Sfatare i miti sull'evasione

Spesso i media ci informano che in Italia, Paese con 59 milioni di abitanti, il 43,15% della popolazione, circa 25,5 milioni di cittadini, non paga l’Irpef. Nessuno di questi “informatori”, se non quelli più tecnici, fornisce però adeguate spiegazioni sul significato di quel numero percentuale puntando invece il dito contro l’alto numero di evasori. È quindi normale che qualunque cittadino che versa il suo contributo Irpef possa provare un misto di rabbia e disgusto contro lo Stato che consente a un così alto numero di persone di evadere le tasse. Ed è quindi comprensibile la reazione di Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà: «Abbiamo di fronte agli occhi una fotografia inaccettabile di disuguaglianza fiscale. Un Paese che non riesce a combattere la piaga dell’evasione fiscale (perché di questo si tratta, non essendo pensabile che la metà degli italiani effettivamente non percepisca reddito), al tempo stesso usa le maniere forti con i più fragili».

Incuriosito, e poco convinto, ho voluto approfondire. L'Irpef è l'imposta sul reddito delle persone fisiche, cioè quella che pagano lavoratori e pensionati in base a quanto guadagnano, e viene applicata in percentuali crescenti in funzione del livello di reddito raggiunto. Dall’ultimo Osservatorio sulle entrate fiscali, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentata a fine settembre alla Camera dei Deputati, risulta che nel 2024 sono stati 42,6 milioni i cittadini (72,2% della popolazione) che hanno presentato una dichiarazione dei redditi. A versare almeno 1 euro di Irpef, però, sono stati solo 33,5 milioni (56,85% della popolazione), vale a dire poco più della metà degli italiani.

Inoltre, il 76,87% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti ne pagano solo il 23,13%. Il gettito Irpef totale (per l’anno 2023 e dichiarato nel 2024) è stato di 207,15 miliardi, un'imposta neppure sufficiente a coprire le prime tre funzioni di welfare (sanità, assistenza sociale e istruzione). Guardando attentamente i numeri forniti si ricava che il 42,21% dei cittadini (rappresentati da coloro che non fanno denuncia e da coloro che hanno reddito fino a 7.500 euro) contribuiscono alle casse Irpef per “zero” euro, il 38,01% della popolazione (rappresentati da coloro che hanno un reddito fino a 29.000 euro) la alimentano per il 23,13% mentre il restante 19,78% (coloro che hanno redditi superiori ai 29.000 euro) colmano il restante 76,87%.

Esemplificando, se si prendono in esame solo le spese sanitarie, che ammontano a circa 2.222 euro pro-capite, si ha che, in base all’Irpef pagata, la popolazione fino a 20.000 euro di reddito (circa 37,7 milioni di persone pari al 63,85% della popolazione) non copre la propria quota di spesa, quelli con reddito dal 20.001 a 29.000 euro (circa 9,6 milioni di persone pari al 16,37% della popolazione) sono quasi “autosufficienti”, mentre i restanti (circa 11,7 milioni di persone pari al 19,78% della popolazione) si fanno carico, oltre che di sé stesso, di almeno un’altra persona. Nel commento di presentazione dei dati da parte del “Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali”, si legge: «Un costante trasferimento di ricchezza, sotto forma di servizi gratuiti di cui quest’enorme platea di beneficiari (coloro che hanno reddito basso o nullo, ndr) spesso non si rende neppure conto, in parte anche a causa delle ripetute promesse di nuove elargizioni da parte della politica che tende viceversa a trascurare i percettori di redditi medio-alti, spesso esclusi da bonus e altri benefici malgrado il forte contributo fornito al sistema».

Stefano Cuzzilla, presidente della confederazione Cida (Confederazione Italiana dei Dirigenti e delle Alte professionalità) afferma: «Meno di un terzo dei contribuenti sostiene da solo oltre tre quarti dell’Irpef. È una sproporzione che non possiamo ignorare. Chi guadagna dai 60 mila euro in su, di fatto, finisce sempre per pagare per due: per sé e per chi resta totalmente a carico della collettività. È la trappola del ceto medio: molti ricevono senza dare, pochi danno senza ricevere».

Sfatiamo il “luogo comune” secondo cui chi non paga l’Irpef o comunque non riesce a “coprirsi” il welfare con le proprie tasse sia un “evasore seriale”, forse qualcuno lo sarà anche, ma è bene sapere che dei 16.427.123 soggetti (pari al 27,84% della popolazione) che non fanno la dichiarazione dei redditi: circa 7 milioni sono giovani sotto i 15 anni, 7 milioni sono gli studenti tra 15 e 29 anni che non lavorano, 1,5 milioni sono disoccupati, 7,3 milioni sono casalinghe, ecc.

La spiegazione della causa principale dell’“insufficiente” gettito Irpef non va ricercato nella “evasione fiscale” dei soliti “furbetti” ma in un malfunzionamento del Sistema Paese e quindi dello Stato italiano. È chiaro che più bassi sono gli stipendi, e quindi i redditi, più basso è il gettito. La media europea di uno stipendio annuo a tempo pieno, nel 2024, è stata di 39.800 euro (pari a circa 3.155 €/mese lordi) con punte eccezionali per il Lussemburgo, circa 83.000 €/anno (+108percento dalla media) e per la Danimarca con 67.600 €/anno (+70percento dalla media). Rilevanti anche la Germania con i suoi 51.000 €/anno (+28percento) e la Francia con 42.600 €/anno (+7percento). L’Italia si attesta sui 32.700 €/anno (-18percento dalla media) a pari livello con la Spagna. Facendo un paragone con gli altri stati europei, noi siamo un fanalino di coda e non è con l’accanimento delle tasse che si salva la nazione e tanto meno con false denunce di innumerevoli evasori.

L’evasione fiscale peggiora sicuramente la situazione, ma anche con evasione minima il gettito rimarrebbe inferiore a quello di altri paesi europei, proprio perché la massa dei redditi è più bassa. E non è corretto rappresentare la complessità del problema riportandolo a una banale protesta contro le imprese e il governo. È tutto il sistema che deve essere coinvolto perché tutti i conti devono tornare. Toccare gli stipendi significa aumentare il prezzo dei prodotti. Ed ecco perché: il prezzo di vendita è composto dai costi dei materiali più i costi dei servizi (utilizzati nella produzione) più il valore aggiunto. Il valore aggiunto è a sua volta composto da quanto viene remunerato il personale, i finanziatori (p.es. gli interessi bancari), lo stato (con le varie tasse) e naturalmente dal guadagno dell’impresa.

Facendo un esempio: se una panetteria vende il pane 4 euro/kg e per fare quel chilo spende tra farina e legna 1 euro, il suo valore aggiunto è 3 euro in cui sono racchiusi lo stipendio del panettiere, l’Irpef versato allo stato, gli interessi che versa alla banca per i prestiti finanziari e lo stipendio del garzone che porta il pane a destinazione. Aumentare lo stipendio al garzone implica un aumento del prodotto di vendita. La quantità di valore aggiunto che un’impresa riesce a generare in rapporto ai suoi fattori produttivi interni (soprattutto lavoro e capitale) indica la produttività. In altre parole: la produttività misura l’efficienza con cui l’azienda trasforma il proprio lavoro e le proprie risorse interne in valore aggiunto.

Secondo “Itinerari Previdenziali” risulta che nel 2023 il valore aggiunto per ogni ora lavorata in Italia è stato di circa 43,16€, contro i 56,07€ in Francia (+29,91percento) e i 62,25€ in Germania (+44,23percento); di conseguenza se un’azienda guadagna meno da ogni ora lavorata non può permettersi di aumentare gli stipendi, anche se vorrebbe, altrimenti potrebbe mettersi in condizioni finanziarie critiche fino ad arrivare al fallimento. I motivi di questa bassa produttività italiana, e di conseguenza degli stipendi e delle pensioni bassi, sono principalmente: la burocrazia dello “Stato” che rallenta le attività amministrative/produttive delle aziende, gli scarsi investimenti in organizzazione dei processi, in tecnologia ed in innovazione, ed infine la scarsa formazione tecnico-professionale non adeguata alla complessità degli odierni cicli marketing/produttivi.

Non credo che i parlamentari, i dirigenti sindacali o i noti giornalisti e opinionisti, affermando che l’Italia pullula di evasori, siano “realmente” convinti che quasi la metà degli italiani evadano le tasse, forse è solo un’esibizione per “fare notizia” e promuovere la propria “causa” politica, sindacale o giornalistica che sia. Se così fosse, però, devono solo stare attenti a non esagerare perché l’articolo 656 del Codice penale dice che è reato la “Pubblicazione o diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. Chi commette tale reato è punito con l’arresto fino a tre mesi”.

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