La piramide rovesciata del fisco
Lucrezio Depiciis 14:08 Venerdì 03 Ottobre 2025 0
I dati dell’Osservatorio Itinerari Previdenziali, rilanciati anche da Il Sole 24 Ore, parlano chiaro: il 43,15% degli italiani non versa nemmeno un euro di Irpef. Solo 11,6 milioni di contribuenti — meno di un quinto della popolazione — sostengono il 76,87% dell’intero gettito fiscale. Eppure, questa minoranza non riceve né riconoscimento né tutela. Al contrario, è il bersaglio privilegiato di ogni nuova imposta, di ogni taglio camuffato da riforma.
Ma chi sono davvero i contribuenti produttivi? Non basta essere occupati: bisogna generare reddito imponibile attivo. Ecco perché dal conteggio vanno esclusi: i pensionati (18 milioni), che percepiscono ma non producono; i politici, anche di piccolo cabotaggio (circa 300.000), mantenuti dal denaro pubblico; i dipendenti pubblici (3,66 milioni), finanziati dalla fiscalità generale; gli occupati in nero o sotto soglia fiscale (oltre 3 milioni); i percettori di rendite immobiliari e finanziarie che spesso contribuiscono in modo non proporzionale.
Su questi numeri aleggia un tema che si preferisce ignorare, minimizzare, derubricare a statistica: l’evasione fiscale. Francesca Schianchi, nel suo podcast “Le tasse per pochi, i servizi per tutti”, lo dice senza mezzi termini: l’evasione è viva, vegeta, e si annida tra noi. Non è un fenomeno marginale, ma strutturale. E il paradosso è che chi non versa un centesimo di Irpef pretende servizi impeccabili — basta fare la fila alle poste, ascoltare i talk show, leggere le lettere ai giornali — mentre chi paga viene spesso lasciato solo. Il risultato? Su 59 milioni di abitanti, solo 11,6 milioni — circa il 19,6% — versano Irpef significativa. Meno di uno su cinque. E sono proprio questi cittadini a essere esclusi da ogni beneficio, agevolazione, attenzione.
Analizzando ancora i dati dell’Osservatorio, si scopre che appena 1,12 milioni di contribuenti dichiarano oltre 70.000 euro annui lordi: il 2,6% dei contribuenti totali, appena l’1,9% della popolazione. Sopra i 120.000 euro? Troviamo quella che viene dipinta come una “élite fiscale”, spremuta ma invisibile: circa 350.000 contribuenti (0,8% dei contribuenti, 0,6% della popolazione) che non ricevono bonus, non accedono a detrazioni, non godono di sconti, non possono dedurre le spese sanitarie private. Sono il motore fiscale della Repubblica, ma trattati come un problema da contenere, come l’unica mammella da mungere.
E allora, la domanda è inevitabile: Chi riempie i locali la sera? Chi affolla ristoranti, stadi, aeroporti, centri commerciali? Chi guida suv da 60.000 euro e dichiara 12.000 euro annui? Chi vive in case da sogno e risulta nullatenente?
Siamo nella parabola rovesciata: il buon samaritano versa, ma viene ignorato; il pubblicano evade, ma viene riverito; il lavoratore onesto è il servo che torna a casa e trova la porta chiusa. E noi continuiamo a pagare. Paghiamo per una sanità che non cura, per una scuola che non insegna, per una burocrazia che non risponde. Paghiamo per tenere in piedi un teatro dove gli attori sono sempre gli stessi, ma il copione è scritto da chi non paga il biglietto.
La giustizia fiscale non è solo una questione economica. È una questione morale. E se la Repubblica vuole davvero essere fondata sul lavoro, cari politici, deve prima essere fondata sulla verità. Chiediamo controlli più severi su chi si dichiara sempre esente e ride, spavaldo, alle spalle del nostro sistema.



