La svolta che serve a Torino
Mino Giachino* 08:32 Domenica 04 Gennaio 2026 0
Caro Direttore,
se non ci accorgiamo del nostro stato di salute, e se il medico non analizza bene i dati delle analisi del sangue o delle ecografie, possiamo passare a miglior vita prima del tempo. La stessa cosa può capitare se i nostri governanti o gli esperti che scrivono commenti sui giornali non capiscono per tempo lo stato di salute economica di una città o di un Paese.
Per oltre vent’anni Torino e il Piemonte non hanno voluto vedere come stavano realmente le cose. Sono stato il primo, nel 2008, a capire che Torino e il Piemonte stavano crescendo meno della media nazionale. Lo dissi da sottosegretario ai Trasporti alla presidente Bresso e al sindaco Chiamparino. Si urtarono e mi mandarono a... Neanche le parole di mons. Nosiglia nel 2012, quando denunciò che a Torino la metà della città che stava bene non si accorgeva della metà della città che stava male, ebbero effetto. Abbiamo dovuto aspettare il 2020, quando uscì un bel libro dei tre consulenti delle amministrazioni di sinistra, che denunciarono la crisi di Torino: la città non aveva saputo o voluto difendere il suo settore più importante, quello dell’auto. Ci pensò la Banca d’Italia, sede di Torino, a dirci nel 2022 che, nei vent’anni precedenti, Bologna era cresciuta di venti punti di Pil in più rispetto a Torino.
In tutti questi anni, però, sui giornali torinesi non si è voluto vedere lo stato reale dell’economia. Così, quando Elkan vendette la Fiat alla Peugeot, il governo Conte-Pd non disse nulla e non mise in atto la golden power. La golden power è lo strumento che i governi usano per difendere le proprie aziende strategiche dall’assalto di gruppi stranieri. Il tutto mentre lo Stato francese era azionista della Peugeot e ora è azionista di Stellantis.
Solo l’anno scorso, preoccupato di una possibile sconfitta di Lo Russo, Pietro Garibaldi, tentando di mettere in piedi una lista presentabile alla Torino che sta bene, ha dovuto dire che Torino è un’ex malata di una malattia intensa. Non è così: malgrado tutti gli ottimismi, Torino è ancora indietro, come si vede dalla tabella della Cgia di Mestre, pubblicata ieri dallo Spiffero. Torino e il Piemonte, dal 2019 al 2025, sono solo dodicesimi per crescita dell’economia: 1,76 punti in meno rispetto all’Emilia e 5,19 in meno rispetto alla Lombardia. Da ciò si capisce perché, appena possono, le aziende si trasferiscano a Milano. Nel 2025 e 2026 cresceremo 0,12 punti in meno rispetto all’Emilia, mentre recupereremo solo lo 0,6% rispetto alla Lombardia. Rispetto alla media italiana, nel totale siamo ancora sotto di oltre due punti, malgrado i miliardi degli investimenti del Pnrr.
Possiamo dire che si vede una luce in fondo al tunnel? Agli italiani questa visione di Mario Monti non portò bene. Occorre fare di più, molto di più. La proposta di usare i vecchi stabilimenti abbandonati nacque da Gianfranco Carbonato alcuni anni fa; ora, in ritardo, la portiamo avanti. Il calo economico evidenziato dalla tabella spiega bene perché metà della città sta male e perché sono aumentate le diseguaglianze. Questo è il risultato dopo oltre 50 mesi dall’elezione della giunta Lo Russo, che, come abbiamo potuto vedere bene in questi giorni, è nettamente condizionata dalla sinistra interna e da quella di Avs, che si è alleata sempre più intensamente con gli amici di Askatasuna.
Un’amministrazione che non ha saputo gestire il tentativo di accordo con Askatasuna, senza pretendere – come gli poteva consigliare un buon uomo di governo – la cessazione immediata e per sempre della violenza come arma di lotta politica. In questo periodo, i ragazzi di cui parla oggi anche il Prefetto sono cresciuti e si sono allenati alla lotta violenta con gli assalti al cantiere della Tav.
Dal punto di vista economico, ora partiranno o si concluderanno altri lavori cittadini, ma la città sin qui non si è ripresa: le periferie sono ancora più dimenticate e dovranno aspettare il 2032 per vedere la linea 2 della Metro. Ben altra vision e efficienza avevano le amministrazioni torinesi con la Dc, il Pli, il Pri, il Psdi e poi con i socialisti di Enzo Biffi Gentili. Non abbiamo sentito alcuna lamentela sui ritardi del cantiere più importante del nostro Paese, quello della Tav.
Per rilanciare Torino, l’economia e il lavoro ci vuole ben altro: dal rilancio delle Fiere internazionali al rilancio dell’aeroporto, al rilancio del settore auto collegato al Centro per l’IA, allo sviluppo di aziende importanti come la Spea, la Dea e il Centro per l’IA che il governo di centrodestra ha assegnato a Torino. A questo si aggiunga la Cittadella dell’aerospazio e la necessità di un impegno forte sulle nostre infrastrutture di trasporto, come la Tangenziale, il Traforo del Monte Bianco, la Tav e il Terzo Valico.
Ecco perché in Comune bisogna mandare gente esperta, competente e molto battagliera con Roma. Un’amministrazione che organizzi una cabina di regia forte con Milano, Genova e Lione, perché nella Tav Valley – che non avrà nulla da invidiare alla Silicon Valley – Torino sarà al centro.
È di oggi la notizia che le mense dei poveri si stanno ampliando, mentre il nostro Cardinale continua a parlare della città della precarietà. Chi ha scelto di impegnarsi in politica alla luce della “Rerum Novarum” e degli appelli di Paolo VI, questa volta non può più sbagliare per continuare a dare una copertura alle giunte di sinistra. Così, nel centrodestra, prima si lavori al programma partendo dalla discussione sul futuro Piano Regolatore comunale e poi si individui un candidato forte, meglio se con un’esperienza nell’industria internazionale.
*Mino Giachino, responsabile cittadino Udc



