Giustizia tra libertà e potere
Alfredo Quazzo 12:04 Mercoledì 12 Novembre 2025 0
In merito alla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, Daniele Manca ha letto e commentato, in una recente puntata di “Prima pagina” su Rai3, due articoli: “Così i Pm avranno molto più potere”, un’intervista a Luciano Violante (già magistrato, ex parlamentare del Partito democratico ed anche ex Presidente della Camera), e “Riformisti alla prova giustizia”, un editoriale di Angelo Panebianco (politologo e pubblicista italiano che dal 1989 insegna alla facoltà di scienze politiche dell'Università degli studi di Bologna, e dal 1972 collabora, anche come membro del comitato direttivo, alla Rivista italiana di scienza politica).
Nell’intervista Violante sostiene che, attraverso il proprio Csm, i 1.200 magistrati requirenti costituiranno la “casta dei pm” che si autogovernerà in totale indipendenza. I pm, «(…) privi di qualsiasi vincolo gerarchico, sono gli arbitri indiscussi della libertà e della reputazione dei cittadini, che, attraverso il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, hanno piena libertà di azione su tutto il territorio nazionale (…). Se la politica regala a una categoria di magistrati una quantità sproporzionata di potere, l’esperienza insegna che quei magistrati, prima o dopo, quel potere lo usano». Manca commenta che il punto di vista di Violante fa riflettere: i magistrati devono stare nella stessa categoria come oggi, oppure, come propone la riforma Nordio, appartenere ad ordini diversi, creando per i pm «una super corporazione che a quel punto userebbe il potere in maniera molto, molto estesa?».
Dopo aver evidenziato che con la riforma Nordio invece di indebolire i pm li si sta rafforzando, sorvola sulla seconda parte dell’intervista in cui Violante afferma che si rischia di creare: «un corpo di accusatori che non ha eguali in nessun Paese civile». È vero, aggiunge Violante, che in quasi tutti i Paesi del mondo i pm sono separati dai giudici, ma sottolinea: «in quei Paesi le regole sono diverse: i pm dipendono dal governo e l’azione penale è discrezionale: non si procede per ogni notizia di reato, ma solo in seguito a quelle che, d’intesa con il governo, sono ritenute più meritevoli di attenzione. Da noi i pm sarebbero indipendenti, autogestiti e con un raggio di azione a 360 gradi. I danni e gli arbìtri per i cittadini e per la stessa politica potrebbero essere insostenibili. A quel punto le vie di uscita sarebbero due: o si introduce il controllo politico, o si fa la riforma della riforma».
Praticamente Violante lascia intendere che con la riforma Nordio i pubblici ministeri avranno il potere di non rispondere delle loro azioni e dei loro errori e che potranno, ad esempio, mettere in carcere senza processo un qualsiasi cittadino. Ma non è proprio quello che sta già avvenendo da anni in Italia dove, nel 2023, sono state emesse 82.035 misure cautelari personali coercitive, di cui il 31% custodie cautelari in carcere e il 25% arresti domiciliari? Per scongiurare le derive “giustizialiste” dovute all’eccessiva indipendenza dei pm, la strada maestra è quella che hanno percorso la maggioranza dei Paesi del Mondo: le Procure devono dipendere dal governo o, in alternativa, non devono avere il “potere” di esercitare “la detenzione cautelare” (ovvero porre agli arresti in carcere un cittadino senza un processo e di conseguenza senza una sentenza di condanna), a meno di circostanze particolari, documentate e provate, dove l’indagato/accusato sia, oltre ogni ragionevole dubbio, un pericolo sociale per sé stesso e/o per la collettività.
Prendendo ad esempio la Francia si ha una netta separazione tra i giudici (magistrats du siège) e i pubblici ministeri (magistrats du parquet) anche se entrambi fanno parte della Magistratura. I Giudici sono quelli che decidono, godono di inamovibilità assoluta (non possono essere trasferiti senza consenso) e sono indipendenti dal Governo e quindi dal potere esecutivo; il loro Csm ha forte autonomia per nomine e disciplina. I pubblici ministeri sono i procuratori e i sostituti procuratori, hanno relazioni gerarchiche con il Ministero della Giustizia, il Governo può quindi dare loro istruzioni generali sulla politica penale ma non nei singoli casi, non godono della stessa inamovibilità dei giudici e rappresentano l’interesse pubblico e l’accusa. Dopo essere entrati, per concorso nazionale, all’École Nationale de la Magistrature (Enm), gli allievi scelgono quale carriera intraprendere. Entrambe i corpi hanno sistemi di valutazione annuale, ma mentre i giudici hanno avanzamenti più “automatici” basati su merito e anzianità, i pm seguono una logica più gerarchica. Tra i giudici ha grande rilevanza il juge d’instruction che, per i reati gravi e complessi, è incaricato di condurre indagini preliminari. Il suo ruolo è raccogliere prove "a carico e a discarico" per determinare se ci sono elementi sufficienti per portare il caso davanti a un tribunale o per archiviarlo.
A differenza del giudice del processo, non giudica la colpevolezza o l'innocenza della persona, ma prepara il fascicolo. Egli agisce come garante di tutte le parti. Il suo ruolo, infatti, è quello di garantire il rispetto delle libertà individuali durante le indagini e le procedure giudiziarie, in particolare quando si tratta di privare qualcuno della libertà personale. Il juge d’instruction ha ampi poteri d’indagine, simili, ma più estesi, a quelli dell’attuale pm italiano: può ordinare perquisizioni, sequestri, intercettazioni, perizie; può interrogare l’indagato e i testimoni (che sono obbligati a comparire), può emettere mandati di cattura o di comparizione; può delegare la polizia giudiziaria per atti specifici; può disporre misure restrittive della libertà, ma la detenzione provvisoria deve essere autorizzata da un juge des libertés et de la détention (JLD), (introdotto nel 2000 per limitare i poteri del juge d’instruction) che non si occupa del merito del reato, ma verifica che i diritti fondamentali dell’indagato siano rispettati. Quando l’istruzione è completa, il giudice istruttore può: emettere un’ordinanza di non luogo a procedere, se non ci sono prove sufficienti, oppure rinviare l’imputato a giudizio davanti al tribunale penale competente. Solo a questo punto l’istruzione si chiude e inizia il dibattimento pubblico. Questa figura è considerata dal sistema francese una figura di garanzia contro abusi del pm.
In Italia, invece, la si trova solo in ambito civile mentre in quello penale è stata abolita nel 1989 quando è entrato in vigore il nuovo Codice di Procedura Penale. La riforma ha spostato la figura dell'istruttore (che si occupava di raccogliere le prove in segreto) a favore di un sistema accusatorio (pubblico ministero). Non credo di dover aggiungere altre considerazioni!
Passando al secondo articolo, Panebianco scrive che, sempre sul tema della separazione delle carriere, il Pd, come componente riformista, ma di minoranza, si trova tra l’incudine e il martello ovvero si trova in una posizione difficile e ben poco invidiabile. «Se sceglie il “sì” a una riforma di impronta liberale come quella, riafferma la sua identità e la sua vocazione riformista ma se lo fa trasforma anche sé stessa in un gruppo di “social traditori”, di sabotatori della “causa”. La quale causa consiste nel tentativo di usare il referendum per dare una spallata al governo Meloni. Un bel dilemma. Probabilmente se si facesse un sondaggio rigorosamente anonimo fra i dirigenti del Pd verrebbe fuori una maggioranza favorevole alla riforma Nordio (…). Quelli che, della minoranza, si piegheranno al diktat della segreteria, ovviamente, cercheranno per lo meno di salvare la forma non potendo salvare la sostanza: non si lanceranno in intemerate sulla deriva autoritaria, le minacce alla democrazia, l’attacco alla Costituzione, eccetera eccetera. Si limiteranno a dire, più o meno a mezza bocca, che il loro “no” alla riforma dipende dal fatto che essa non è in grado di risolvere le gravi disfunzioni del nostro sistema giudiziario (…). Tutto questo per dire che la minoranza, i riformisti del Pd, è e resterà in una posizione assai difficile se la leadership del partito non cambierà ridefinendo il proprio posizionamento e le proprie politiche. Cosa però che, a meno di imprevisti, non è plausibile che avvenga prima del 2027, prima delle prossime elezioni politiche».
E conclude: «Oggi, nell’agenda politica del Paese campeggia il referendum sulla separazione delle carriere. Nella curiosa e molto italiana storia delle riforme costituzionali risulta che quelle approvate hanno sempre fatto più male che bene al Paese: la modifica dell’immunità parlamentare, la pasticciatissima riforma del Titolo Quinto, la demagogica riduzione del numero dei parlamentari. I buoni tentativi, come la riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi nel 2016, hanno sempre fatto fin qui una brutta fine. Se sarà questo anche il destino della separazione delle carriere ciò confermerà che il “riformismo” in Italia gode di pessima salute. La vita grama e precaria dei riformisti del Pd risulterà allora solo la spia di un problema assai più grande e generale».
Manca, di tutto l’editoriale, mette in evidenza solo la conclusione e il suo commento è imbarazzato e tentennante: «Insomma una conclusione non proprio confortante. In effetti… diciamo… che a fronte… devo essere sincero, qui un mio parere personale, a fronte di… come dire… tanti problemi… noi… abbiamo visto quello dei salari, la sicurezza sul lavoro… (…). A fronte di questi grandissimi problemi, insomma, la riforma della giustizia, forse, non era una delle principali priorità. Però capisco! Per fortuna, questo è un governo politico, cioè eletto dagli italiani, e quindi dà le sue priorità politiche».
Che dire del commento di Daniele Manca. Dell’editoriale di Panebianco ha giudicato degno di interesse solo il finale, per poi affermare che, a suo parere, agli italiani più che una riforma della giustizia serve un aumento di salario e più garanzie di sicurezza sul lavoro. In un Paese democratico in cui vige lo Stato di Diritto come dovrebbe essere un governo se non politico? E a quali priorità, se non quelle politiche, dovrebbe attenersi un governo democraticamente eletto dal popolo? Mi pare di capire che, secondo Manca, la “libertà” non è al primo posto. Prima ci sono i “salari” e la “sicurezza sul lavoro”. Dimenticando (volontariamente?) che godere di una “Giustizia” giusta (che non toglie la libertà ad un cittadino senza un “giusto processo”) è la vera testimonianza del vivere in uno Stato dove il popolo è libero e non in uno Stato di “polizia” tanto caro a dittatori ed oligarchi.
Al pensiero di tutti coloro che hanno dato la loro vita per garantire la libertà dei cittadini, di tutti coloro che hanno ritenuto la libertà un valore addirittura al di sopra della loro stessa vita, mi viene una profonda tristezza constatare che questa “libertà”, tanto decantata, venga alla fine messa dietro ad un aumento di salario o ad una maggiore sicurezza sul lavoro! Forse non è corretto stilare delle classifiche di priorità quando si toccano temi come giustizia, libertà, povertà e sicurezza. Questi sono temi che uno Stato democratico e di diritto deve affrontare e risolvere. Oggi possiamo migliorare la giustizia senza, per questo, dimenticare gli altri temi importanti!



