L'ossimoro del campo largo
Andrea Pinto 17:53 Giovedì 27 Novembre 2025 0
Il progressismo regressista è l’ossimoro perfetto che descrive il collante ideologico e la nuova dimensione politica di un centrosinistra che ha espunto da tempo dal proprio perimetro “agrario” qualsiasi prospettiva politica riformista nell’illusione che la riesumazione di stilemi e slogan tipici di un certo antagonismo sociale d’antan e di una cultura politica “geneticamente antagonista ed oppositiva” figlia degli anni settanta del secolo scorso sia sufficiente a mobilitare le masse e ribaltare l’imperante vento di destra che aleggia in Italia e nel mondo.
Le manifestazioni delle scorse settimane sono state la plastica rappresentazione di questo antico riflesso condizionato che puntualmente riaffiora per colmare il vuoto di una proposta politica in grado di contrastare efficacemente il Governo Meloni.
Come ha osservato Marcello Veneziani, un intellettuale di destra che si è sempre distinto per una certa autonomia di giudizio, viviamo in un’epoca nella quale prevale equamente, a destra come a sinistra, un “egocentrismo del presente” che disconosce qualsiasi eredità storica del nostro paese e, perciò stesso, si rivela incapace di comprendere il “grande tumulto” che agita il nostro tempo.
Latita ad ogni livello la capacità di elaborare una riflessione politica e programmatica “alta” in grado di misurarsi con i grandi cambiamenti geopolitici in atto che stanno corrodendo gli architravi delle democrazie liberali viste come inutili e lenti orpelli incapaci di tener testa alla velocità dei processi decisionali delle autocrazie imperanti.
In questo sonno della ragione l’opposizionismo rappresenta l’ancora di salvataggio di una sinistra parolaia ed inconcludente che ha sempre preferito gli slogan alla concretezza del governare.
Per chi abbia sufficiente memoria storica ben ricorderà che le radici profonde di questo modo di fare politica sono piantate nella storia del Pci e della sinistra extraparlamentare degli anni settanta del secolo scorso e si è sempre sostanziato ed esaurito nella creazione ed enfatizzazione del nemico di turno dipinto quasi sempre come un “pericolo per la democrazia”.
Basti pensare alla feroce opposizione scatenata dall’allora Pci contro il leader socialista Bettino Craxi ed il suo Governo che fu il canto del cigno della politica berlingueriana.
Per non parlare delle ondate pacifiste antiamericane che, a metà degli anni ottanta, si opposero all’installazione dei missili Pershing in Italia. La Storia poi si è incaricata di dimostrare che fu la decisione politica del Governo Craxi e del cancelliere tedesco Schmidt a favorire il disarmo nucleare dei russi che fu sancito nel 1987 con il Trattato INF (Intermediate Range Nuclear Forces) siglato da Reagan e Gorbaciov.
Il progressismo “regressista” si fonda sul combinato disposto di alcuni elementi quali: un ipocrita ed opportunistico pacifismo unito ad un sospetto equivicinismo in politica estera, il tutto condito da un novello neopopulismo tutto “contiano” e da temi come i diritti degli Lgbt, lo ius scholae et similia che, messi insieme, non appaiono decisivi e prioritari rispetto alle urgenze del Paese anche agli occhi degli elettori di centro sinistra.
Altra caratteristica tipica del progressismo regressista è quella di elevare con grande leggerezza e superficialità a “icone” personaggi alquanto improbabili come Ilaria Salis o Francesca Albanese.
Questo spiega almeno in parte perché il centrosinistra ha perso negli anni i propri riferimenti sociali rivelandosi incapace di “risuscitare” quella sana passione politica senza la quale la politica diventa un mero ed arido calcolo al servizio di convenienze personali.
Del resto non ci si può aspettare molto di più dalla Schlein che, come ha osservato con il consueto acume Claudio Martelli, gestisce il Pd alla stregua di un collettivo studentesco cullandosi nell’illusione che la politica sia fare “ammuina”.
L’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare una sinistra riformista degna di questo nome che dovrebbe essere quello di sfidare ed incalzare il Governo Meloni sul merito dei problemi con proposte credibili, facendo proprio il “metodo Calenda” combinato con la “verve politica” di Renzi che, al di là delle opinioni che si possono avere sul loro conto, dimostrano nei loro rispettivi interventi di conoscere l’uno i problemi di cui parla rifuggendo dal “teatrino della politica” e l’altro di avere un grande fiuto politico che gli consente di saper cogliere i nervi scoperti del Governo Meloni (caso Almasri e caso Paragon).
Invece il campo largo preferisce assecondare i disegni politici di Landini il quale, anziché occuparsi dei problemi dei lavoratori e del depauperamento del tessuto industriale del Paese a cominciare da Stellantis, ha ridotto la CGIL a proprio comitato elettorale.
Qualcuno potrebbe obiettare che i numeri sono dalla parte del quadrumvirato di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, e che simili ragionamenti non hanno riscontro sul piano elettorale.
Ciò è al momento vero ma è altrettanto vero, come la Storia insegna, che i mutamenti degli equilibri politici nel nostro Paese sono dipesi quasi sempre dall’azione di vascelli corsari - ossia di forze politiche di medie o piccole dimensioni capaci di cogliere lo “spirito dei tempi” e tradurlo in linea politica.
Lo fu il Psdi di Saragat con il lungimirante e decisivo sostegno dato alla scelta atlantista di De Gasperi nell’immediato dopoguerra, lo fu il Psi di Nenni con il centrosinistra, lo fu, sul piano istituzionale, il Presidente Pertini che inaugurò l’alternanza alla guida del governo interpretando il bisogno di cambiamento che veniva dalla società italiana, e lo fu, infine, il Psi di Craxi negli anni ottanta del secolo scorso che seppe interpretare i mutamenti in atto nella società italiana e tradurli in nuovi e più avanzati equilibri politici che furono sanciti dalla nascita del primo governo a guida socialista nella storia del nostro Paese.
Vicende politiche obnubilate ma che è opportuno ricordare per contrastare la falsa narrazione imperante a sinistra e contro la quale si scagliò in tempi non sospetti Vittorio Foa affermando: “Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota attorno ai comunisti, agli ex comunisti e ai comunisti o filocomunisti pentiti [e, aggiungiamo, ai post comunisti]. C’e’ una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni” (Il Messaggero, 2006).
Un monito quanto mai attuale per la Schlein e per tutto il centro sinistra sul lavoro politico da compiere se si vuole ridare una precisa identità ed una chiara prospettiva ad una sinistra di governo.



