Vesta, una lotteria ingiusta

Un altro giorno, un altro click day. Dal fatidico bando dei 6.000 campanili, questi rituali telematici sono diventati una strana bestia della pubblica amministrazione. Anche il contributo Vesta della Regione Piemonte ha seguito la stessa strada: a mezzanotte, genitori di bambini sotto i sei anni e con Isee fino a 40.000 euro – di fatto una fetta amplissima della popolazione – erano chiamati a contendersi con un click un contributo attorno ai 1.000 euro per le attività dei figli. Come sempre, la velocità di connessione, la dimestichezza con il web e perfino la fortuna hanno contato più della reale esigenza.

Il click day è ormai poco più che una lotteria. Certo, risolve il problema della valutazione del merito: non bisogna giudicare chi ha diritto, basta premiare il più veloce. Tuttavia, come tutte le lotterie, il sistema finisce per ignorare proprio chi ha più bisogno. Chi vive dove la rete è debole, chi magari non ha gli strumenti digitali adeguati, resta escluso. Si sa già che, a fronte di oltre 15.000 domande presentate in un solo minuto, i fondi bastavano solo per circa 7.000 interventi, lasciando delusi migliaia di genitori. Non sorprende: le risorse erano limitate e la platea vastissima – ogni bambino con i requisiti corrispondeva a una micro-possibilità di accesso.

Invece di misurare la fragilità sociale, l’urgenza o le condizioni di maggiore bisogno, si è preferito puntare su una distribuzione casuale, lasciando al caso il destino dei potenziali beneficiari. Forse per non dover stabilire criteri più stringenti, forse per evitare di affrontare la questione della numerosità familiare o della disabilità, certo è che la “maglia larga” della lotteria rispecchia i limiti del modello. Eppure, proprio in una fase storica in cui il disagio sociale si allarga anche alle famiglie una volta “medie”, in una Regione come il Piemonte che invecchia e fatica a sostenere le nuove generazioni, il contributo Vesta rappresentava un’occasione mancata

 La speranza, da contribuenti e cittadini, è che questi sussidi potranno almeno cambiare in meglio la vita di chi li ha ottenuti. Ma, per il resto, resta la beffa e il rammarico per una politica che, anziché costruire welfare adatto ai bisogni reali, si accontenta di lasciare che sia una connessione veloce a decidere chi viene aiutato. Forse si sarebbe potuto fare diversamente: un metodo basato sulla priorità ai redditi più bassi, attenzione alle situazioni di fragilità familiare, condizione di disabilità, composizione del nucleo, avrebbe offerto una distribuzione più giusta ed efficace delle risorse. Invece di riproporre l’ennesima lotteria, costruire graduatorie trasparenti e azioni mirate avrebbe rappresentato un vero passo avanti nel welfare regionale, segnando la rotta verso un modello all’altezza delle esigenze delle famiglie piemontesi.

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