Torino modello di Chiesa? Macché
Giuseppe Zinio 13:31 Sabato 15 Novembre 2025 0
Gentile Eusebio Episcopo,
sono da anni un suo affezionato lettore. Pur rammaricandomi della sua – a mio parere – eccessiva severità nei confronti del nostro Arcivescovo, ho seguito attentamente la narrazione sullo Spiffero dei vari avvicendamenti nelle parrocchie e, grazie a Dio, in qualche santuario. Ho anche ascoltato le parole del Cardinale, del Vescovo ausiliare e dei vari vicari in merito alla “trasformazione” della diocesi. Pensavo, quindi, di essermi fatto un’idea su quello che ci attende; in particolare, ho molto apprezzato quando è stato detto che si sarebbero potute scegliere soluzioni diverse che, però, avrebbero “allontanato dalla forma cattolica”, decidendo pertanto di procedere in altra forma. In una forma cattolica, appunto.
Per questo motivo, ho provato grande sconcerto leggendo l’articolo di Riccadonna comparso sul settimanale “ufficiale” della Diocesi e poi riportato anche su SettimanaNews. Premesso che il livello teologico di tali articoli dovrebbe essere più elevato e meno incline al provincialismo – del quale noi torinesi purtroppo spesso siamo maestri – e all’autoreferenzialità compiaciuta, espongo il mio disagio che, mi pare, è frutto dall’utilizzo della logica più elementare.
All’inizio, Riccadonna dice: “I torinesi forse non lo percepiscono, ma il caso della diocesi subalpina viene seguito con attenzione dalle altre Chiese italiane: interessa, perché sta cercando di aprire strade nuove. (…) Non è un tema di organizzazione (non basta decidere quante parrocchie affidare allo stesso parroco), ma di riflessione ecclesiale e teologica sui tempi nuovi, che i pessimisti vivono con depressione e invece Repole – divenuto vescovo dopo trent’anni di studi teologici – indica addirittura come occasione propizia, di purificazione per la Chiesa e di rilancio della testimonianza cristiana in un tempo stanco di grandi inquietudini. C’è l’occasione per andare all’essenziale, senza ignorare le difficoltà”.
In seguito, aggiunge: “L’obiettivo irrinunciabile è garantire, attraverso i sacerdoti, la celebrazione domenicale in chiese raggiungibili (…). È in ragione dell’eucarestia che i sacerdoti hanno la presidenza della comunità”. Poco più avanti, informa che “sono previsti laici con il ministero di guida della comunità in équipe” e che “fra dieci anni, probabilmente, il volto della Chiesa torinese sarà solo più questo”.
A questo punto, mi chiedo: se tra dieci anni, che per la società postmoderna sono “domani”, il volto della chiesa torinese sarà senza preti, che senso ha “oggi” dire che i sacerdoti hanno la presidenza della comunità in ragione dell’eucarestia, “obiettivo irrinunciabile” da garantirsi in “chiese raggiungibili”? Perché continuare a interrogarsi su certe questioni se l’anagrafe e la Fondazione Agnelli hanno già detto la loro e “si è sempre saputo cosa stava accadendo nella società e nella chiesa occidentale”? Abbiamo perso e stiamo solo perdendo tempo! Non converrebbe smetterla una buona volta di parlare di Messe e preti, allontanandosi già oggi dalla “forma cattolica” senza prolungare una lenta e dolorosa agonia?
Se, invece, l’Eucarestia deve essere il centro della vita cristiana, perché in un articolo del genere non si legge una riga, dico una sola, in merito alla valorizzazione del ministero ordinato e della pastorale vocazionale? Se per formare un sacerdote occorrono diversi anni, perché non partire con una seria riflessione sulle vocazioni nelle nostre parrocchie? Siamo davvero sicuri di aver fatto tutto il possibile?
Personalmente, ma credo di parlare a nome di molti altri, riesce molto difficile districarsi in questa schizofrenia. La risposta corretta penso possa trovarsi nella lettera “Il cammino della Chiesa torinese” del 20 giugno 2025, nella quale Repole dice: “Raccogliendo un suggerimento proveniente dal Consiglio Presbiterale, ho nominato un mio delegato che assicuri una sempre maggiore cura dei sacerdoti. La Chiesa non può esistere senza sacerdoti che presiedano le comunità e celebrino l’Eucaristia. Per questo non dobbiamo cessare di invocare il dono di vocazioni al ministero ordinato”. Forse poco ma già qualcosa.
È così difficile, in un articolo nel quale si “vende” la diocesi di Torino come un modello esportabile, riportare l’integralità del pensiero di un Cardinale? Oppure si ha paura di parlare di ministero ordinato per non scontentare qualcuno o qualcuna? In definitiva, così come viene descritto sul giornale, questo “nuovo” modello appare non solo come la brutta copia di esperimenti introdotti all’estero già trent’anni fa e dimostratisi, nel giro di un ventennio, obsoleti quando non addirittura fallimentari ma viene anche banalizzato da un semplicismo argomentativo e da un riduzionismo concettuale che non giovano a nessuno.
A tal proposito, sarebbe bene rileggere le “tre brevi considerazioni” con le quali il nostro Arcivescovo nel 2015 concludeva un elegantissimo compendio intitolato “Chiesa”: la prima, ossia il “sempre avvertire come una tentazione la tendenza a usare il termine chiesa sottintendendo […] uno o alcuni aspetti soltanto” e finendo per “mutilare la ricca realtà”; la seconda, ossia il pericolo di comportare “un debito eccessivo della chiesa (che, come si è visto, è frutto della Rivelazione di Dio) nei confronti della cultura del tempo”; la terza, ossia che “guardando al passato, si potrebbe essere indotti a vedere con occhi critici i pericoli in cui si è incorsi in altre epoche, nella presunzione di esserne totalmente esenti oggi (…). La storia è maestra di vita soltanto se si ha il coraggio di imparare che non si è affatto migliori dei propri padri”.
In effetti, i cattivi giornalisti non sono poi tanto meglio dei cattivi maestri. Lei, caro Episcopo, che risposta darebbe ai fedeli confusi?
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Risponde Eusebio Episcopo
Egregio Giuseppe Zinio,
come non condividere le sue accorate e pertinenti riflessioni sulla gravità della situazione ecclesiale torinese e sui rischi che una certa «linea ecclesiologica» della Chiesa «umile» repoliana, porta con sé. Intanto va precisato che Riccadonna è un ghostwriter del cardinale Repole, quindi si scrive Riccadonna, ma si legge Repole o Repole-Riccadonna. Non di rado chi ha scritto all’arcivescovo ha ricevuto da Riccadonna la risposta, con la formuletta magica: «L’arcivescovo mi prega di inoltrare l’allegata risposta...», ma si comprendeva lontano un miglio che l’autore era Riccadonna.
Chiarito questo, che penso crei una adeguata cornice all’articolo apparso su «Settimana News» a cui lei fa riferimento, la prima cosa da dire è che non è affatto vero che la Chiesa italiana «guarda a Torino» come esempio. Anche perché, pur in un generale calo numerico nei seminari, ci sono intere regioni che non patiscono affatto i numeri della nostra e non pensano nemmeno lontanamente agli accorpamenti violenti operati dalla Curia torinese. Basti pensare alla Puglia, alla Sicilia o alla Campania, dove il cattolicesimo non è ancora asfittico come da noi, ma è ancora popolare, e dove, pur con ben altri problemi, il livello di secolarizzazione (e di morte anagrafica) non è così accentuato. Inoltre, ci sono in Italia, piccole diocesi, con poche centinaia di migliaia di abitanti, che hanno gli stessi seminaristi dell’intero Piemonte e Valle d’Aosta messi insieme. Forse i vescovi, teologi o no, dovrebbero farsi qualche domanda, guardando oltre le ideologie che spesso ne limitano la visione. Pare perciò di cattivo gusto che da Torino si scriva che «l’Italia guarda a noi». “Siamo a posto!”, verrebbe da dire. Se è pietosamente comprensibile una certa vanità in chi è divenuto cardinale a 57 anni, c’è sempre uno stile dal quale non è possibile derogare, e stavolta pare lo si sia fatto in barba alla Chiesa «umile». Forse però non è l’Italia che guarda a Torino, ma Torino che guarda a Roma, magari puntando ansiosamente alla presidenza della Cei.
Infine, il problema che lei pone mi pare assolutamente quello centrale: con la scusa del calo dei sacerdoti, si va verso uno stile “protestante” di cristianesimo, nel quale la comunità si raduna intorno a laici battezzati per l’ascolto della Parola, venendo meno la dimensione sacramentale tipica del cattolicesimo. Il tutto senza alcuna “passione vocazionale”, dando per scontato (ma accadeva già vent’anni fa) che sia impossibile una ripresa dei numeri nei seminari e mantenendo criteri di selezione ideologica e non inclusivi delle diverse legittime sensibilità ecclesiali. Come ebbe a dire il cardinale Joseph Ratzinger nel suo famoso “Rapporto sulla fede” del 1984, commentando i numeri della Fraternità San Pio X (lefebvriani), «prima o poi andremo da loro a prendere i sacerdoti». Lei, infine, mi chiede una risposta ed è semplicemente questa: forse varrebbe la pena guardare alla realtà e ascoltare davvero i segni dei tempi e dismettere l’ideologia e la presunzione intellettuale.
Con i migliori saluti



