Fisco, cittadinanza e politica
Lucrezio Depiciis 08:26 Venerdì 19 Settembre 2025 0
Gentile direttore,
la notizia di questi giorni, secondo cui la Commissione tecnica sulla riscossione, istituita presso il Ministero dell’Economia, avrebbe proposto di consentire al Fisco l’accesso diretto ai conti correnti dei contribuenti debitori, al fine di rendere più efficace il recupero dei crediti fiscali, sorprende e inquieta.
Sorprende, soprattutto, che una simile proposta provenga dall’area di maggioranza, tradizionalmente attenta alla tutela della privacy e alla difesa del cittadino contro l’invadenza dello Stato. È curioso — e forse emblematico — che proprio da destra arrivi l’idea di un monitoraggio patrimoniale mirato, che in altri tempi sarebbe stato bollato come “socialismo fiscale”.
Eppure, a ben vedere, la questione è meno ideologica di quanto sembri. Il cosiddetto “magazzino fiscale” — ovvero l’insieme dei crediti non riscossi — ammonta a oltre 1.272 miliardi di euro, una cifra che sfida ogni logica di sostenibilità. Di questi, circa 408 miliardi sono considerati irrecuperabili, ma il resto rappresenta una massa di debiti che lo Stato ha il dovere di tentare di incassare. E per farlo, servono strumenti efficaci, non solo buone intenzioni.
La proposta della Commissione — che prevede un accesso selettivo ai saldi bancari dei debitori, con pignoramenti “chirurgici” e non paralizzanti — sembra voler superare l’attuale sistema “a strascico”, spesso inefficiente e vessatorio. Se attuata con garanzie procedurali e tutela della privacy, potrebbe persino rappresentare un passo avanti verso una riscossione più equa e razionale.
Ma non è la prima volta che le società evolute affrontano il dilemma tra diritto individuale e dovere fiscale. Nell’antica Roma, il censor non solo valutava il patrimonio dei cittadini, ma ne derivava anche il grado di responsabilità civica. Come ricorda Domenico Oliva (Sapienza, Roma) nel suo studio “Il sistema tributario in Roma antica”, la finanza pubblica si fondava su un principio patrimoniale: il cittadino contribuiva non solo con il reddito, ma con beni e servizi. I munera civilia e munera patrimonii — obblighi civici e patrimoniali — erano considerati doveri morali oltre che fiscali.
In Atene, chi non partecipava alle liturgie pubbliche —obblighi finanziari imposti ai cittadini più ricchi per finanziare le esigenze della polis, come l'equipaggiamento di navi da guerra o l'organizzazione di feste religiose e teatrali— veniva sottoposto a dokimasia. Questo processo pubblico del patrimonio e della condotta del cittadino valutava l'intera capacità di un cittadino di contribuire alla prosperità della polis. E nella Firenze del Quattrocento, il Catasto del 1427 fu un tentativo pionieristico di censire i beni per una tassazione più giusta, come documentato negli archivi storici del Senato e negli studi sulla Camera della Sommaria del Regno di Napoli.
Persino nei testi evangelici, pur in un contesto spirituale, emerge il principio della responsabilità fiscale. Quando Gesù dice “Rendete a Cesare quel che è di Cesare” (Matteo 22:21), non si limita a separare il sacro dal profano, ma riconosce implicitamente la legittimità del tributo come forma di convivenza civile. Non è un’adesione al potere imperiale, ma un riconoscimento del patto sociale.
Platone, nella Repubblica, associa la giustizia all’ordinamento sociale in cui ciascuno svolge il proprio ruolo per il bene collettivo. Il legislatore, secondo Socrate, deve garantire il sostentamento e la difesa della comunità, organizzando i cittadini in classi funzionali: lavoratori, guardiani e governanti. Il contributo non è solo economico, ma morale: chi riceve, deve restituire.
Cicerone, nel De re publica e nel De officiis, radica il concetto nella realtà romana. Per lui, il cittadino ideale è colui che partecipa attivamente alla vita pubblica, contribuendo con beni, tempo e responsabilità. Il optimus status civitatis — lo Stato ideale — si fonda sull’ordo, l’ordine giuridico e morale che regola i doveri reciproci tra individuo e collettività.
In sintesi, la contribuzione non è solo un obbligo fiscale, ma un atto di cittadinanza. Le società evolute — da Atene a Roma, da Firenze a Gerusalemme — hanno sempre compreso che la coesione si regge su un equilibrio tra diritti e doveri. E se oggi il Fisco chiede di vedere i conti, non è solo per fare cassa: è per ricordarci che la libertà, senza responsabilità, è solo un privilegio travestito da diritto.
Ma tutto questo, purtroppo, resta ancora teorico. Perché? Se è vero che il cittadino deve onorare il proprio impegno contributivo, è altrettanto vero che la classe politica deve ricostruire la propria credibilità non con proclami, ma con comportamenti concreti. E invece si assiste alla scriteriata dissipazione di risorse pubbliche, con gestioni opache e, quel che più fa male al cittadino, con il favoritismo mascherato da efficienza. I politici, specie quelli locali, di piccolo cabotaggio, sono i maggiori responsabili dell’inefficienza sistemica, che altro non è che una elegante forma di irresponsabilità e grave inettitudine.
A proposito di credibilità: proprio in queste ore, la Commissione parlamentare Antimafia ha segnalato tre candidati “impresentabili” alle prossime elezioni regionali, tra cui Paolo Bernardi, candidato in Valle d’Aosta con la lista Lega-Salvini Vallée d’Aoste, rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta. È un segnale che non può essere ignorato. Se il cittadino deve essere trasparente col Fisco, il candidato deve esserlo con la propria storia e comprendere, in autonomia, se ha tutte le credenziali per gestire la cosa pubblica. E questo vale a tutti i livelli della politica, dal consigliere di quartiere al ministro. A tutto ciò si aggiunga l’arroganza di chi confonde il mandato elettorale con una delega in bianco.
Forse il vero paradosso non è che lo Stato voglia sapere quanto abbiamo in banca. È che inquieta, dopo decenni di retorica sulla “libertà fiscale”, che sia proprio chi ne ha fatto bandiera a volerci contare i centesimi.
La coerenza di questi tempi è sicuramente morta e, comunque non è mai stata una virtù dei politici. Speriamo che almeno il bilancio pubblico torni in vita.
Rimane una forte disillusione per chi osserva con occhi aperti e cuore sincero. È normale sentirsi traditi, stanchi, forse anche cinici. Ma c’è una cosa che la disillusione non riesce a cancellare: il fatto che il popolino ancora non provi totale disinteresse. Questo, in fondo, è un segno di vita e di forza. Di lucidità. È quella voglia di capire, di non accontentarsi, che ci tiene vivi anche quando ci fanno passare per ingenui.



