La verità, vi prego, sul Piemonte
Filippo Finzi 13:16 Mercoledì 24 Dicembre 2025 0
Il Piemonte un tempo rappresentava la locomotiva industriale del Paese, ma oggi appare intrappolata in una fase di difficoltà strutturali. Periodicamente emergono indagini e rapporti che presentano dati spesso contrastanti, ma da cui emerge una linea comune: un rallentamento che rischia di diventare cronico, con segnali di stagnazione e vulnerabilità sociali.
Da un lato, alcuni rapporti dipingono un quadro relativamente positivo. Ad esempio, secondo le proiezioni di Intesa Sanpaolo, nel 2025 l'economia piemontese dovrebbe essere sostenuta dal recupero dei consumi delle famiglie, beneficiando di una maggiore potere d'acquisto. Inoltre, i dati Istat sull'export del Nord-Ovest indicano una crescita del 2,4% nel terzo trimestre del 2025, trainata da settori come l’agroalimentare. Anche il rapporto Oecd sul Piemonte evidenzia punti di forza storici, come un pil pro capite superiore del 17% alla media Ocse (dati 2018) e un forte orientamento all’innovazione privata, con investimenti in R&D che raggiungono il 2,2% del pil regionale.
Dall'altro, però, emergono indicatori allarmanti che contrastano con questa narrazione. La Banca d’Italia, nel suo aggiornamento congiunturale di novembre 2025, descrive una crescita contenuta nella prima metà dell’anno, inferiore a quella del 2024, con l’industria che frena e i redditi che non tengono il passo dell’inflazione, facendo scivolare il Piemonte tra i territori in crisi. Analisi simili provengono dall'Istat, che a gennaio 2025 ha segnalato un aumento della povertà e della spesa sanitaria, con previsioni di una popolazione sotto i 4 milioni entro il 2050. Persino il pil regionale ha registrato un incremento minimo dello 0,1% nel primo trimestre 2025 rispetto all’anno precedente, segno di una quasi stagnazione. Un’indagine su imprese piemontesi a inizio 2025 conferma questa tendenza, con aspettative di riduzione della produzione (-4,6% nel saldo ottimisti/pessimisti), sebbene l'occupazione resista.
Questi dati contrastanti rivelano una regione che, pur mantenendo eccellenze in settori come l’automotive e la tecnologia, soffre di perdite occupazionali storiche (17% nel manifatturiero tra 2004 e 2018, secondo l’Ocse), bassa produttività e una polarizzazione territoriale che concentra la ricchezza in aree come Torino, lasciando indietro le province periferiche.
Al netto delle dichiarazioni eccessivamente ottimistiche del presidente Alberto Cirio – che dipinge il Piemonte come “cuore dell’Europa” in crescita, con anni difficili alle spalle e un territorio tra i più attrattivi del continente – sarebbe essenziale dire la verità. Tali affermazioni, pur utili per infondere fiducia e indurre a non scoraggiarsi, sembrano spesso nascondere la polvere sotto il tappeto, ignorando le sfide reali come la frammentazione dell’innovazione, le carenze di competenze e la dipendenza da fondi europei.
Solo con una diagnosi impietosa e trasparente è possibile studiare una cura efficace: investire in upskilling, diversificazione economica e attrazione di investimenti stranieri mirati, anziché limitarsi a proclami. Purtroppo, i nostri politici non sembrano all’altezza di questa sfida, preferendo narrazioni rassicuranti a strategie concrete. Speriamo che almeno dal mondo economico si levino voci per capire onestamente lo stato di salute reale.



