La parola (mendace) della destra
Vilmo Modoni 17:56 Mercoledì 07 Gennaio 2026 0
Ha fatto scalpore un recente intervento di Marcello Veneziani, intellettuale da sempre schierato a destra, secondo il quale la politica culturale dell’esecutivo in carica è nulla. Come dargli torto? Basti pensare come, durante l’ultima edizione di Atreju, i Fratelli d’Italia abbiano addirittura cercato di annettere tra i personaggi di riferimento del partito Pasolini e Gramsci. Ridicolo: come se un Juventus club fosse intitolato a Gianni Rivera o Francesco Totti. Veneziani ha poi lasciato intendere che, al netto della propaganda, il governo Meloni sia poca cosa, e in generale per gli italiani non sia cambiato nulla. Né in bene né in male. Su questo punto mi sento di dissentire: non è vero che per gli italiani non sia cambiato nulla.
Le promesse non mantenute della nostra premier iniziano purtroppo a pesare. Giorgia Meloni è arrivata al potere bersagliando il rigore, ma poi si è dimostrata più tirata e austera di Mario Monti. Le promesse di Giorgia e soci andavano in tutt’altra direzione. Un esempio? Le accise. Nel 2019 la leader di Fratelli d’Italia ne chiedeva la progressiva abolizione, definendole uno scandalo e una vergogna. Anche nel terzo anno del suo governo, come già nei due precedenti, Meloni ha invece introdotto un aggravio complessivo di questi balzelli. Complessivamente nella politica fiscale il governo è venuto meno a un proposito tante volte ribadito dai partiti del centrodestra: la riduzione delle tasse. Considerando le misure introdotte nel 2025, la pressione fiscale sale, infatti, al 42,8 per cento, laddove in passato la proposta di Meloni era di introdurre un limite costituzionale del 40 per cento.
Questo poco onorevole record viene paradossalmente conseguito inasprendo le imposte di cui il centrodestra predicava l’abolizione nel suo programma elettorale del 2022. Come l’Irap (aumentata per banche e assicurazioni) che Silvio Berlusconi definiva “l’imposta rapina” e la Tobin tax, quella sulle transazioni finanziarie, che per la Lega era “distorsiva” e per questo ne invocava la soppressione. Un altro punto su cui il governo è venuto meno alle promesse è un’altra storica battaglia della destra: quella per la natalità.
A luglio il ministro dell’Economia lasciò intendere che stava lavorando all’introduzione di una “super detrazione” per le madri: 2.500 euro per il primo figlio, e ulteriori 5.000 euro per ciascun neonato successivo. Giorgetti ci aveva già provato l’anno precedente e quello prima ancora, promettendo poderose agevolazioni fiscali per le famiglie numerose, che sarebbero costate intorno ai 5 miliardi di euro. Non se ne fece nulla nel 2023 e nel 2024, e non se ne è fatto nulla neppure quest’anno.
Ma il top – tanto per cambiare – spetta al solito Matteo Salvini. Nell’agosto del 2022 il leader leghista aveva esortato i suoi elettori a spernacchiarlo se nel giro di un anno, arrivato al governo, non avesse abolito la legge Fornero, da lui contestata in modo violento per oltre un decennio. Di anni ne sono passati più di tre, ma anche il 2025 si è concluso senza alcuna abolizione della Fornero, anzi con l’inasprimento dei parametri per il pensionamento anticipato. Dal 2027, inoltre, il governo prevede un ulteriore innalzamento dell’età pensionabile. Come al solito l’esatto contrario di quello che era stato promesso.
La credibilità dell’Italia all’estero è frutto del rigore in patria. Costa liste d’attesa eterne sul fronte della sanità. Si sconta con docenti pagati una miseria, ed è più grave dei deliri “antisessantottini” a cui si abbandona il ministro Valditara. La promozione delle agenzie di rating si deve a occupati che crescono di numero (e di età), ma calano inesorabilmente nel potere d’acquisto. Vuol dire un carrello della spesa sempre più costoso. Vuol dire che le giovani famiglie, convenzionali o super woke che siano, una casa senza svenarsi non la trovano neppure a piangere. Il prezzo è salato e lo sarà ancora di più adesso che all’altare europeo dei conti pubblici si sta per affiancare quello del riarmo. Siamo (quasi) tutti più poveri. E sarà sempre peggio.
Il fallimento del governo di destra è questo e questa è anche la lacerazione che persino prestigiatori cresciuti alla scuola del grande imbonitore Silvio faticano a cicatrizzare. Come attesta il parapiglia di Tajani e Salvini attorno a una manovra molto misera e proprio per questo molto combattuta. Mettersi d’accordo sulla guerra o sul demolire l’architettura delle istituzioni repubblicane è molto più facile che decidere quale fascia di popolazione, e quindi dei rispettivi elettorati, penalizzare più delle altre. Atteso che a essere premiati saranno sempre e solo i ceti al vertice della piramide sociale. Perché questo assunto, alla fine, resta l’unica stella cometa che guida ogni destra.



