Sessimo ed emancipazione tradita

C’è un paradosso che mi tormenta leggendo le cronache di Torino di questi giorni: definire “sessista” il commento del consigliere Pera lo è molto di più del commento stesso. Dove va a finire l’emancipazione della donna e la libertà sessuale se ancora oggi un “pom…no” viene considerato un atto osceno, offensivo? Un atto che si pratica da sempre, dai tempi antichi, dalle nostre mamme alle nostre nonne. Non c’è nulla di degradante: è sesso, è piacere, è normalità. Finché una donna si sentirà offesa da una frase del genere, sarà perché ancora considera quell’atto come qualcosa che toglie dignità e così l’emancipazione non potrà mai dirsi compiuta. Io, al posto della consigliera, avrei risposto con ironia: “No consigliere… magari!”.

Cosa c’è di sbagliato nel sesso, un atto così godurioso e privo di scandalo? La donna non ha bisogno della difesa di nessuno (o almeno non in questo senso… sarebbe meglio difenderle dai calci e dai pugni dentro le mura domestiche! Ma qui si aprirebbe un altro tipo di indignazione). Considerare un commento sessista solo perché rivolto a una donna lo trovo aberrante e anti-emancipante.

Dario Pera è stato sempre descritto come una persona aperta al dialogo, libera di esprimersi, proprio come il più sano dei principi democratici esorta a fare, disponibile sempre a tendere una mano anche quando la sua salute era compromessa. Sono sicura che molti colleghi incravattati della Circoscrizione lo sappiano bene, ma hanno preferito seguire l’onda di una moda politicizzante, accendendo i riflettori su un’ipocrisia italiana e finta moralista. Il microfono di Pera è rimasto acceso e la sua voce si è sentita. Ma se fosse rimasto acceso l’audio dei pensieri di quanti presenti in sala, i commenti sarebbero stati dei più vari: “starà facendo la manicure”, “starà lavando i piatti”.

E se il ritardo ad intervenire fosse stato da parte di un consigliere uomo, nessuno avrebbe parlato di sessismo di fronte a frasi del tipo “sarà in compagnia di una escort”. Beate loro, le escort, che almeno esercitano volontariamente una professione che dà piacere. È chiaro che in sede di lavoro sarebbe stato inappropriato parlare di qualsiasi cosa privata, fosse anche la lista della spesa o le bollette da pagare; ma aprire una polemica sessista su quella frase è stato del tutto eccessivo a mio parere.

Non sono qui per difendere Dario Pera, ma per difendere l’idea stessa di emancipazione femminile. Perché così facendo rischiamo solo di retrocedere, oscurati da manifestazioni difensive che ci dipingono come vittime da proteggere. La vicenda è stata trasformata in un teatrino politico, per accendere i riflettori su un moralismo tutto italiano. Siamo un Paese dove molti predicano indignazione e intanto frequentano festini a pagamento; dove il sesso è sussurrato ma mai vissuto come cultura.

Sono una giovane scrittrice, e nei miei epigrammi parlo di erotismo, di morte, di lutto con la massima libertà e irriverenza, esorcizzando ogni ipocrisia. Ma temo che in questa Italia di colletti bianchi e poco topless sulle spiagge i miei scritti vengano considerati immorali. Se l’Italia fosse davvero libera da questi beceri pregiudizi, quel commento non sarebbe mai nato, neppure nel pensiero. Perché sessismo, oggi, è considerare sessista ciò che non lo è.

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