Se il Politecnico perde la rotta
Alfredo Quazzo 08:47 Domenica 21 Settembre 2025 0
Il professor Pini Zorea dell’Università israeliana di Braude durante una lezione di “Principles of digital image processing and technologies”, all’interno di un corso di dottorato del Politecnico di Torino, è stato bloccato dall’intervento del collettivo studentesco “Cambiare Rotta” con l’accusa che l’argomento trattato, il rilevamento e il riconoscimento facciale in tempo reale, era tra le tecnologie utilizzate da Israele nel “genocidio” palestinese.
Il professor Zorea, con grande calma, non solo ha dichiarato che il suo insegnamento non ha nessuna connessione con l’ambito militare, ma che addirittura è d’accordo con gli striscioni in cui si chiede che la Palestina sia libera, anche se manca “da Hamas”. Il professore ha poi affermato di essere stato, tanti anni fa, ufficiale dell’esercito israeliano e “posso dirvi che è tra i più puliti al mondo”.
Il professor Corgnati (dal gennaio 2024 rettore del Politecnico di Torino) ha comunicato: “Appena venuto a conoscenza dell’inaccettabile esternazione (ndr, del professore), ho disposto, con effetto immediato l’interruzione del modulo e la sospensione di ogni attività con il docente, che verrà convocato per un chiarimento”. In merito Gianni Vernetti, ex deputato per due legislature (Ulivo/Margherita e Pd) ha scritto: “Il pavido Rettore del Politecnico di Torino Stefano Corgnati anziché allontanare gli studenti aggressori, caccia il professore israeliano aggredito. La libertà di espressione al Politecnico di Torino non esiste più. Senato accademico e Ministero non hanno nulla da dire?”.
Ritengo che, in una dinamica temporale “causa-effetto”, il rettore del Politecnico avrebbe dovuto innanzitutto impedire che nel “suo” ateneo si consumasse un atto di violenza nei confronti di un professore e degli studenti che stavano seguendo la lezione e che, versando una retta, avevano il diritto assoluto di farlo senza subire censure politiche inibitrici delle materie ingegneristiche. Serena Sileoni ha scritto: “Ognuno si farà da sé un’opinione su quanto può essere sbagliata l’esternazione (del professor Zorea, ndr). È però certo che in una Repubblica dove “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” (primo comma dell'articolo 33 della Costituzione italiana) essa non può essere, come l’ha definita il rettore del Politecnico, “inaccettabile”. E non lo è per il suo valore intrinseco, ma perché, buone o cattive, tutte le idee in un Paese libero sono accettabili”.
Le idee si accettano e si confrontano anche duramente, si condividono o meno, ma non si censurano e non si puniscono, come ha fatto il rettore del Politecnico di Torino, sospendendo l’attività didattica. L’“Idea” non è mai pericolosa e inaccettabile, è il grado di violenza con cui essa è diffusa a renderla pericolosa. Il professor Corgnati avrebbe dovuto punire la violenza che hanno dimostrato gli attivisti di “Cambiare Rotta” interrompendo di forza la lezione, non il professor Zorea.
Durante le ultime elezioni studentesche del Politecnico di Torino il collettivo “Cambiare rotta” non è riuscito a far eleggere nemmeno un rappresentante per il senato accademico registrando solo 75 sui 3537 voti espressi. Perché un rettore di un prestigioso ed autorevole ateneo, che conta quasi quarantamila iscrizioni per anno accademico, ha prestato il fianco a violente e prevaricatrici minoranze rispetto ad un docente e, soprattutto, ad una maggioranza di studenti il cui obiettivo è laurearsi bene e il prima possibile per poi accedere alla vita lavorativa?
Poiché si sta parlando di tecnologie avanzate, ho provato a fare questa domanda a Chatgtp (piattaforma basata sulla cosiddetta intelligenza artificiale) e la risposta è stata: “La tua domanda tocca un punto molto concreto e attuale in ambito universitario e democratico. Perché un rettore (cioè lo Stato, l’istituzione) consente a una piccola minoranza di bloccare o interrompere le attività legittime della maggioranza? Ecco una risposta articolata: 1. Perché spesso ha paura dello scontro o delle conseguenze mediatiche: molti rettori (e dirigenti pubblici in generale) preferiscono evitare lo scontro diretto, soprattutto se la protesta è visibile o aggressiva, se il tema è sensibile (Palestina, gender, razzismo, ecc.), o se temono accuse di autoritarismo, razzismo, censura, ecc. In pratica: è più facile cedere alla minoranza rumorosa che gestire una crisi mediatica. - 2. Perché contano il “rumore” più dei numeri. Non è giusto, ma accade: una minoranza anche piccolissima (10-20 studenti), se molto organizzata, rumorosa e attiva sui media, può ottenere più attenzione di una maggioranza silenziosa. I rettori a volte rispondono al conflitto visibile, non al consenso silenzioso. - 3. Perché esiste un equivoco sulla “libertà di protesta”. Alcuni dirigenti universitari confondono la libertà di espressione con il diritto di impedire ad altri di esprimersi o studiare. È lecito protestare contro un convegno ma non è lecito impedire fisicamente lo svolgimento del convegno. Ma in molti atenei questo limite non viene fatto rispettare, per paura o ideologia. - 4. Perché a volte condividono l’agenda politica di quelle minoranze. Va detto: in alcuni casi, la tolleranza verso le minoranze attive non è neutrale, ma esprime una simpatia ideologica del rettore, del corpo docente o di altri poteri accademici. Questo è particolarmente visibile in: occupazioni pro-palestinesi, contestazioni di eventi “conservatori” o religiosi, proteste LGBTQIA+. - In sintesi, il rettore tollera la minoranza che interrompe la maggioranza perché: 1. ha paura del conflitto o della stampa; 2. reagisce al rumore, non alla democrazia numerica; 3. confonde protesta con blocco; 4. a volte è ideologicamente vicino alla minoranza attiva. Quindi che fare(punto di domanda) Le risposte sono: 1. chiedere trasparenza e responsabilità agli atenei: il diritto alla protesta non può impedire il diritto allo studio o alla parola; 2. difendere il pluralismo senza censure, da qualunque parte vengano; 3. non cedere al ricatto morale, che trasforma ogni critica, a una minoranza in “odio” o “fascismo”».
Il 18 settembre 2025, a poche ore dalla decisione del rettore del Politecnico di sospendere il corso del professore israeliano Pini Zorea, il collettivo studentesco “Cambiare Rotta” alza la posta cantando vittoria: “Abbiamo vinto, ora boicottaggio accademico!”. Se il boicottaggio delle lezioni e delle attività di ricerca diventasse “virale” a tal punto da indurre gli studenti e le loro famiglie non a “cambiare rotta” ma a cambiare ateneo, che cosa ne direbbe il professor Corgnati?



