020, passando al 1,62 euro del 4-11-2022, a 7,96 euro del 28-8-2025).

Inoltre, le due banche hanno profili molto diversi, Mediobanca è più focalizzata su attività di investment banking, corporate finance e gestione patrimoniale mentre il Monte dei Paschi di Siena è per lo più una banca commerciale con filiali e conti correnti di privati. I diversi segmenti a cui si rivolgono le due banche non lasciano trasparire possibili sinergie, anzi l’integrazione tra una banca commerciale (Mps) e una banca di investimento (Mediobanca) è molto complessa e rischiosa: manca la complementarità diretta, non ci sono economie di scala evidenti, risulta oscura la governance futura. L’incorporazione di Mediobanca in seno al Gruppo Monte dei Paschi di Siena risulta essere una fusione tra due culture aziendali molto diverse, con possibili attriti. Sicuramente la crescita dimensionale a cui va incontro Mps inglobando Mediobanca significa uscire dal ruolo di “banca salvata dallo Stato” e diventare il terzo polo bancario italiano, dietro Intesa e UniCredit, ovvero significa acquisire prestigio, visibilità, potere negoziale e influenza anche in ambienti regolatori e politici. È un salto di status, più che di valore. Per contro i piccoli azionisti restano penalizzati: essendo l’offerta non in contanti ma in azioni Mps, che sono molto volatili, i piccoli azionisti Mediobanca diventeranno azionisti di una banca con rischi sistemici maggiori che non garantisce un premio significativo sul valore di mercato. In sostanza: nessuna liquidità, più rischio, nessuna strategia chiara.

Gli azionisti istituzionali, invece, stanno giocando una partita tutta loro: Delfin (famiglia Del Vecchio) e Caltagirone, soci rilevanti di Mediobanca, detengono partecipazioni anche in Mps e possono trarre vantaggio qualunque sia l’esito dell’operazione. La loro influenza determina gli equilibri interni, mentre i piccoli azionisti hanno voce marginale.

Questa operazione, quindi, sembra costruita più per alimentare logiche di potere, anche politico, che per creare valore reale e condiviso. I piccoli azionisti, come spesso accade, sono trascinati in questa “avventura” senza trasparenza né sui benefici effettivi né sulla sostenibilità futura della fusione. Matteo Salvini (segretario della Lega e vicepremier), e Giancarlo Giorgetti (Ministro del MEef in quota Lega) sono molto favorevoli all’Opa del Monte dei Paschi su Mediobanca, tanto che lo stesso Salvini ha dichiarato di essere orgoglioso di aver salvato un patrimonio quasi distrutto dalla sinistra. È bene ricordare, però, che il Monte dei Paschi è stato salvato dall'intervento dello Stato italiano che, nel 2017, durante il governo di sinistra Gentiloni, attraverso un decreto del Ministro dell'Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan, ha ricapitalizzato la banca con fondi pubblici (circa 5,4 miliardi di euro) diventandone azionista di maggioranza (68%).

Nelle operazioni bancarie di mercato i partiti politici non dovrebbero, neanche in apparenza, farsi coinvolgere! Ricordiamo la bufera politico-mediatica a seguito della scalata di Unipol su Bnl, quando Piero Fassino (segretario del Partito Democratico) parlando con Consorte (presidente di Unipol) per informarsi sullo stato dell’arte della scalata chiese a Consorte “Allora siamo padroni di una banca?”. O l’avventura della Banca Popolare CredieuroNord, istituto bancario italiano fondato nei primi anni 2000 sotto l'egida del partito politico della Lega Nord, che, ispezionata dalla Banca d'Italia nel 2003, rivelò seri problemi gestionali, tali da provocare l’inizio di un'operazione di salvataggio da parte della Banca Popolare di Lodi, all'epoca guidata da Gianpiero Fiorani.

Una “buona” impresa è quella che può fallire. Se prospera deve essere soltanto grazie alla sua efficienza, etica e capacità di adattarsi al mercato. Se un’azienda non ha possibilità di fallire perché è protetta da salvataggi di Stato non è una azienda libera e di mercato. Il fallimento è un meccanismo naturale di selezione: un’azienda che non funziona deve poter uscire dal mercato e non fruire di “accanimenti terapeutici” che la tengano “artificialmente” in vita per poi finire come Alitalia, la nostra ex compagnia aerea di bandiera, che, tra il 1974 e la sua chiusura nel 2021, è costata allo Stato oltre 11 miliardi di euro. Anche allora lo Stato intervenne per evitare il fallimento della compagnia fornendo fondi per coprire perdite, debiti e ricapitalizzazioni. Si stima che il costo sia stato di circa 224 euro per ogni cittadino residente.

La Treccani scrive: “Ci sono date che segnano il destino di un Paese, rimanendo indelebili nella memoria e nella coscienza collettiva. L’8 settembre (1943) rappresenta per l’Italia una di queste, un dramma dalle molte sfaccettature, un evento che segnò la fine delle ostilità contro gli Alleati e la conseguente fine dell’alleanza con la Germania nazista, ma soprattutto segnò l’inizio di una delle pagine più dolorose per il nostro Paese: la guerra civile”. Mutatis mutandis, auguriamoci che l’8 settembre 2025, data in cui si decreterà la riuscita o meno dell’Ops di Mps, in un nietzschiano “eterno ritorno dell’uguale”, non sia una “Caporetto” economico-sociale per gli italiani!

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