L'IA e la mediocrità umana
Roberto Mantegna 09:26 Lunedì 22 Settembre 2025 0
Gentile Direttore,
la recente sentenza del Tribunale di Torino, che ha sanzionato l’uso maldestro dell’intelligenza artificiale in un ricorso giudiziario, è molto più di un episodio curioso: è il segnale di una deriva culturale che merita attenzione.
Il ricorso, redatto “col supporto dell’intelligenza artificiale”, è stato definito dalla giudice un coacervo di citazioni astratte, prive di logica e inconferenti rispetto al caso concreto. Non solo: l’IA è stata impiegata per sostenere una causa già viziata da grave negligenza financo da malafede. La sanzione di 500 euro, in questo contesto, non è una semplice punizione per la parte attrice, ma un monito per tutti noi: la tecnologia non può assolvere l’improvvisazione né giustificare l’irresponsabilità.
Viviamo in un tempo in cui l’IA è percepita come bacchetta magica, capace di redigere atti, risolvere controversie, sostituire il pensiero umano e persino guidarci nel mondo degli investimenti economici. Ma la giustizia – come la medicina, la pedagogia, la politica, la finanza – non è un algoritmo. Richiede competenza, contesto, e soprattutto addestramento e coscienza.
Si pensi proprio alla medicina: grazie all’intelligenza artificiale oggi si compiono interventi terapeutici e chirurgici che solo pochi mesi fa sembravano fantascienza. Ma ciò non significa che il medico possa abbassare la soglia della propria preparazione. Al contrario: deve essere sempre più bravo, più consapevole, più responsabile, più formato. Ma come ogni strumento potente, essa non è neutra: amplifica anche gli errori. E qui sta il nodo cruciale del nostro tempo.
L’IA non ha reso tutti più intelligenti. Rende più visibile, più rumoroso, più pericoloso il mediocre. Non parlo di chi possiede un quoziente intellettivo modesto, ma di chi, con presunzione e superficialità, si illude di dominare lo strumento senza averne compreso la natura, senza aver affinato le proprie capacità critiche, etiche e culturali.
Il mediocre digitale è colui che, già navigando a vista, si ritrova ora tra le mani un’arma infinitamente più potente della propria ignoranza sociale. E maneggiandola senza criterio, riesce persino ad autolesionarsi, convinto di brillare mentre scava il proprio abisso.
L’intelligenza artificiale non è un sostituto del pensiero, ma un amplificatore. Se il pensiero è debole, l’IA lo renderà fragorosamente debole. Se il pensiero è lucido, l’IA potrà elevarlo. Ma senza discernimento, senza formazione, senza responsabilità, il rischio è che la mediocrità diventi sistema, e l’errore diventi norma.
È tempo di porci domande scomode. Non su cosa può fare l’IA, ma su chi la sta usando e come. Perché il vero pericolo non è l’intelligenza artificiale. È l’arroganza naturale.
L’idea di “delegare a una macchina” l’elaborazione di testo giuridico e ritenere che il risultato, senza alcuna capacità interpretativa e senza alcuna mediazione competente, possa essere valido rappresenta un vero e proprio atto di rinuncia consapevole (?) al pensiero critico. È il disprezzo per la fatica e il piacere dell’argomentazione, per il rigore del metodo, per la responsabilità della parola. È il trionfo del copia-incolla travestito da innovazione. E non è un caso che il ricorso sia stato rigettato non solo per infondatezza, ma per incoerenza logica: come dire che l’IA, se usata senza guida, genera più fumo che sostanza.
L’intelligenza artificiale può essere uno strumento prezioso, anche nel diritto: per analizzare giurisprudenza, supportare la redazione, verificare coerenze normative. Ma resta uno strumento, e non sarà mai un sostituto.
In definitiva, la sentenza torinese ci ricorda che il progresso non è mai neutro: amplifica ciò che trova. E se trova superficialità, ne fa sistema. Usare inconsapevolmente l’intelligenza artificiale può impigrire così tanto la mente da renderla incapace persino di distinguere il vero dal verosimile. La vera innovazione non è nell’uso della macchina, ma nella maturità di chi la guida.
È bene chiedere il rispetto dell’umanità.



